martedì 31 dicembre 2013

Un Anno di Fede


È un anno particolare quello che sta per chiudersi… È l'Anno della fede!
Un anno in cui abbiamo sperimentato sofferenze personali e comunitarie, sociali ed ecclesiali… Ma anche un anno di grazie tutte speciali… di gioie profonde…
Personalmente ho sperimentato la grazia e la luce che questo Anno della fede ci ha portato. Sì, mi sembra di aver sperimentato come nuova la gioia, la grazia del dono di poter credere in un Dio che mi ama in maniera infinita, da Dio. È un riscoprire con la semplicità di un bambino che la Fede è una luce che fa vedere anche nelle tenebre più nere. È aver sperimentato che Dio, che è Padre, che è Fratello, mi stringe nell'abbraccio del suo Amore. È riuscire, con coscienza rinnovata, a buttarmi nelle sue braccia, senza paura. È fidarsi di Dio! È gettare in Lui ogni preoccupazione! È sentirsi amato e poter amare con lo stesso suo amore… È essere figli e fratelli di Dio!
È vedere con gli occhi di Dio e scoprire meraviglie sempre nuove… scoprire che tutti siamo chiamati a contribuire alla realizzazione del sogno di Gesù: Che tutti siano una cosa sola… A vivere per una fraternità che sia di tutti, per tutti… universale!

È l'augurio per tutti i miei amici!


lunedì 30 dicembre 2013

La Vergine Madre


Maria SS. Madre di Dio (A)

Appunti per l'omelia

Nell'ottava di Natale, primo giorno dell'anno, la Chiesa celebra Maria, la Vergine che è Madre, la Madre di Dio. Questi "appunti", che mi sono permesso di riportare, sono tratti dal "Commento ai Vangeli festivi, anno A, Il Tesoro e la Perla, ed. EDB, di Claudio Arletti.
Maria è vergine e madre, due condizioni che si escludono a vicenda. Eppure, proprio dalla compresenza di entrambe le condizioni comprendiamo come Dio Padre visiti l'uomo e agisca in esso. Il Natale del Verbo è il paradigma di come la Trinità entri in comunione con ogni persona. Maria, allora, non è semplice oggetto della nostra devozione, ma racchiude tutto ciò che la persona umana può essere davanti al Padre, nello Spirito.
La verginità è spazio vuoto. È possibilità di vita, ma in quanto attesa e accoglienza. Se non viene visitata e fecondata rimane sterilità e buio. La verginità è apertura all'altro. L'uomo davanti a Dio è questo: ascolto, attesa, silenzio, attesa di quel seme divino che possa generare in lui Cristo. La verginità di Maria è allora la rinuncia a essere protagonisti nel dare la vita. La vita che fiorisce nella Vergine sarà la vita stessa di Dio, perché da Dio Maria si lascia fecondare.
La verginità di Maria è la coscienza che se Dio non agisce in noi, se non entra e feconda il nostro silenzio con la sua parola, non ci saranno frutti. Il Padre non vuole agire accanto all'uomo, non vuole agire senza l'uomo, ma vuole agire nell'uomo come il seme agisce nella donna.
Ogni persona è vergine davanti a Dio se nella fede accetta di aprirsi in silenzio per accogliere la Parola e il pane che la feconda, non perché l'uomo agisca in unità di intenti con Cristo, in semplice armonia, ma perché Cristo agisca in lui. Se questa è la verginità di Maria, fisicamente e spiritualmente, allora la sua maternità è la straordinaria facoltà di generare Dio stesso. Poiché lui e lui solo ha agito in lei.
La maternità che oggi celebriamo è realmente segno e simbolo dell'incontro tra il divino e l'umano, in modo che tutto venga dal Padre e, allo stesso tempo, tutto venga dall'uomo.
La verginità feconda della Madre di Dio è la composizione dell'umano con il divino, dove l'uno non schiaccia l'altro, il divino non soffoca l'umano, ma lo valorizza al di là delle sue apparenti possibilità.
In questo giorno in cui contempliamo il mistero del Natale dal basso, dal grembo di Maria, piuttosto che dall'alto, come il 25 dicembre, dal cielo che invia l'eterna Parola, comprendiamo l'essenza della vita spirituale, così come ce la presenta Paolo in Gal 2,20: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». È nato dentro di me. Ho generato Cristo. Non perché io ne abbia le capacità, ma perché lo Spirito feconda il cuore del credente.



