martedì 24 maggio 2011

Un lungo accompagnamento



Nell'editoriale dell'ultimo numero dello scorso anno (n. 164/165) della rivista Il diaconato in Italia, dedicato ai 40 anni del servizio ai diaconi ed alla diaconia da parte della Rivista, don Giuseppe Bellia ha tratteggiato questo lungo accompagnamento facendone un interessante bilancio.
Riporterò alcuni stralci, rimandando al testo integrale, nel mio sito di documenti.
Tra ombre e luci l'autore constata che «l'identità del ministero diaconale, dopo anni e anni di studi, di convegni e di ordinazioni, spiace dirlo, resta ancora debole e si dibatte dentro una visione generosa ma ancora segnata da frammentarietà pastorale e da supplenza ministeriale. Qualcuno, e non a torto, ha ricordato che il diaconato permanente nell'immaginario collettivo dei nostri cristiani o non ha identità oppure continua a essere immerso in una concezione di fatto più utilitaristica che sacramentale».
«Quella del diacono resta un'identità debole e questo non tanto per l'assenza di un pensiero teologico a sostegno ma, come è stato detto, per il fatto che al diaconato, sia a livello dei laici, sia a livello del clero, manca ancora un immaginario di riferimento, perché l'unica figura ministeriale conosciuta è stata sinora quella del sacerdote/parroco, a cui si contrappone quella del fedele/laico».
Segue poi un percorso del cammino fatto, di «tre diverse generazioni di diaconi».
«La prima generazione, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, aveva netta la direzione del cammino da percorrere: chiesa, eucaristia e carità formavano un trinomio programmatico che permetteva di avere una progettualità essenziale e chiara per congiungere dentro la comunità ecclesiale il ministero dei diaconi ai poveri. Il contributo di questa generazione di pionieri fu buono sul piano della testimonianza, ma risultò fragile dal punto di vista della formazione teologico-ministeriale. La generosità esemplare dei primi ordinati, non supportata da un'adeguata formazione, non riusciva a colmare, dopo un'assenza di secoli e secoli, quel vuoto d'immagine che consentiva di utilizzare al meglio la diaconia ordinata».
«La seconda generazione (per intenderei quella degli ultimi anni Ottanta), ha visto la crescita del diaconato in molte diocesi e i vescovi hanno messo al centro il problema della formazione ministeriale e teologica. […] Si erano creati appositi istituti di formazione con corsi e professori adeguati, ma l'istituzionalizzazione della diaconia ordinata cominciava a togliere smalto al servizio primario da rendere "alle pecore perdute della casa santa di Dio". In questa fase il diaconato, non solo in Italia, ha guadagnato in solidità culturale, ma ha cominciato a perdere il riferimento eucaristico della carità che spingeva verso i soggetti privilegiati di ogni opera di evangelizzazione e di cura pastorale: i poveri».
«Nella terza generazione (quella del nuovo secolo), la formazione ha tentato di prendere un indirizzo molto più pensato ed equilibrato, completando il suo percorso istituzionale, anche grazie all'uscita di importanti documenti magisteriali a livello della Chiesa universale. […] Ma in concreto, che cosa è accaduto? I vescovi e i preti hanno cominciato ad apprezzare il ruolo suppletivo dei diaconi e il loro servizio di fatto è stato interpretato come ausilio, più o meno provvidenziale, per rimediare ad una certa carenza di forze clericali. Gradualmente il diacono dalla strada si è ritirato nella sagrestia e dalla periferia si è spostato verso il centro passando dalla formazione nelle aule scolastiche alle più rassicuranti curie, dimenticando o sottovalutando il servizio ai piccoli e agli ultimi».
Allora a che punto siamo? Ci si chiede se «si vuole tornare al passato, riprendendo forme devote di culto e tradizioni non conciliari spiegando tutto questo come ritorno al Signore? Insomma, ci si propone di recuperare il passato o di convertirei continuamente e con tutto il cuore al Dio crocifisso?».
«L'identità diaconale non può essere compresa per esclusione (quello che non fa il vescovo e il prete spetta al diacono) e del resto non è dal fare che si delinea l'identità di ogni figura ministeriale ma dal suo agire sacramentale».
«Se si mette al centro la celebrazione eucaristica si vede come la lex orandi delinea per il diacono una duplice ed essenziale opera di mediazione: dalla chiesa al mondo e dal mondo alla chiesa. Da una parte spetta al diacono consegnare la parola di Cristo e della Chiesa agli ultimi, ai diseredati e ai poveri; dall'altra deve riportare alla comunità, la voce, la preghiera, la speranza di questi emarginati. Per questo proclama un vangelo che, di regola, non spiega nell'omelia, perché la sua diaconia della parola si dovrebbe indirizzare non verso l'assemblea liturgica (può capitare che svolga questo compito sussidiario per motivi contingenti, particolari), ma verso il più vasto corpo ecclesiale, facendo risuonare "fino ai confini del mondo" la Parola accolta e spiegata dalla Chiesa. […] Si può ricordare anche il compito analogo svolto dal diacono nell'altra mensa della celebrazione eucaristica, quella del corpo dato e del sangue versato per l'alleanza. Anche in questo caso il diacono si trova a distribuire ciò che non consacra. In particolare è il custode del sangue dell'alleanza che dona lo Spirito promesso e, con l'amore di Dio riversato nei nostri cuori, porta anche la carità della chiesa ai poveri. Spetta al diacono incarnare la misericordia divina conformandosi alle necessità di ognuno, donando insieme al Consolatore anche il segno materiale della consolazione ecclesiale: solo così diviene strumento e animatore della carità nella Chiesa».


1 commento:

  1. Caro luigi conosco questo scritto del carissimo don Giuseppe. Lo ha riproposto nel 2010 ma lo aveva anche dettonel 2003 segno evidente che passano gli anni ma nulla sembra cambiare per il ministero del diaconato. Che dire? La cosa può dare tristezza e magari anche un senso di rassegnazione ma non possiamo e credo non vogliano e non dobbiamo. Sperare che qualcosa possa cambiare è un dovere ....

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