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venerdì 17 luglio 2015

Nella consapevolezza del nostro limite


16a domenica del Tempo ordinario (B)
Geremia 23,1-6 • Sal 22 • Efesini 2,13-18 • Marco 6,30-34
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Erano molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare… Venite in disparte e riposatevi un po'
Gesù mostra una tenerezza come di madre nei confronti dei suoi discepoli. Il suo sguardo va a cogliere la stanchezza, gli smarrimenti, la fatica dei suoi. Per lui prima di tutto viene la persona; non i risultati ottenuti nell'opera missionaria, ma l'armonia, la salute profonda del cuore. E quando, sceso dalla barca vede la grande folla il suo primo sguardo si posa sulla povertà degli uomini e non sulle loro azioni o sul loro peccato. Più di ciò che fai, a Gesù interessa ciò che sei. Non chiede ai dodici di andare a pregare, di preparare nuove missioni, solo di prendersi un po' di tempo tutto per loro, del tempo per vivere. È un gesto d'amore, di uno che vuole loro bene e li vuole felici.

Riposarsi: un sano atto di umiltà, nella consapevolezza che non siamo noi a salvare il mondo, che le nostre vite sono delicate e fragili, e le energie limitate.
Ecco la duplice strategia di Gesù: fare le cose come se tutto dipendesse da noi, con impegno e dedizione; e poi farle come se tutto dipendesse da Dio, con leggerezza e fiducia. Fare tutto ciò che sta in noi, e poi lasciar fare tutto a Dio.

Venite in disparte, voi soli, …con me
Stare con Gesù, per imparare da lui il cuore di Dio. Ritornare poi nella folla, portando con sé questo tesoro di bellezza che solo Dio può donare.
Ma qualcosa cambia i programmi…

Sceso dalla barca vide una grande folla ed ebbe compassione di loro
Gesù cambia i suoi programmi, spinto da un unico sentimento, la compassione, ma non i programmi dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro. E ciò che offre alla gente è per prima cosa la compassione, il provare dolore per il dolore dell'altro; il moto del cuore che muove la mano a fare.

Stare con Gesù, guardare come si comporta, cogliendo nel suo agire il suo insegnamento: "come guardare", prima ancora di come parlare; uno sguardo che abbia commozione e tenerezza… Le parole e i gesti seguiranno… Ecco: imparare il sentimento divino della compassione è innestare il mondo nella propria anima e contagiarlo di divino.
Gesù sa che non è il dolore che annulla in noi la speranza, non è il morire, ma l'essere senza conforto. Il nostro compito di discepoli è di non privare il mondo della nostra compassione, consapevoli che – come disse madre Teresa di Calcutta - «ciò che possiamo fare è solo una goccia nell'oceano, ma è questa goccia che può dare significato a tutta la nostra vita».



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Venite in disparte… riposatevi un po' (Mc 6,31)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (22/07/2012)
Venite in disparte in un luogo deserto (Mc 6,31)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La vita con Gesù (20/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


venerdì 10 luglio 2015

Non annunciatori solitari


15a domenica del Tempo ordinario (B)
Amos 7,12-15 • Sal 84 • Efesini 1,13-14 • Marco 6,7-13
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Appunti per l'omelia

Prese a mandarli a due a due…
Ordinò di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone

Partono i discepoli a due a due. E non ad uno ad uno. Perché, se è solo, l'uomo è portato a dubitare perfino di se stesso. La prima predicazione è senza parole, è già in questo accompagnarsi, l'uno al passo dell'altro. Partono forti di una parola e di un amico: ordinò loro di non prendere nient'altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere il passo e un amico a sorreggere il cuore. Un bastone per appoggiarvi la stanchezza, un amico per appoggiarvi la solitudine.

E proclamarono che la gente si convertisse, ungevano con olio molti infermi e li guarivano
Il loro messaggio è conversione: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Le loro mani sui malati annunciano: Dio è già qui, è vicino a te con amore, e guarisce la vita, girati verso di lui. Quello dei dodici è un viaggio dentro l'uomo più autentico, liberato da tutto il superfluo: non portate né pane né sacca né denaro, perché la nostra vita non dipende dai nostri beni, voi vivrete di fiducia: fiducia in Dio, che non farà mancare nulla, e fiducia negli uomini, che apriranno le loro case.

