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mercoledì 7 agosto 2013

La diaconia edifica la Chiesa [1]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 179 al tema della diaconia quale elemento costitutivo della Chiesa (La diaconia edifica la Chiesa).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi interventi.





Il servo sofferente edifica la Chiesa (Editoriale)
di Giuseppe Bellia

Fin da principio i canti del Servo sofferente si sono prestati a una imponente e fruttuosa lettura cristologica che rischiava di enfatizzare l'aspetto sacrificale e messianico dilatando la sua esemplare esistenza oltre i confini della moralità ordinaria. Ancora oggi la gran parte dei commenti si muovono in questo orizzonte ermeneutico. Ma da ultimo qualche autorevole voce di dissenso ha cominciato a contestare questa linea interpretativa. Certo, il metodo storico-critico, attraverso comparazioni, esclusioni, adattamenti, ampliamenti e glosse redazionali, ha permesso di individuare gli apparentamenti e le probabili tradizioni originarie consentendo così una ricostruzione ipotetica della lezione primaria giudicata idonea per raggiungere il vero messaggio dell'autore/redattore. Una lettura cristologica per quanto coscienziosa deve sempre tener presente il fatto che un testo non è mai contenuto e compreso da una sola interpretazione, lasciando spazio ad altre legittime e forse più sintetiche e coinvolgenti letture (v. l'interpretazione di stampo post-critico di Walter Brueggeman). Si vuole cioè leggere Isaia e il carme del Servo sofferente come profezia per la Chiesa di oggi chiamata non a celebrare e ingessare i suoi martiri ma a lasciarsi provocare dalla insolita martyria profetica di testimoni di Cristo nel nostro tempo, come padre Pino Puglisi.
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I diaconi sono al servizio di Comunità di carità? (Contributo)
di Piero Coda

La Chiesa "comunità di carità" è la figura di Chiesa che scaturisce dal vangelo della carità e viene definita dal documento della CEI "Evangelizzazione e testimonianza della carità" (ETC) in questi termini: «configurata alla croce, la Chiesa è il grande sacramento della carità di Dio nella storia degli uomini» (n. 24). È evidente che questa espressione ricalca quella di LG 1, dove - in modo sintetico e programmatico - si intende indicare, allo stesso tempo, l'identità e la missione della Chiesa, definendola come «sacramento, e cioè segno e strumento, in Cristo, dell'unione con Dio e dell'unita del genere umano». ETC esplicita sia il rapporto con Cristo, che è precisato nei termini paolini della configurazione alla croce, che è mistero di morte e risurrezione; sia il contenuto della vita e dell'operare della Chiesa, che è appunto la carità. Non per nulla, poco più avanti, si richiama che «la carità, prima di definire l'agire della Chiesa, ne definisce l'essere profondo» (n. 26). Vorrei cercare di affrontare questo tema senza la pretesa di dire tutto, ma offrendo solo qualche spunto alla riflessione, in due momenti. Nel primo mi soffermerò, soprattutto alla luce del NT, su cosa significa che la carità è segno distintivo ed efficace della comunità cristiana. Nel secondo cercherò di precisare alcune conseguenze di questa visione per la vita della comunità cristiana, in sé e nel suo rapporto con la società.
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Servi per la Chiesa degli ultimi (Focus)
di Francesco Giglio

Quando il Beato Giovanni XXIII indisse il Concilio Vaticano II, nessuno poteva immaginare a quali novità di ministerialità, di evangelizzazione e sviluppo del laicato si apriva la Chiesa di Cristo. Tra le geniali intuizioni ci fu anche il ripristino del "Diaconato permanente" quale gradino proprio e specifico dell'Ordine Sacro. Oggi molte diocesi ricordano questa istituzione e festeggiano o hanno festeggiato il 30° o il 40° di questa avventura ministeriale ed ecclesiale. Palermo prima e Verona poi, hanno ancora una volta rimarcato il valore unico e speciale di questo "servizio" svolto da uomini sposati che, lungi dall'essere "mezzi preti", sono chiamati ad indossare il grembiule, e sull'esempio del Maestro, ad essere "servi". Tutti i documenti del Magistero chiedono, esortano, invitano i diaconi ad essere e a rispondere coraggiosamente (e in spirito di servizio) alla specifica chiamata del Signore.
Ma è importante capire per quale Chiesa vengono ordinati. Certamente per quella Chiesa che è accanto a chi è povero, malato, carcerato, abbandonato, emarginato. Portatore di gioia e di speranza, prediligendo il ruolo di ministro dell'accoglienza, dell'invito, della disponibilità e del servizio. Propositore di offerte alla comunità ecclesiale in sintonia con i laici, associazioni, movimenti, gruppi, consacrati, consacrate e sacerdoti; contribuisce così a costruire quella Chiesa "comunione e comunità" in cui fiorisce la solidarietà fraterna, la condivisione di ciò che si è e che si possiede, è empatia per le gioie e le sofferenze degli altri.
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La diaconia e la Chiesa (Il Punto)
di Andrea Spinelli