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Vedi anche questi Post:
Madre di Dio (30 dic. 2011)
Madre dell'unica persona del Verbo di Dio, dono per il mondo (31 dic. 2012)


Commenti alla Parola (Anno A):
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


Commenti alla Parola altri Anni: vedi…


venerdì 27 dicembre 2013

La Famiglia che Dio si è scelto


Santa Famiglia (A)

Appunti per l'omelia

Il brano del Vangelo di questa domenica (Mt 2,13-15.19-23) ci offre alcuni squarci sulla vita della "santa Famiglia". Sono episodi piuttosto drammatici, che ci mostrano come il Figlio di Dio, divenuto membro di una famiglia umana, non è sfuggito alla condizione di estrema precarietà in cui questa famiglia è venuta a trovarsi: l'esperienza della fuga, la preoccupazione per la sopravvivenza del bambino, il disagio di un viaggio all'estero con i mezzi di allora, l'esperienza dell'emigrazione, dell'esilio, della vita da profughi; il ritorno, poi, in patria e un'esistenza nascosta nella routine quotidiana di un paese insignificante della Galilea, Nazaret. La vita di una famiglia povera. È l'esperienza di innumerevoli nuclei familiari, oggi, che con modalità diverse rivivono la condizione difficile di Maria, di Giuseppe e del Bambino.
Ma la famiglia di Nazaret brilla ai nostri occhi come sorgente di consolazione e modello di vita. È un capolavoro di famiglia: tre persone tutte proiettate su Dio, innamorate di Lui. Qui Dio è l'unica ragione del loro stare insieme, del loro soffrire insieme, del loro gioire insieme. Qui uno dei tre è Dio stesso in mezzo a loro: Dio sotto il volto umano di un bambino che essi hanno accolto e custodiscono, di un ragazzo che sotto la loro guida cresce e diventa adulto. Tre persone unite dal legame profondissimo della fede, dalla relazione, cioè, con Dio e fuse insieme dall'amore. Amore che viene loro partecipato in modo invisibile ma reale da quel bambino, da quel ragazzo che è Dio con loro.
È lo specchio su cui ogni famiglia cristiana è chiamata a guardarsi, a confrontarsi, riscoprendo continuamente ciò che essa è e ciò che deve essere: un "mistero d'amore".
La famiglia, "comunità d'amore"! Non un amore qualunque, ma un amore "trinitario": dove l'amore che circola al suo interno e lega i suoi membri deriva dall'amore che arde nel seno della Trinità e imita i rapporti tra le Persone divine. Sulla terra la famiglia di Nazaret ha realizzato questo modello divino in misura perfetta. La famiglia è veramente nata dal cuore di Dio e nasce continuamente dal cuore di Dio; Dio che è Famiglia. Si comprende allora perché il Figlio di Dio, quando si è incarnato, ha voluto circondarsi di una famiglia. Ha avuto bisogno di una famiglia dove essere nutrito, allevato, educato, aiutato a crescere in umanità. E questa famiglia l'ha trovata in Maria e Giuseppe.
La famiglia, allora, è il "luogo" dove tutti si lasciano evangelizzare e a loro volta evangelizzano. Dove ci si sostiene e ci si incoraggia a vicenda nel cammino della fede. Dove si impara a riconoscere il disegno d'amore che Dio realizza anche attraverso vicende dolorose. Dove si prega insieme e si vive il Vangelo, irradiandolo anche all'esterno e aprendosi alle altre famiglie. Dove i rapporti sono spiegati e permeati dall'amore.
Solo così la famiglia è veramente quella "piccola chiesa domestica" che diventa modello di vita per la famiglia più grande, la Chiesa.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
La Parola di Dio abiti tra voi nella sua ricchezza (Col 3,16)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


giovedì 26 dicembre 2013

Celebrare la fede e servire nella carità [3]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 180 al rapporto tra fede e carità (Celebrare la fede e servire nella carità).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questo intervento.