I dodici, senza parole, con il loro stile di vita, contestano il mondo dell'accumulo, dell'apparire, del denaro. In questo mondo altro, la forza non risiede nei grandi mezzi materiali, ma nel fuoco interiore, nel suo contagio misterioso e lucente. La povertà dei discepoli fa risaltare la potenza creativa dell'amore. Invece le cose, il denaro, i mezzi, lungo i secoli hanno spento la creatività della Chiesa. Se colui che annuncia è infinitamente piccolo, allora l'annuncio sarà infinitamente grande. Sono partiti a due a due, con niente. Ma i dodici avevano un fuoco. Il fuoco si propaga col fuoco.

Dovunque entriate in una casa, rimanetevi…
Ecco il punto di approdo: la casa, il luogo dove la vita nasce ed è più vera, abbracciata dal cerchio degli affetti che fanno vivere.
Ed il Vangelo esprime la sua forza travolgente lì, nella casa. È lì che quella Parola penetra e porta guarigione nei giorni delle lacrime e in quelli della festa, quando il figlio se ne va, quando l'anziano perde il senno o la salute...

Se in qualche luogo non vi ascoltassero, andatevene…
Al rifiuto i discepoli non oppongono risentimenti, solo un po' di polvere scossa dai sandali. Le parole del Maestro che li ha mandati risuonano con la forza che non arretra: "E non deprimetevi per una sconfitta, non abbattetevi per un rifiuto. C'è un'altra casa poco più avanti, un altro villaggio, un altro cuore. All'angolo di ogni strada l'infinito mette le sue radici e germoglia".



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù chiamò a sé i Dodici (Mc 6,7)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (15/07/2012)
Prese a mandarli a due a due (Mc 6,7)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Chiamati e inviati (13/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



sabato 4 luglio 2015

Salvare la Grecia


Riporto un articolo di Città Nuova on line, che mi sembra molto stimolante per l'accostamento evangelico che l'autore, Luigino Bruni, ha fatto. …ed un esame di coscienza collettivo.

Ecco il testo:

All'Italia e alla Germania gli altri Paesi europei perdonarono molto al termine della Seconda guerra mondiale, quando il loro debito umanitario, etico, economico, era infinito. Ora siamo diventati il servo spietato della parabola evangelica e chi potrebbe fare qualcosa, come gli Stati Uniti, resta inerte. Bene l'iniziativa di sottoscrizione popolare dei cittadini europei.

Riguardo la situazione della Grecia, mi viene sempre più in mente la parabola del Servo spietato: "Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?"
(Matteo 18).
All'Italia, alla Germania gli altri Paesi Europei perdonarono molto al termine della II guerra mondiale, quando il loro debito umanitario, etico, economico, era infinito (nazismi, fascismi, olocausto, distruzione del patrimonio artistico di centinaia di città europee, ...).
J.M. Keynes, non dimentichiamolo, anche per l'esperienza degli effetti dei debiti eccessivi della prima guerra mondiale (nazismo), intercedette e ottenne un enorme sconto dei debiti di guerra, e ciò ha consentito i miracoli economici tedeschi e italiani del dopoguerra. Non dimentichiamo poi che l'Europa nacque mettendo in comune quelle risorse, carbone e acciaio, che avevano alimentato le guerre mondiali, anche per dire "mai più la guerra", grazie all'unità economica.
Ora siamo noi nei panni dei servo spietato che dimentica il grande debito a lui condonato, e si comporta da aguzzino verso chi gli deve una somma molto più piccola (la Grecia).
Guardo con simpatia la sottoscrizione popolare europea (come un grande telethon) per raccogliere dai cittadini quei miliardi necessari, vista la miopia e incapacità di stati e istituzioni internazionali (il Fmi ha un enorme peso, controllato quasi interamente dagli Usa, che potrebbero fare molto di più in questa vicenda, se volessero). L'Europa dei cittadini salverà l'Europa dei non-governi.


venerdì 3 luglio 2015

È nella vita ordinaria che Dio si manifesta


14a domenica del Tempo ordinario (B)
Ezechiele 2,2-5 • Sal 122 • 2 Corinzi 12,7-10 • Marco 6,1-6
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Appunti per l'omelia

Gesù venne nella sua patria
La scena che ci si presenta a Nazaret è il conflitto perenne tra quotidiano e profezia. All'inizio le parole e i prodigi di Gesù stupiscono, immettono un "di più" dentro la normalità della vita. Poi l'ordinario si impone con la sua prepotenza.