Quando sento pronunciare la parola "diaconia", confesso che non penso immediatamente ai diaconi, anche se la comune etimologia dei due vocaboli potrebbe farli sentire collegati nella loro genesi. In realtà r1are di diaconia mi conduce ad una visione molto ampia, ad un orizzonte quasi illimitato, dove i diaconi costituiscono un piccolo gregge. Parvus grex, sed grex, qualcuno potrebbe affermare, ma il piccolo gregge dei diaconi ordinati è parte integrante del popolo di Dio, come del resto tutti i membri della Chiesa, radicati tramite il Battesimo nel Signore che dice di sé: «Ecco, io sono in mezzo a voi come colui che serve (come il diacono)» (Lc 22,27).
Ecco allora che la diaconia è innanzi tutto una caratteristica fondamentale di ogni battezzato, di ogni figlio di Dio, di ogni discepolo, che come il Maestro, venuto a servire e non a essere servito, cerca di imitarlo e non è tranquillo finché non capisce che la sua diaconia è come la diaconia del Maestro, il diacono per eccellenza. Prevengo una possibile obbiezione: con tale modo di pensare tu sminuisci il senso e la forza della diaconia ordinata. Credo di no: in un contesto di diaconia diffusa, l'anelito alla diaconia ordinata mi sembra acquistare forza e significato. Non è privilegio di pochi servire, bensì dovere gioioso di tutti e, perché tale dovere sia sentito irrinunciabile e qualificante da chi segue Cristo, non è inutile che ci sia qualcuno che lo assume come ministero "a tempo pieno" in semplicità di cuore e umiltà.
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venerdì 2 agosto 2013

L'unico mio bene!