Ecco, manda me (Discernimento)
di Francesco Giglio
Nell'accogliere l'invito del Signore ad uscire dalla nostra terra ed andare dove Lui ci chiama, non dobbiamo chiederci dove dobbiamo andare, ma chiedere a Dio di mostrarci la via. È necessario quindi capire, che quando Egli chiama, noi dobbiamo rispondere «ecco manda me», e quando abbiamo capito che Egli ci chiama a lavorare nella Sua vigna, dobbiamo, prima di seminare, arare il terreno. Per questo siamo "chiamati"; per questo dobbiamo necessariamente riflettere e comprendere appieno il senso ed il significato di alcuni verbi.
Accogliere: significa credere nel Verbo incarnato e cioè in Gesù il Cristo e quindi proclamare che Egli è il «Verbo del Padre». (…) Per Giovanni accogliere-credere significa vedere ed accogliere la Persona del Verbo. (…)
Custodire: è l'atteggiamento di chi, avendo scoperto qualche cosa di prezioso, lo vuole proteggere vegliandolo: «si custodisce nel cuore ciò che è importante». (…)
Credere: nel linguaggio comune significa anzitutto "supporre-ritenere" (…) Per il cristiano "credere" significa "avere fiducia". Credere allora è un percorso, una storia. Un percorso di vita per entrare in un luogo; è la storia del rapporto con una persona dalla quale ci attendiamo vita, gioia e futuro. (…)
Celebrare: significa esaltare, lodare, glorificare. La celebrazione cristiana è sempre celebrazione del mistero di Dio. (…)
Servire: anche se oggi questa parola è poco usata e poco amata, perché ci ricorda altre parole come "servo o schiavo", riportata però nel suo significato evangelico, assume una dimensione particolare. Per comprendere tutta la grandezza della parola basta pensare a Gesù come il servo di Jahvè e a Maria come la serva del Signore. (…)
[…]
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Fare la verità nella carità. Per una maturità della fede oggi (Formazione)
di Luciano Manicardi
Adulta è una fede che non segue le onde della moda e l'ultima novità. Questa fede adulta dobbiamo maturare ed è questa fede «che crea unità e si realizza nella carità». (…)
Parlare di maturità della fede, di fede matura, implica il fatto che la fede diviene, cambia, cresce. La fede è una realtà che accompagna il divenire dell'uomo, la sua evoluzione e la sua maturazione anagrafica, psicologica, intellettuale, ecc. Dunque la fede è una realtà in divenire, in cammino, che si radica nell'umanità di un uomo, umanità anch'essa chiamata a divenire, maturare, essere integrata. La fede è una realtà che ha una storia. (…) Ognuno ha la sua storia da narrare, o meglio, la storia della sua fede.
[…]
(L. Manicardi è monaco di Bose, responsabile della formazione culturale dei novizi, collabora a diverse riviste)
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martedì 24 dicembre 2013

Dio si è fatto bambino!


Natale del Signore (A)