Da dove gli vengono queste cose? I prodigi compiuti con le sue mani?
Che un profeta sia un uomo straordinario, carismatico, ce lo aspettiamo. Ma che la profezia si manifesti nel quotidiano, in uno che non ha cultura e titoli, le cui mani sono segnate dalla fatica, nel profeta della porta accanto, questo ci pare impossibile!
A Nazaret pensano: "Il figlio di Dio non può venire in questo modo, con mani da carpentiere, con i problemi di tutti; non c'è nulla di sublime in questo, nulla di divino. Se sceglie questi mezzi poveri veramente non può essere Dio". Ma lo Spirito scende proprio nel quotidiano, fa delle case un tempio, entra dove la vita celebra la sua mite e solenne liturgia. Noi cerchiamo Dio, il pastore di costellazioni, nell'infinito dei cieli, quando invece è inginocchiato a terra con le mani nel catino per lavarci i piedi.

Ed era per loro motivo di scandalo
Che cosa li scandalizza? Scandalizza l'umanità, la prossimità. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: che Dio si incarna dentro l'ordinarietà della vita. Gesù cresce nella bottega di un artigiano, le sue mani diventano forti a forza di stringere manici, il suo naso fiuta le colle, la resina, il sudore di chi lavora, sa riconoscere il legno al profumo e al tatto.

Invece la novità di Dio è riscoprire ogni frammento, ogni fremito di umanità nel Vangelo, cercare ogni molecola di umanità di Gesù: il suo rapporto con i bambini, con gli amici, con le donne, con il sole, con il vento, con gli uccelli, con i fiori, con il pane e con il vino. Il suo modo di avere paura, il suo modo di avere coraggio e come piangeva e come gridava…
È amare l'umanità di Gesù, perché il Vangelo rivela proprio questo: che il divino è rivelato dall'umano, che Dio ha il volto di un uomo.

Non poteva compiere nessun prodigio, ma solo…
Gesù al rifiuto dei compaesani, «disprezzato nella sua patria, dai suoi parenti e in casa sua», mostra il suo candore: «Non vi poté operare nessun prodigio» scrive Marco, ma subito si corregge: «Solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo.
L'amante respinto continua ad amare anche pochi, anche uno solo. L'amore non è stanco: è solo stupito. Il nostro Dio non nutre rancori o stanchezze, ma la gioia impenitente di inviare sempre e solo segnali di vita attorno a sé.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Impose le mani a pochi malati e li guarì (Mc 6,5)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (08/07/2012)
Si meravigliava della loro incredulità (Mc 6,6)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La nostra incredulità (06/07/2012)

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venerdì 26 giugno 2015

Alzati! Torna a ricevere e dare amore


13a domenica del Tempo ordinario (B)
Sapienza 1,13-15;2,23-24 • Sal 29 • 2 Corinzi 8,7.9.13-15 • Marco 5,21-43
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Appunti per l'omelia

La mia figlioletta sta morendo: vieni… Andò con lui… Tua figlia è morta
Gesù cammina verso la casa dove una bambina è morta. Cammina ed è Giairo, il padre, a dettare il ritmo; Gesù gli cammina vicino e gli parla col cuore: Non temere, soltanto continua ad aver fede. Ma come è possibile non temere quando la morte è entrata nella mia casa e si è portata via ciò che ho di più caro al mondo?