18a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Che cosa vale di più nella vita? Che cosa conta semplicemente nella vita? Accumulare ricchezze, accrescere il proprio potere economico e così anche il proprio prestigio sociale, e in questo impegno investire senza risparmio tempo, interesse, energie? Ma è proprio così? Il giudizio su tale scelta di vita e comportamento lo dà la parola di Dio, proposta per questa domenica, nel brano del Qoelet (1,2;2,21-23), un'affermazione perentoria che è come un pugno inatteso sullo stomaco: «Vanità delle vanità, vanità delle vanità, tutto è vanità». Questa parola di per sé significa "vuoto", "soffio di vento"... e dà come l'idea del fiato che, appena emesso, non c'è già più.
Anche Gesù, nel vangelo (Lc 12,13-21), offre ai suoi discepoli (e quindi anche a noi) il suo insegnamento riguardo al rapporto con i beni materiali. Tale insegnamento prende spunto da una lite per una eredità. Liti di questo genere, si sa, nascono dalla bramosia del possesso e spesso devastano i rapporti anche nell'ambito di una stessa cerchia familiare, creando inimicizie che possono durare tutta la vita. Contro questa insaziabile avidità Gesù lancia un ammonimento molto forte: «Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni». Col suo richiamo Gesù prende di mira anzitutto i ricchi (e chi non lo è, almeno nel cuore?). Non li condanna perché sono ricchi. Li avverte, piuttosto, che la loro ricchezza è una sicurezza soltanto apparente e molto precaria, perché la qualità e la riuscita della vita non sono determinate dai beni che si possiedono. È quanto emerge con forza provocatoria dalla parabola che Gesù racconta, di un uomo, di un impresario agricolo, i cui affari sono andati a gonfie vele ed ha davanti a sé un futuro rassicurante: una vita comoda e beata, anche se, di per sé non dissoluta e licenziosa. D'altra parte non si dice neppure che egli abbia accumulato la ricchezza ingiustamente. Tutto farebbe pensare che si tratta di un uomo veramente fortunato. Ma è proprio così? Ciò che rende una vita felice e degna di essere vissuta si riduce a questo?
Nel modo di pensare di questo uomo si coglie un individualismo esasperato. È interamente concentrato su di sé e su ciò che possiede, dove i verbi sono alla prima persona singolare e domina l'aggettivo possessivo: «farò... raccoglierò... dirò a me stesso: riposati... i miei raccolti... i miei beni...». Nel suo progettare il futuro non c'è posto per Dio e neppure per gli altri. Fa i suoi calcoli senza Dio. Ma i conti con Dio non si possono rimandare senza fine! Ha programmato accuratamente tutto, meno l'eventualità della morte. E qui sta la sua stupidità: «Ma Dio gli disse: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?». Il ricco, allora, è insensato, manca cioè di buon senso, perché nei suoi calcoli non ha inserito la realtà della morte, ma soprattutto perché non ha inserito Dio: ha dimenticato che la sua vita è un dono che gli può essere richiesto in ogni momento. Un dono che, ricevuto da Dio, esige di essere a sua volta "ridonato" nel servizio e nella condivisione dei beni col prossimo. Accumulando i beni per se stesso, il ricco si considera proprietario di ciò che non è suo. Si rifiuta cioè di essere quello che Dio vuole che sia: un amministratore al quale Dio affida beni che, per definizione, sono destinati a tutti e con i quali avrebbe dovuto aiutare gli altri. Non ha capito che ricchi si può essere anche da soli, ma felici no. Non si può essere felici se non con gli altri, con tutti gli altri, e grazie agli altri.
L'errore del ricco della parabola, e di quanti egli rappresenta, sta nell'aver concentrato unicamente il suo interesse sulle cose terrene che "passano", senza darsi pensiero delle realtà più vitali e importanti. In questo senso ha agito da stolto: ha fondato la sua sicurezza per il futuro su beni effimeri, mentre Dio solo può dare e conservare la vita.
Un uomo che è vissuto così «accumulando tesori per sé», non è ricco davanti a Dio! Come fare, allora, per diventare veramente ricchi?
Ai tanti simili a quel ricco, Gesù non si stanca di chiedere una sincera conversione, che consiste nel passare dai "beni" al "Bene", a Dio, il Sommo Bene; dall' "io" al "noi", dal "mio" al "nostro", ai "beni" che si trovano così relativizzati e vengono condivisi. Consiste nel passare dai "miei beni" al "Sei Tu, Signore, l'unico mio bene!".

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Arricchire presso Dio (Lc 12,21)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


giovedì 1 agosto 2013

Il Diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 179 (marzo/aprile 2013)




La diaconia edifica la Chiesa


Sommario


EDITORIALE
Il servo sofferente edifica la Chiesa (Giuseppe Bellia)

CONTRIBUTO
I diaconi sono a servizio di comunità di carità? (Piero Coda)

FOCUS
Servi per la Chiesa degli ultimi (Francesco Giglio)

IL PUNTO
La diaconia e la Chiesa (Andrea Spinelli)

ANALISI
La missione di servizio che edifica la Chiesa (Enzo Petrolino)

APPROFONDIMENTO
Per colmare il divario tra liturgia e carità (Giuseppe Bellia)

RIFLESSIONI
Una diaconia al vaglio dei poveri (Giovanni Chifari)
La diaconia a servizio della Chiesa (Maria Concetta Bottino)

CONFRONTI
La Chiesa (Carlo Carretto)

PASTORALE
Servitori della Parola (Carlo Caffarra)


Rubriche

PAROLA E SERVIZIO
«Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Vincenzo Testa)

TESTIMOINIANZA
Medico e diacono (Crescenzo De Stefano)
40 anni: da Torino (Michele Bennardo)

PAROLA
Prima Lettera di Pietro (IV) (Luca Bassetti)