Appunti per l'omelia

La Gloria a Dio e la Pace sulla terra sono legate ad un Bambino.
In questo Bambino si manifesta supremamente la "gloria" di Dio, la sua pienezza traboccante di vita e di misericordia e mai nulla e nessuno ha tanto glorificato Dio come questa nascita.
Da questa nascita scaturisce la "pace sulla terra agli uomini che Egli ama". Pace, cioè la perfetta comunione con Dio e tra fratelli, per gli uomini avvolti dall'amore infinito del Signore. Di tale amore il Bambino di Betlemme è la prova e il segno più concreto e tangibile. Una "pace" radicalmente diversa dalla "pace romana" che l'imperatore si vantava di mantenere con la minaccia e la forza delle armi.
Questa nascita è un evento non relegato in un passato lontano e di cui si fa un ricordo sfocato. Ma, quando la Chiesa lo celebra, questo evento è reso misteriosamente attuale e noi vi siamo coinvolti: "Oggi è nato per voi il Salvatore".
Allora la fede ci consente di rivivere e condividere in qualche modo l'esperienza stessa dei pastori e soprattutto di Giuseppe e di Maria. Possiamo cioè restare incantati davanti al mistero di questo Bambino: un neonato è appena un batuffolo di carne che si muove o strilla o dorme. Eppure questo Bambino è tutto, è Dio. Dio che le ha tentate tutte per "catturare" le sue creature e ora si presenta sotto la forma di un bambino. Un essere che di per sé è la creatura più fragile e ha bisogno di tutto e di tutti, è in balia di tutti. Un bimbo, però, che attrae: è difficile resistere al fascino che emana dal volto di un bimbo. Se ogni bimbo è un dono di Dio, questo lo è in modo unico e superlativo. Ognuno può contemplare con lo sguardo della fede il Padre mentre, in uno slancio incontenibile di tenerezza e di gioia, gli regala personalmente Gesù. Lo regala attraverso Maria.
È un grande dono poter condividere lo stupore riconoscente e gioioso di questa giovane mamma. Stupore per un amore così inatteso e imprevedibile da parte di Dio: Dio ama a tal punto da divenire uomo lui stesso. Stupore per un amore che porta Dio a nascondersi dietro il volto di un bambino e a rivelarsi nel volto di un bambino. È il mistero dell'umiltà di Dio. Egli si rivela attraverso il segno della povertà, dell'umiltà. Contesta la nostra boria, la nostra autosufficienza, il nostro consumismo sfrenato, il nostro lusso e ci richiama a ciò che è essenziale. Ci richiama la condivisione con chi è povero.
Questa è la logica divina di umiltà che porterà Dio a nascondersi e a rivelarsi nel Crocifisso. Ma questo culmine d'amore noi lo troviamo ora nell'Eucaristia, dove l'umiltà di Dio si esprime in forma suprema. Qui non si vede neanche l'umanità: un pezzo di pane racchiude tutto il mistero. Se Dio nell'incarnazione del suo Figlio condivide in modo integrale l'esperienza umana, nell'Eucaristia l'assimilazione di Dio a noi e di noi a Lui raggiunge il vertice: si lascia mangiare per farci Lui.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Oggi è nato per voi un Salvatore (Lc 2,11)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche:
Un bimbo è nato per noi, Is 9,5 (25 dicembre 2010)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010, notte)
  di Marinella Perroni (VP 2010, giorno)
  di Enzo Bianchi

venerdì 20 dicembre 2013

Attesa e disponibilità del cuore


4a domenica di Avvento (A)