Non temere, soltanto abbi fede!
Secondo Gesù il contrario della paura non è il coraggio, da scovare a fatica nel fondo dell'animo, ma la fede: Tu continua ad aver fede. Anche se dubiti, anche se la tua fede non ha nulla di eroico, lascia che la sua Parola riprenda a mormorare in cuore.
Aver fede: che cosa significa? La fede è un atto umanissimo, vitale, che tende alla vita e si oppone all'abbandono e alla morte. È aderire! Come un bambino aderisce al petto della madre, così io aderisco al Signore.

Giunsero alla casa e vide trambusto e gente che piangeva…
Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme

Dorme, come tutti i nostri che ci hanno preceduto e che sono in attesa del risveglio. Dormono, come una parentesi tra questo sole e il sole di domani, e per Dio l'ultimo risveglio è sulla vita.

E lo deridevano…
È con quella stessa derisione con cui dicono anche a noi: tu credi nella vita dopo la morte? Ti inganni, ti sbagli, sei un illuso, non c'è niente dopo la morte. Ma la fede che scaturisce dalla Parola di Dio ci dice che Dio è Dio dei vivi e non dei morti.

Cacciati tutti fuori, prende con sé il padre e la madre
Gesù ricompone il cerchio vitale degli affetti, il cerchio dell'amore che fa vivere. E poi prende per mano la bambina. Non era lecito per la legge toccare un morto, ma Gesù profuma di libertà. E ci insegna che bisogna toccare la disperazione delle persone per poterle rialzare. La prende per mano.
Ma chi è questo Gesù ? Una mano che mi prende per mano. La sua mano nella mia mano.

E le disse: Talità kum. Fanciulla, alzati!
Lui può aiutarla, sostenerla, ma è lei, è solo lei che può risollevarsi: Alzati! E lei si alza e si mette a camminare.
A ciascuno di noi, qualunque sia la porzione di dolore che portiamo dentro, qualunque sia la porzione di morte, il Signore ripete: Talità kum. In ognuno di noi c'è una vita che è giovane sempre: Talità kum, giovane vita, dico a te, alzati… Torna a ricevere e a restituire amore.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Non temere, soltanto abbi fede! (Mc 5,36)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (01/07/2012)
Figlia, la tua fede ti ha salvata (Mc 5,34)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La vita, dono della fede (29/06/2012)

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  di Luigi Vari (VP 2015)
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  di Claudio Arletti (VP 2009)
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martedì 23 giugno 2015

Il diaconato in Italia



Il diaconato in Italia n° 191
(marzo/aprile 2015)

Una Chiesa esperta in umanità e servizio





ARTICOLI
Brevi note su umanità e servizio nella Chiesa (Giuseppe Bellia)
Una Chiesa esperta di umanità e servizio (Cettina Militello)
Essere diaconi a Baghdad: intervista a mons. Sako (Giovanni Chifari)
La santa Trinità e la Persona umana (Johannes Zizioulas)
Una Chiesa dal volto umano (Massimo Naro)
Diaconia e martirio in mons. Romero (Giovanni Chifari)
La ricchezza sia al servizio dell'umanità (Jorge Maria Bergoglio)
Un'esortazione profetica (Reinhard Marx)
Chiesa, da chi sei nata? (Andrea Spinelli)
Un "orecchio" da ascoltare (Giorgio Agagliati)
La Chiesa ed il diacono esperti in servizio (Enzo Petrolino)
Lungo la traiettoria del Concilio (Francesco Giglio)
Il diacono nella Evangelii Gaudium (Gaetano Marino)
Il dono del diaconato permanente (Massimo Camisasca)

RIQUADRI
«Tu lo farai per me» (A. Tornielli)
In nome di chi? (C. De Cesare)
Spiritualità incarnata (G. B.)




(Vai ai testi…)


domenica 21 giugno 2015

Alla ricerca del vero tesoro


21 giugno – San Luigi Gonzaga

Il 21 giugno del 2013, papa Francesco, durante la messa a Santa Marta, ha incentrato la sua riflessione sulle letture del giorno, individuando in particolare nel brano del Vangelo di Matteo (6, 19-23) un "filo conduttore" fra i termini «tesoro, cuore e luce» e auspicando che «il Signore ci cambi il cuore per cercare il vero tesoro e così diventare persone luminose e non delle tenebre».
È quanto al Signore chiedo oggi, nella memoria di san Luigi Gonzaga (di cui porto il nome), per l'intercessione del mio santo protettore.
Sì, il vero tesoro! …ed essere per le persone che il Signore mi mette accanto, nella vita familiare e nella vita del mio ministero diaconale, "luce" e "gioia", che nascono da un cuore sincero e puro.