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(Vai ai testi…)




venerdì 26 luglio 2013

Signore, insegnaci a pregare…


17a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

«Gesù si trovava in un luogo a pregare…». Nel vangelo di Luca la preghiera è l'atteggiamento abituale di Gesù, specialmente nei momenti più importanti e decisivi. Gesù è modello, ma anche Maestro di preghiera. Gesù non intende dare ai discepoli una formula fissa, ma un esempio di preghiera. Vuole insegnare come pregare e che cosa domandare, in opposizione al modo di pregare dei pagani. Si può cogliere, così, la novità e l'originalità della preghiera cristiana.
Secondo Luca, Gesù insegna il "Padre nostro" durante il viaggio verso Gerusalemme. È la preghiera, perciò, dei discepoli che camminano al seguito di Gesù, condividendo il suo destino.
I discepoli dovevano essere affascinati dal modo con cui Gesù parlava con l'Altissimo ed erano presi dal desiderio di potersi rapportare come Lui con quel Dio che Egli chiamava "Padre": «Signore, insegnaci a pregare…» (cf Lc 11,1-13).
«Quando pregate, dite: Padre..», Abbà, Papà… È la prima parola che il credente pronuncia quando si mette in colloquio con Dio. Con questa espressione tenerissima sperimenta la sorpresa, la gioia di trovarsi in un rapporto immediato di vicinanza e di intimità con Dio. Il Creatore, infinitamente potente, è qui accanto a me, mi avvolge con tutta la sua attenzione paterna. Mi ama, però, non semplicemente come un figlio che gli sta immensamente a cuore, ma come il Figlio Gesù. Con un medesimo amore abbraccia Gesù e noi, che a Gesù apparteniamo e con Lui siamo uniti.
Ma Gesù insegna ai discepoli anche il contenuto della preghiera, che cosa chiedere al Padre. Due gruppi di richieste. Il primo gruppo concerne direttamente Dio, il secondo riguarda noi e le nostre necessità. La prima parte è centrata su Dio Padre; la seconda su di noi, fratelli-comunità, coi nostri problemi materiali e spirituali, senza per altro distogliere mai l'attenzione dal Padre.
«Sia santificato il tuo nome». Questa aspirazione apre e riassume tutta la preghiera ed è l'anima di ogni altra domanda. Ecco che cosa chiediamo: Tu, Padre, santifica il tuo nome, fatti riconoscere come il Santo. Fatti riconoscere per quello che sei: Dio, Padre, Amore; liberandoci e radunandoci nella tua famiglia, donandoci il tuo Spirito. E così tutti gli uomini "santificheranno il tuo nome" e ti riconosceranno come Dio, come Padre e ti glorificheranno…
In questa prima aspirazione vibra tutta la passione di Gesù: che Dio sia trattato da Dio, che venga preso adeguatamente sul serio, che sia amato di un amore sommo ed esclusivo. Insegnando a pregare in questo modo, Gesù mostra come concepisce i discepoli: Dio deve essere tutto il loro interesse e il loro bruciante amore. Solo chi vive così può rivolgere al Padre questa prima domanda in tutta verità e sincerità.
«Venga il tuo Regno». Il Regno di Dio, che era il contenuto principale dell'annuncio di Gesù, diventa il contenuto della nostra preghiera. Il "Regno di Dio", Dio stesso, unico Signore e Re onnipotente, che attraverso Gesù si fa vicino e si dona, liberando l'uomo da tutto ciò che lo opprime. Si chiede che questo Regno, già presente in Gesù, il Padre lo realizzi in modo perfetto. Così il male sarà vinto definitivamente, i poveri saranno liberati e gli uomini sperimenteranno la giustizia, la pace, la felicità. Si chiede che irrompa sulla terra la realtà di Dio, la civiltà di quell'amore che è la vita della Trinità. Chi prega così è pronto ad accogliere questo intervento decisivo di Dio e già ora collabora alla diffusione del Regno con la vita e con l'annuncio.
«Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano», il pane di cui abbiamo bisogno per vivere. Il cristiano maturo domanda il "pane" per sé e per ogni membro della famiglia, la comunità cristiana, la comunità degli uomini. Domanda il "nostro" pane, come pure il perdono e la vittoria sulla tentazione. È il pane "spezzato", condiviso. Il pane che i discepoli chiedono anche per tutti gli uomini. Non nel senso che il Padre risolva magicamente i problemi economici dell'umanità, facendo scendere il pane dal cielo. Ma lo supplichiamo perché cambi i cuori degli uomini, a cominciare dal nostro, in modo che attraverso la fraternità fattiva tutti abbiano ciò che è sufficiente per una vita dignitosa.
Chi rivolge al Padre questa domanda è un discepolo, anzi una comunità di discepoli impegnati nella solidarietà e nella condivisione.
Ma il pane che chiediamo non è soltanto quello materiale, è anche e soprattutto la Parola di Dio, è l'Eucaristia: "Pane vero" che dà senso e spessore ad ogni nostra necessità esistenziale.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Signore, insegnaci a pregare (Lc 11,1)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