Appunti per l'omelia

I brani biblici di questa domenica ci invitano a immergerci in un clima di attesa, l'attesa trepida di un lieto evento. Attesa che si protraeva da secoli in Israele e, inconsciamente, nell'umanità. Attesa che le promesse dei profeti (cf Is 7,10-14) alimentavano senza tregua e che si faceva sempre più ardente. Ora questa attesa è come tutta concentrata e palpita nel cuore di una giovane donna che aspetta il suo bambino. E sa che questo bimbo è unico, perché è l'Atteso, è il Dono che Dio nel suo amore ha preparato da sempre per tutti gli uomini.
Nel testo evangelico (cf Mt 1,18-24) Matteo non si limita a narrare un fatto di cronaca, ma intende soprattutto mostrare alcuni aspetti dell'identità di Gesù. Chi è colui che Maria ci ha donato, colui che attendiamo nel Natale, colui che è già venuto, continua a venire e verrà?
Egli è il discendente di Davide in modo straordinario. Matteo ha fatto precedere il nostro brano da una lunga genealogia di Gesù: una lunga storia di salvezza che ha in Lui il suo punto di arrivo. Di questa storia Gesù è l'ultimo anello, ma non un anello "normale". Ne è il culmine. E viene da Dio. Non è un "prodotto" della storia. E attraverso Giuseppe è inserito legalmente nella discendenza di Davide.
Gesù è il Messia. La promessa di Dio, però, non si realizza mai alla lettera. Viene "compiuta", viene cioè attuata con una pienezza che nessuno poteva sospettare: Gesù è l'atteso, ma nello stesso tempo è imprevedibile, assolutamente nuovo.
Il concepimento verginale è segno che il figlio di Maria è puro dono di Dio, un dono gratuito, solo dono, totalmente dono. Il fatto, appunto, che Gesù sia figlio soltanto di Maria e non abbia un padre terreno è segno visibile che ha Dio solo per padre.
Gesù, nato dalla Vergine, che equivale a dire: Gesù è Figlio di Dio!
«… e tu lo chiamerai Gesù», cioè "Il Signore salva". "Jahvé salva": questo verbo specifica e sottolinea con nuova forza quello che è già il contenuto del nome stesso di Dio. Il figlio di Maria è, quindi, la fedeltà incarnata di Dio, è l'espressione suprema dell'intervento di Dio nella storia.
"Sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-con-noi". "Dio con noi", non perché ci rappresenta Dio e ce lo annunzia, ma perché lo esprime in se stesso, essendo Dio e uomo nella stesso tempo. Questa presenza è definitiva e non ci sarà più tolta!
"Io sono con voi tutti i giorni" (Mt 28,20) dirà Gesù prima di salire al cielo. Che è come dire: in Gesù Dio è vicino, è presente per sempre e noi non saremo più soli. In Gesù, Dio continua ad assicurare a ciascuno di noi: "Io sono con te!".
C'è però la risposta umana all'iniziativa di Dio: Maria, con il suo "Sì", e Giuseppe, uomo "giusto", attento cioè alla volontà di Dio. Appena Giuseppe ha compreso che il Signore è intervenuto su Maria e se l'è "appropriata", pensa di non aver più diritti su di lei e si ritira in disparte, la "cede" a Dio.
Giuseppe aderisce prontamente al piano di Dio. La salvezza che Dio opera esige la risposta accogliente dell'uomo, che è appunto la fede. Di questa fede Maria e Giuseppe sono i primi e inseparabili protagonisti. Se Maria è proclamata "Beata la credente!" (cf Lc 1,45), Giuseppe più di chiunque altro condivide con lei tale beatitudine.
Il Figlio di Dio, Gesù, è un valore così totalizzante da polarizzare e impegnare l'esistenza intera di una persona: quella di Giuseppe, di Maria e di infinite altre persone, anche la mia, la tua... Sono queste persone che fanno la gioia di Dio e di cui Egli ha bisogno e si serve per portare avanti il suo disegno d'amore.
Anche ciascuno di noi può essere, anzi è chiamato a diventare una di queste persone.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo (Mt 1,24)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche:
La Vergine concepirà e partorirà un Figlio, Is 7,14 (19 dicembre 2010)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


martedì 17 dicembre 2013

Un annuncio oltre i nostri schemi


Nello slancio di rinnovamento a cui Papa Francesco ci spinge, mi sono chiesto se il mio modo di pormi in merito all'annuncio del vangelo sia veramente in linea con quanto lo Spirito oggi ci chiede. Riesco a rompere con gli schemi di una pastorale statica di conservazione (forse anche di potenziamento) dell'esistente o mi so lanciare, magari rischiando, verso forme nuove più adatte ai nostri interlocutori?
Francesco nella Evangelii gaudium scrive: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiastica diventino un canale adeguato per l'evangelizzazione del mondo attuale, più che per l'autopreservazione (n. 27).
La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del "si è fatto sempre così". Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità (n. 33)».