La prima cosa da fare, ha spiegato il Santo Padre nell'omelia, è domandarsi: «Qual è il mio tesoro?». E di certo non possono essere le ricchezze, visto che il Signore dice: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, perché alla fine si perdono». Del resto, ha sottolineato il Papa, sono «tesori rischiosi, che si perdono»; e sono anche «tesori che dobbiamo lasciare, non li possiamo portare con noi. Io non ho mai visto un camion di traslochi dietro un corteo funebre», ha commentato. Allora, si è chiesto, qual è il tesoro che possiamo portare con noi alla fine della nostra vicenda terrena? La risposta è semplice: «Puoi portare quello che hai dato, soltanto quello. Ma quello che hai risparmiato per te, non si può portare». Sono cose che possono essere rubate dai ladri, oppure cose che si rovinano, oppure cose che verranno prese dagli eredi. Mentre «quel tesoro che noi abbiamo dato agli altri durante la vita, lo porteremo con noi dopo la morte» «e quello sarà "il nostro merito"»; o meglio, ha puntualizzato, «il merito di Gesù Cristo in noi». Anche perché «è l'unica cosa che il Signore ci lascia portare». Lo ha detto chiaramente Gesù stesso ai dottori della legge che si vantavano della bellezza del tempio di Gerusalemme: «Non rimarrà pietra su pietra». Ciò vale pure «con i nostri tesori, quelli che dipendono dalle ricchezze, dal potere umano».

Ma, «dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore». «Se il nostro tesoro non è vicino al Signore, non viene dal Signore, il nostro cuore diventa inquieto». «E alla fine il nostro cuore si stanca, diventa pigro, diventa un cuore senza amore: la stanchezza del cuore». «…da soli noi non possiamo molto; deve essere il Signore ad aiutarci, lui che ha promesso: "Io farò del vostro cuore di pietra un cuore di carne, un cuore umano". «Ed essendo una promessa del Signore, noi possiamo chiedere la grazia: Signore, cambia il mio cuore». D'altro canto, il «Signore non può fare niente - ha messo in guardia Papa Francesco - se il mio cuore è attaccato a un tesoro della terra, a un tesoro egoista, a un tesoro dell'odio», uno di quei tesori da cui «vengono le guerre».

L'ultima parte della riflessione di Gesù – continua il Papa - rimanda all'espressione: «la lampada del corpo è l'occhio», ovvero «l'occhio è l'intenzione del cuore». Di conseguenza per il Pontefice «se il tuo occhio è semplice, viene da un cuore che ama, da un cuore che cerca il Signore, da un cuore umile, tutto il tuo corpo sarà luminoso. Ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso».
«Siamo persone di luce o di tenebre? L'importante è come giudichiamo le cose: con la luce che viene dal vero tesoro nel nostro cuore? O con le tenebre di un cuore di pietra?». «Una risposta può venire dalla testimonianza di san Luigi Gonzaga, il giovane gesuita di cui proprio oggi ricorre la memoria liturgica. Possiamo chiedere la grazia di un cuore nuovo - ha invitato il Papa - a questo coraggioso ragazzo, che non si è mai tirato indietro nel servizio degli altri, tanto da dare la vita per curare gli appestati».

Faccio mia l'esortazione del Santo Padre a domandare nella preghiera che «il Signore mi cambi il cuore». E prego anche per tutti coloro che mi sono affidati e che incontro nella mia giornata, perché «i pezzi di cuore che sono di pietra», «il Signore li faccia umani, con quell'ansia buona di andare avanti cercando lui e lasciandosi cercare da lui». Perché, ha concluso il Papa, «solo il Signore può salvare dai tesori che non possono aiutarci nell'incontro con lui, nel servizio agli altri».