venerdì 19 luglio 2013

L'anima del servizio


16a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Abramo (cf Gen 18,1-10) offre una generosa ospitalità a Dio che lo visita sotto l'apparenza di tre uomini. Il messaggio è chiaro: praticando l'ospitalità si accoglie il Signore, di cui ogni uomo è segno e volto visibile. Gesù preciserà che si accoglie Lui: «Ero forestiero e mi avete ospitato». Ospitalità da intendersi non in senso puramente materiale, ma nella sua grande varietà di forme e prima ancora come "fare spazio... essere spazio d'amore" per gli altri. È in Gesù che Dio riceve accoglienza e ospitalità, come ci mostra il vangelo di questa domenica (Lc 10,38-42).
Gesù era legato da amicizia profonda con la famiglia di Betania (due sorelle e un fratello, Lazzaro). Nella loro casa si trovava perfettamente a suo agio. Qui respirava aria di famiglia, si riposava e ricuperava le forze nei lunghi ed estenuanti viaggi.
Marta, nell'intento di "accogliere" bene l'Ospite, è indaffarata nel preparare un buon pranzo, "tutta presa dai molti servizi". Ma si lamenta con Gesù perché la sorella non collabora. Maria, infatti, «seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola». È l'atteggiamento tipico del discepolo, dove, nella concezione corrente solo gli uomini potevano ricevere un insegnamento. Gesù invece riconosce la parità di diritto all'istruzione anche alle donne, chiamate anch'esse a diventare sue discepole.
Marta, pur amando sinceramente Gesù e desiderando offrirgli una buona accoglienza, non ha cercato di capire che cosa poteva stare più a cuore all'Ospite. Così, Gesù prende le difese di Maria, rivolgendo a Marta un amorevole rimprovero, facendole capire che una sola è la cosa necessaria: ascoltare Lui.
La sua Parola infatti ha la precedenza su tutte le preoccupazioni temporali. È un avvenimento così grande, è una tale novità da fare spostare tutto il resto, per quanto importante e urgente ci possa sembrare. Ascoltare la Parola di Dio era l'impegno per eccellenza di Israele. Ora però Dio non parla più attraverso un intermediario come Mosè. Ma Lui stesso in Gesù parla un linguaggio umano.
Maria realizza la figura del discepolo che mette al primo posto la parola di Gesù, l'ascolta e cerca di viverla.
Il suo atteggiamento, approvato incondizionatamente da Gesù, in confronto al servizio, alla "diaconia", di Marta, contiene un messaggio preciso. Nell'opera di Luca infatti il termine "diaconia" indica sempre un servizio all'interno della Chiesa: l'annuncio della Parola e l'assistenza ai poveri. L'evangelista ammonisce la Chiesa che senza l'atteggiamento di Maria (ascolto attento, amoroso e assiduo della Parola di Gesù) viene meno «la parte buona» del discepolo che è l'appartenenza al Signore, la comunione con Lui. E perfino la "diaconia" della Chiesa, cioè la sua attività evangelizzatrice e il suo servizio di carità ai poveri, perde valore e diventa uno sterile girare a vuoto. Alla comunità cristiana di allora, ma anche di oggi, che avverte la fatica e un senso di frustrazione nel suo sforzo di evangelizzare, Luca propone, come operazione prioritaria e più urgente, quella di lasciarsi convertire dal Vangelo: «Nutrirci della Parola per essere servi della Parola» (NMI 40).