Il vangelo di domenica scorsa (cf Mt 11,2-11), III di Avvento, con i dubbi di Giovanni Battista riguardo a "colui che deve venire" ed il nostro modo di raffigurarcelo, mi hanno fatto riflettere se ciò che annunciamo è veramente secondo lo Spirito o secondo i miei schemi.
Scrive Claudio Arletti a commento di questo passo evangelico: «Ogni qualvolta ripetiamo di attendere Cristo, è importante verificare che la sua venuta si incroci con le nostre più intime e personali aspettative. Coincidono, o forse i beni promessi sono lontani dai nostri desideri? Giovanni correva il rischio dei Dodici, delle folle e di molti personaggi del vangelo: attendere un Messia ben definito, dai lineamenti chiari e netti che avrebbero semplicemente dovuto eseguire un programma già stampato nella mente del popolo e delle sue autorità. Il Cristo non aveva alternative: percorrere una strada differente significava il non riconoscimento da parte della gente. […]
L'attesa, se è davvero tale, deve permettere a Dio di essere Dio, in piena libertà, senza che egli debba adeguarsi ai nostri parametri».

venerdì 13 dicembre 2013

Il tempo della misericordia


3a domenica di Avvento (A)

Appunti per l'omelia

La pagina del Vangelo di questa domenica (cf Mt 11,2-11) ci presenta Giovanni in carcere, dove gli giungono notizie sull'attività di Gesù. E Giovanni ha la netta sensazione che Gesù, nel compiere la sua missione, non corrisponde ai connotati del Messia che aveva annunziato: colui, cioè, che esercita il terribile giudizio di Dio, colui che tiene in mano la "scure" e il "ventilabro" per fare piazza pulita di quanti operano il male (cf Mt 3,1-12). Egli infatti impiega il suo tempo nell'accogliere i peccatori e nel soccorrere gli ultimi, i malati, i poveri. Non è facile misurare il contraccolpo di questa constatazione su Giovanni, che forse si chiede con inquietudine se non si è ingannato su Gesù. Forse per il Battista è un momento di vera crisi o comunque di dubbio profondo. Decide allora di interpellare Gesù stesso attraverso i suoi discepoli: «Sei tu... o dobbiamo aspettare un altro?».
E Gesù: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano…». Gesù si richiama al profeta Isaia che descrive l'era messianica come caratterizzata da opere prodigiose in favore degli infelici. Il testo proposto per questa domenica (cf Is 35,1-10), con immagini fantastiche, annuncia appunto un futuro caratterizzato da una indicibile novità: il deserto fiorisce ed esulta, la steppa arida si copre di vegetazione al passaggio dei figli d'Israele che tornano dall'esilio. E nel loro cammino li accompagneranno "gioia e felicità" come due amiche inseparabili e premurose, mentre l'altra coppia funesta, "tristezza e pianto", fuggirà lontano. Questo è il futuro che attendiamo, che in qualche modo è già anticipato grazie alla presenza di Gesù. È Lui, come scrive sant'Ireneo, che "portò ogni novità portando se stesso". E nella misura in cui noi lo incontriamo, cominciamo a fare l'esperienza della gioia e della libertà.
Il tempo della salvezza annunziato da Isaia è arrivato: il Messia è qui! È lui, Gesù, anche se è un Messia diverso da come Giovanni si attendeva. Per questo Gesù invita discretamente Giovanni a rileggere in modo più corretto le Scritture che annunciano proprio quei "segni" messianici che Lui sta compiendo. «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!»; non trova, cioè, nel comportamento di Gesù un ostacolo a credere. Perché, appunto, Gesù non si presenta come il "forte" che scatena contro i peccatori la collera di Dio, ma è invece la rivelazione della sua misericordia verso i poveri, i sofferenti, i lontani. Giovanni allora sarà beato se accetta Gesù così come si presenta, anche se non risponde alle sue attese e sconvolge i suoi schemi.
Ed il messaggio che Gesù invia a Giovanni è chiaro: il Precursore non si è sbagliato nell'attribuire al Messia il compito di attuare il giudizio definitivo di Dio. Gesù lo farà. Ma non ora. Ora è il tempo della misericordia di Dio verso i perduti: è questo un connotato essenziale del Messia. Il giudizio è rimandato al termine della storia. Allora tutti gli uomini saranno giudicati da Gesù, e proprio sulla misericordia che avranno praticato imitando il suo comportamento misericordioso.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo! (Mt 11,6)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche:
Siate costanti fino alla venuta del Signore , Gc 5,7 (12 dicembre 2010)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


venerdì 6 dicembre 2013

Maria, il nostro "dover essere"


Immacolata Concezione della B.V. Maria
(2a domenica di Avvento - A)



Appunti per l'omelia

Celebrare nel cuore dell'Avvento la Solennità dell'Immacolata Concezione di Maria, ci porta a contemplare il disegno originario di Dio sull'umanità. Tutti, donne e uomini, guardiamo a Maria come al sogno realizzato di Dio. Egli, infatti, avendoci creato a sua immagine, dopo il disastro del peccato, ricomincia da Maria l'inizio della nuova creazione, non più compromessa dalla disubbidienza. Concedendo a Maria questo privilegio singolare, il Signore non ha voluto soltanto prepararla ad essere "degna Madre del suo Figlio", ma ci assicura che quanto ha fatto per lei vuol farlo anche per noi, per la Chiesa, per tutti.
In Maria, "santa e immacolata", primizia e figura della Chiesa, Dio ha attuato in anticipo questo suo progetto di salvezza riguardante l'intera umanità.
Il nostro Battesimo è in qualche modo la nostra "Immacolata Concezione". Lo è pure quel "nuovo Battesimo" che è il sacramento della Riconciliazione, perché, con questi due sacramenti, Dio ci rinnova e ci rende simili a Maria.
"Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo amore", meraviglie compiute in Maria, e anche in noi. Lei è come la "forma", lo "stampo" di cui il Signore si serve per plasmare anche noi in modo da renderci "altri lei", copie vive della Madre sua e nostra.
Nel contemplarla così, ci sentiremo nascere nel cuore la nostalgia di una bellezza intatta, non torbida, ma insieme anche la fiducia, sebbene ci vediamo tanto distanti da lei, perché è proprio vero che Dio può prendere uno straccio da una pozzanghera e farne un abito da sposa.
Contemplare Maria, invocarla ed imitarla nell'amore!
Maria, infatti, è bella perché ama. È solo amore, è tutta amore. Prendendo lei come modello e guida, realizzeremo il programma di vita che l'Avvento ci richiama: nell'attendere il Natale, generare Gesù in noi ed in mezzo a noi, essere altra Maria, figli con il profilo unico della Madre.



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Vedi anche:

I post:
Il sogno di Dio (dic. 2012)
Madre di Dio (dic. 2010)
Maria, fiore dell'umanità (dic. 2009)
Immacolati nella carità (dic. 2008)


Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Rallegrati, piena di grazia (Lc 1,28)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)


Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


lunedì 2 dicembre 2013

Servizio e non servitù


Riporto questa intervista, apparsa sul Corriere della Sera di sabato 30/11/2013, di Gian Guido Vecchi a Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari, sulla figura della donna nella Chiesa, perché significativa per chi svolge un servizio nella Chiesa.


«Le donne nella Chiesa devono avere pari dignità»

Rocca di Papa (Roma) – A chiederle se le dispiace non poter essere un sacerdote, lei che è una delle donne più influenti nella Chiesa, si fa una risata sommessa: «Guardi, conosco pastore evangeliche legate al movimento, amiche e donne eccezionali che fanno molto bene nelle loro chiese, però io non ho mai pensato che la possibilità di diventare sacerdote aumentasse la dignità della donna: Sarebbe solo un servizio in più. Perché il punto è un altro: come donne, quello cui dobbiamo tendere, mi sembra, è vedere riconosciuta la pari dignità, la pari opportunità nella Chiesa cattolica. Servizio e non servitù, come dice lo stesso Papa Francesco…».
Maria Voce guida dal 2008 i Focolari, due milioni e mezzo di aderenti in 182 Paesi, l'unico movimento guidato per statuto da una donna. È succeduta alla fondatrice, Chiara Lubich, che la chiamava «Emmaus» ed sepolta poco distante, nella piccola cappella del centro mondiale di Rocca di Papa, con la vetrata che guarda tra i poni la sua casa e, di fronte, alla lapide, un mosaico a rappresentare Maria come Madre della Chiesa. Il 7 dicembre saranno passati 70 anni dalla «consacrazione a Dio» di Chiara. Una donna laica che anticipò diversi temi del Concilio. «La Chiesa come aperture, comunione, amore reciproco…».

Quale è oggi il ruolo delle donne nella Chiesa, e quanto sono ascoltate?
«Il ruolo è quello di ogni essere umano, uomo o donna, che appartiene alla Chiesa come corpo mistico di Cristo. Come venga considerato da altri, invece, è una cosa un po' diversa. Mi pare che le donne non abbiano ancora molta voce in capitolo. Tante volte si riconoscono loro i valori di umiltà, docilità, flessibilità, però un po' ci si approfitta di questo. Il Santo Padre, del resto, ha detto che gli fa pena vedere la donna in servitù, non la donna a servizio: il servizio è una parola chiave del suo pontificato, ma in quanto servizio d'amore. Non nel senso di servizio perché sei considerata inferiore e quindi sottomessa. In questo credo ci sia ancora da fare».

Il Papa ha detto che bisogna pensare una «teologia della donna». Che significa, per lei?
«Io non sono una teologa. Ma il Papa ha dato il titolo: "Maria è più grande degli apostoli". È bello che lo dica, è molto forte. Però da questo deve venire fuori la complementarietà. La partecipazione anche al magistero, in un certo senso…».

In che senso?
«Chiara pensava Maria come il cielo azzurro che contiene il sole, la luna e le stelle. In questa visione, se il sole è Dio e le stelle i santi, Maria è il cielo che li contiene, che contiene anche Dio che si è incarnato nel suo seno. La donna nella Chiesa è questo, deve avere questa funzione, che può esistere solo nella complementarietà con il carisma petrino. Non può esserci soltanto Pietro a guidare la Chiesa, ma ci deve essere Pietro con gli apostoli e sostenuto e circondato dall'abbraccio di questa donna-madre che è Maria».

Per Francesco bisogna riflettere sul posto della donna «anche dove si esercita l'autorità». Come si potrebbe fare?
«Le donne potrebbero guidare dei dicasteri di Curia, per dire, non vedo difficoltà. Io non capisco perché, ad esempio, a capo di un dicastero sulla famiglia ci debba essere necessariamente un cardinale. Potrebbe benissimo esserci una coppia di laici che vivono cristianamente il loro matrimonio e, con tutto il rispetto, sono di sicuro più al corrente di un cardinale dei problemi della famiglia. Lo stesso potrebbe valere per altri dicasteri. Mi pare normale».

Che altro?
«Penso alle Congregazioni generali prima del conclave. Potrebbero parteciparvi le madri superiore delle grandi congregazioni, magari rappresentanti elettivi delle diocesi. Se l'assise fosse più ampia, aiuterebbe anche il futuro Papa. Del resto, perché deve consultarsi solo con gli altri cardinali? È una limitazione».

Può valere anche per il gruppo cardinalizio di Consiglio voluto da Francesco?
«Certo. Non vedo un gruppo di sole donne che si aggiunge. Sarebbe più utile un organismo misto, con le donne e altri laici che assieme ai cardinali possono dare le informazioni necessarie e delle prospettive. Questo mi entusiasmerebbe».

E le donne cardinale? Si parlò di Madre Teresa, come l'avrebbe vista?
«Vorrei capire come si sarebbe vista lei! Una donna cardinale potrebbe essere un segno per l'umanità, ma non per me né per le donne in genere, credo. Sarebbe una persona eccezionale che è stata fatta cardinale. Va bene, ma poi? Grandi figure, sante e dottori della Chiesa, sono state valorizzate. Ma è la donna in quanto tale che non trova il suo posto. Ciò che va riconosciuto è il genio femminile nel quotidiano».

La famosa complementarietà…
«Certo. Parlavo di carisma petrino e carisma mariano. Ma in genere direi fra uomo e donna, la complementarietà iscritta nel disegno divino. L'uomo a immagine di Dio, "maschio e femmina li creò", non si realizza altrimenti. Vale pure per i consacrati: anche se uno rinuncia al rapporto sessuale non può rinunciare al rapporto, alla relazione con l'altro».


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Leggi pure l'intervista rilasciata da Maria Voce alla Rivista Città Nuova (n. 21/2013).