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Maria ha scelto la parte migliore (Lc 10,42)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


venerdì 12 luglio 2013

Come farsi prossimo


15a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

I veri discepoli di Gesù sanno che il loro Maestro li chiama e li manda a servire l'uomo, ogni uomo. E c'è un segreto per «ereditare la vita eterna», per realizzarsi cioè pienamente e raggiungere la felicità perfetta: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore... e il prossimo tuo come te stesso». Ma non basta conoscere tale segreto, bisogna attuare la Parola che richiama il legame indissolubile tra il comandamento dell'amore di Dio e il comandamento dell'amore del prossimo: «Fa' questo e vivrai». Infatti, ogni gesto che compio è autentico se è sempre un gesto di amore a Dio e nello stesso tempo al prossimo. È l'insegnamento che ci viene dal vangelo di questa domenica (Lc 10,25-37).
«E chi è il mio prossimo?». Al dottore della Legge Gesù non dà una risposta teorica, ma racconta un fatto: dopo che è stato presentato l'atteggiamento di indifferenza da parte del sacerdote e del levita nei confronti dell'uomo gravemente ferito, ecco il gesto d'amore compiuto dal Samaritano, da uno straniero, un eretico per i Giudei.
Ecco però che il suo gesto manifesta alcune caratteristiche essenziali dell'amore richiesto da Gesù:
È un amore universale. Il Samaritano soccorre chi gli era socialmente estraneo, anzi nemico; un amore, quindi, che non discrimina, che non esclude nessuno, che non guarda tanto al colore della pelle, al colore politico, religioso, ideologico; ma prende atto che ha a che fare con un uomo: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico». È questo "uomo" il protagonista, messo in scena fin dall'inizio e che successivamente entra in rapporto (mancato) col sacerdote e col levita, e poi in rapporto (realizzato) col Samaritano. È semplicemente un uomo e come tale suscita compassione nel Samaritano.
È un amore coraggioso, che non teme di rischiare e paga di persona.
È un amore sommamente generoso, che non si accontenta di un pronto intervento, ma si preoccupa anche del futuro di quest'uomo e coinvolge altri (l'albergatore) nella cura di lui.
La chiave del comportamento del Samaritano si trova contenuta in due verbi: «Lo vide e ne ebbe compassione». La compassione, il "sentirsi sconvolgere le viscere", spiega e provoca il suo "farsi vicino" al ferito con tutte le azioni che esprimono il suo soccorso efficace e concreto, in un atteggiamento di profonda partecipazione e coinvolgimento. È un immedesimarsi nella realtà dell'altro, un "patire-sentire con l'altro".
Nell'agire del Samaritano Gesù mostra come l'amore vero "decentra", nel senso che non considero più gli altri in relazione a me, ruotanti attorno a me; ma considero me in relazione agli altri. Non più io al centro dell'attenzione, ma l'altro.
Inoltre, l'esempio del Samaritano sottolinea il legame stretto fra l'amore di Dio e quello del prossimo, perché il culto separato dall'amore è sterile, anzi falso. È ciò che non hanno capito il sacerdote e il levita, rimasti prigionieri dei loro schemi mentali. Non hanno saputo cogliere la volontà di Dio che in quel momento esigeva il loro ritardo o assenza dagli atti di culto per offrirgli invece il culto vero (l'amore) in quel luogo profano e lontano dal tempio di Gerusalemme; quel culto autentico che invece è stato offerto dal Samaritano, perché nell'uomo ferito era significato il tempio di Dio.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Va' e anche tu fa' così (Lc 10,37)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi

venerdì 5 luglio 2013

La nostra responsabilità nell'annuncio del Vangelo


14a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Ascoltando il brano di Isaia (66, 10-14), proposto per questa domenica, riconosciamo che l'annuncio splendido rivolto a Gerusalemme, ci riguarda direttamente. È la Chiesa questa città raffigurata come una madre che accoglie con esultanza i suoi figli, prima dispersi, e li nutre: «Sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni… Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò…». Sembra un sogno, ma è la realtà che attendiamo nella sua pienezza.
Così, il vangelo (Lc 10,1-12.17-20) ci ricorda che questa realtà va condivisa con altri, annunziata a tutti: è la realtà del Regno di Dio che si fa presente in Gesù.
Gesù ha già inviato in missione il gruppo dei Dodici (Lc 9,1-6). Ora manda «altri settantadue discepoli». È una missione temporanea, che prepara e annuncia quella definitiva che essi riceveranno da Gesù risorto. Il numero 72 esprime simbolicamente il fatto che il vangelo di Gesù è destinato a tutti i popoli. A ogni uomo della terra i discepoli di Gesù devono annunciare il loro Signore e Salvatore. Non solo, ma a tutti i discepoli, nessuno escluso, Gesù affida il suo vangelo. Ad essi è affidata questa missione che è universale ed è destinata a tutti gli uomini.
Che cosa annunciare? «Dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio»: Dio stesso è qui, vi cerca, vuole unirvi a Lui per farvi felici. Annunciate questo avvenimento! Ciò è possibile se siamo testimoni, persone nella cui vita è arrivato il vangelo, la buona notizia che Gesù è risorto: è Lui il Regno; in Lui Dio si fa presente, si rivela e si dona. La buona notizia che Dio è Amore, che ci è Padre e che cerca ostinatamente i suoi figli, anche quelli che non ne vogliono sapere o non sanno neppure di avere un Padre che li ama e non può fare a meno di loro come essi di Lui. La notizia strabiliante che il destino ultimo dell'uomo, di ogni uomo, è la vita e non la morte, è la felicità e non la disperazione, è la comunione e non la solitudine e l'incomunicabilità. Chi ha incontrato il Regno di Dio in Gesù, chi ha ricevuto la Buona Notizia, non può non desiderare e impegnarsi perché ogni uomo della terra diventi partecipe della sua stessa scoperta, della sua stessa gioia. Se non succede, non sarà un indizio inquietante che il Vangelo mi ha soltanto sfiorato, ma non riesce ancora a invadere e a unificare la mia vita?
Se l'oggetto dell'evangelizzazione è la persona di Gesù, in che modo e con quali gesti si compie l'annuncio?
«...Pregate il signore della messe...». L'iniziativa rimane di Dio. È sua l'opera di evangelizzazione. Il dialogo della preghiera è invocazione rivolta a Lui perché susciti e sostenga gli operai del vangelo, perché renda efficace la loro parola e tocchi il cuore di chi ascolta. Quando non è possibile parlare di Gesù alla gente, e comunque sempre prima di parlare, è decisivo parlare con Gesù della gente, affidandogli i destinatari della nostra parola.
«...Non portate borsa né sacca...». Gesù indica lo stile di sobrietà, di povertà, di semplicità, di essenzialità, che deve caratterizzare gli inviati. Essi testimoniano, così, che l'unico tesoro a cui è legato il loro cuore è il Signore che annunziano. Quando il vangelo trasforma la vita di chi lo annunzia, tale testimonianza è senza dubbio l'annuncio più efficace.
«...Guarite i malati...»: la solidarietà e l'attenzione concreta a chi soffre. Solo l'amore è credibile e rende feconda la missione.
«...Li inviò a due a due...»: in compagnia, perché si sostengano a vicenda; perché la testimonianza comune sia più valida e incisiva; perché, vivendo l'amore reciproco e realizzando così la comunione, consentano a Gesù di essere presente tra loro e con loro. È la Chiesa-comunione che evangelizza e non il singolo. Anche quando fossi solo a testimoniare Gesù e a parlare di Lui, io coinvolgo sempre la comunità cristiana di cui faccio parte, e ciò nella misura in cui sono inserito in essa e vivo la "comunione".
Gli inviati di Gesù sono animati da un'umile ma sicura consapevolezza: è Lui che li manda, sia pure in condizioni di grave precarietà, «come agnelli in mezzo a lupi». Il servizio di annuncio e di testimonianza che svolgono, se per loro è compito e urgenza a cui non possono sottrarsi, per i destinatari è appello che li coinvolge direttamente e che non possono rifiutare senza caricarsi di una grave responsabilità davanti a Dio. È il senso del gesto di scuotere la polvere dai piedi che i "missionari" sono invitati a compiere, quando non vengono accolti. È la consapevolezza che attraverso la loro opera il Regno di Dio avanza vincendo il potere di satana: «Vedevo satana cadere dal cielo...».
La nostra responsabilità è questa: "Il cristiano è un uomo a cui Dio affida tutti gli uomini" (san Giovanni Crisostomo).



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Pregate dunque il Signore della messe (Lc 10,22)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi