venerdì 28 giugno 2013

La chiamata di Gesù e la mia risposta


13a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Il brano del vangelo odierno (cf Lc 9,51-62) presenta con insistenza Gesù insieme con i suoi discepoli in viaggio verso Gerusalemme, dove si compirà l'evento centrale della storia della salvezza, la sua morte e la sua risurrezione. In questo cammino Gesù sperimenta il rifiuto dei Samaritani, come già in precedenza aveva sperimentato quello dei suoi concittadini di Nazaret. Ma incontra anche persone che lo vogliono seguire ed alle quali egli dà delle indicazioni precise per diventare suoi discepoli.
Ma quali sono le condizioni che Gesù pone a chi intende essere suo discepolo? Il brano ci presenta tre scene di questo "seguire".
Nella prima scena l'iniziativa parte dall'uomo: un tale propone la sua candidatura a discepolo. Stupisce il fatto che Gesù non lo approvi entusiasticamente. Al contrario, sembra scoraggiarlo. Lo invita a calcolare i rischi dell'impresa. È come se gli dicesse: Pensaci bene! Io sono uno "senza fissa dimora", non so nemmeno dove dormirò di notte. La mia è una situazione precaria, senza alleanze né protezioni. Non ti posso offrire nessuna garanzia sociale. Se decidi di seguirmi, condividendo il mio destino, non ti devi fare illusioni; ma devi essere pronto allo sradicamento più totale, all'insicurezza quotidiana. Però... avrai me, sarai con me!
Seconda scena: l'iniziativa parte da Gesù, che chiama uno a diventare suo discepolo. Il chiamato manifesta la sua disponibilità, ma per il momento ha l'obbligo grave di assistere il vecchio padre e infine di dargli una onorata sepoltura. Glielo impone un comandamento del Decalogo: "Onora tuo padre e tua madre". Ma la risposta di Gesù è dura e sorprendente: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annunzia il regno di Dio». I doveri più sacri verso i genitori, che la legge di Dio imponeva nella forma più categorica, vengono meno quando si tratta di seguire Gesù. Il rapporto con Lui vale più di ogni altro legame. C'è un'opera molto più importante e urgente che la cura dei congiunti: in Gesù è arrivato il Regno di Dio e occorre annunziarlo senza esitazione né ritardi, perché il Regno, cioè l'irruzione definitiva dell'amore di Dio che salva l'uomo e fa tutto nuovo, è una novità assoluta. Chi lo ha incontrato sa che "i morti risorgono". I "morti", quanti cioè vivono entro il chiuso orizzonte dell'esistenza terrena, si preoccuperanno di dare sepoltura al cadavere. Ma il discepolo deve andare a gridare a tutti che i morti risorgono. Il chiamato, quindi, viene impegnato in un'esperienza religiosa così nuova e totalizzante, viene talmente unito alla persona di Gesù e alla sua missione, che questo legame supera e polverizza qualunque altra relazione affettiva, per quanto grande possa essere.
Nella terza scena uno si candida al discepolato, ma con una disponibilità condizionata: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Eliseo, chiamato da Elia (cf 1Re 19,16-21), ottiene di andare a salutare i suoi e di organizzare una festa. Gesù è molto più esigente: una volta preso l'impegno con Lui (una volta «messa mano all'aratro»), non si deve più guardare indietro rimpiangendo e riprendendosi il dono di sé una volta fatto. L'adesione a Gesù deve essere senza ripensamenti nostalgici, ma vissuta in una fedeltà totale.
Con un linguaggio volutamente paradossale e provocatorio Gesù desidera comunicarci una convinzione, una certezza: per il suo discepolo non c'è nessuna persona o cosa che valga quanto il Maestro. Egli è l'unico valore che conta nella vita. Gesù non si accontenta di occupare un angolino, ma vuole l'intero spazio della mia esistenza. La "pretesa" di Gesù, che rivendica nei suoi confronti un amore prioritario ed esclusivo, ha una spiegazione: egli sa di essere per ogni uomo l'unica fonte di salvezza e di felicità, in quanto è il Figlio di Dio, Dio stesso.
Ma le esigenze così radicali, che Gesù manifesta, non sono rivolte a una categoria privilegiata di persone, ma a tutti i cristiani. La modalità di vivere l'appartenenza a Cristo varia, ma la relazione con Lui deve essere vissuta da ogni discepolo con lo stesso grado e intensità d'amore.
Il Vangelo non riferisce la risposta dei tre ai quali Gesù ha rivolto il suo appello. Il motivo, forse principale, è che quei tre sono ognuno di noi e tocca a ciascuno di noi prendere la propria decisione nei confronti di Gesù.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
A un altro disse: seguimi (Lc 9,59)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


venerdì 21 giugno 2013

Tutto di Dio e per i fratelli


21 giugno - San Luigi Gonzaga

Nel ricordare, oggi, san Luigi Gonzaga (di cui porto il nome), faccio mia questa preghiera del card. Carlo Maria Martini, chiedendo al mio santo di aiutarmi, come lo è stato lui, ad essere tutto di Dio e per i fratelli.





Signore Gesù,
che hai rivelato a san Luigi
il volto del Dio amore
e gli hai donato la forza
di seguirti rinunciando a tutto ciò che al mondo
appariva prestigio e ricchezza,
di spendere la sua vita per i fratelli,
nella letizia e nella semplicità di cuore,
concedici, per sua intercessione,
di accogliere il tuo disegno sulla nostra vita
e di comunicare a tutti i fratelli la gioia del Vangelo,
il sorriso della tua presenza d'amore.
Fa' che la tua croce sia,
come lo è stata per Luigi Gonzaga,
la nostra consolazione,
la nostra speranza,
la soluzione dei problemi oscuri della vita,
la luce di tutte le notti
e di tutte le prove.
E tu, Maria,
che hai ispirato all'adolescente Luigi
il proposito della verginità,
consolida in noi il desiderio
della purezza e della castità,
ottienici il dono
di contemplare il mistero di Dio
attraverso quella Parola
mediante la quale Gesù ci parla,
ci chiama, suscita la nostra risposta.
Amen.

Riconoscere Gesù e seguirlo


12a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

«Le folle, chi dicono che io sia? … Ma voi, chi dite che io sia?».
Gesù è intento a verificare il grado di maturità nella fede che hanno raggiunto coloro che lo seguono, che vivendo con lui. E li provoca a una decisa presa di posizione nei suoi confronti (cf Lc 9,18-24). È quanto peraltro vuol fare con noi. È un dono che fa', una opportunità che offre ai discepoli per addentrarsi di più nel mistero della sua persona e scoprire la sua identità.
L'episodio narrato da Luca avviene in un contesto di preghiera: «Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui», associati alla sua preghiera.
È una costante di Luca mostrare Gesù che prega nei momenti più importanti e significativi della sua missione. Nel dialogo col Padre attinge la luce e la forza per le scelte che compie e per l'esperienza che vive. Così anche in questa circostanza.
La prima domanda che pone non è molto impegnativa, una specie di "sondaggio" di opinione: la gente cosa pensa, cosa dice di lui? Ma Gesù non è tanto interessato a sapere che cosa si pensa sul suo insegnamento, sulla sua attività, ma su di lui. Questo è decisivo per Gesù. Al centro non sta il suo annuncio, ma la sua persona: "Chi sono io secondo la gente?". E la gente manifesta un'alta opinione su Gesù, anche se nutre una grande stima per lui. Ma dimostra di non aver colto la sua posizione singolare, la sua novità e originalità e lo colloca tra i grandi personaggi della storia religiosa di Israele. Uno dei tanti "grandi", ma non l'unico.
A questo punto Gesù imprime una svolta inattesa al dialogo, ponendo ai discepoli una seconda domanda, che è diretta, immediata, coinvolgente: «Ma voi, chi dite che io sia?». Io chi sono per te, per ciascuno di noi, per la nostra comunità? Non si può sfuggire al carattere personale di questa domanda e alla sua forza di provocazione. Ognuno è obbligato ad interrogarsi nel proprio cuore, a non accontentarsi di qualche formula imparata a memoria e ripetuta meccanicamente, ma a cercare invece di capirne il significato profondo.
La risposta che dà Pietro a nome dell'intero gruppo è una stupenda confessione di fede sull'identità di Gesù: «Il Cristo di Dio», l'unico, ultimo e definitivo Re e Pastore del popolo d'Israele, l'inviato da Dio per dare a questo popolo e a tutta l'umanità la pienezza della vita. L'unico necessario, di cui tutti hanno bisogno. Pietro, e con lui i suoi compagni, riconosce che Gesù ha con Dio un rapporto unico e originalissimo che mai nessun uomo della storia ha avuto e avrà. Riconosce anche, di conseguenza, che quanto Gesù ha compiuto e compie in favore degli uomini nessun uomo della storia è in grado di fare.
Nelle parole di Pietro si esprime e risuona la fede della Chiesa di tutti i tempi. Fede che Pietro e i suoi successori hanno l'incarico di custodire e proclamare integra e sempre nuova. Quella di Pietro non è appunto una semplice dichiarazione, ma una scelta entusiasta, un impegno deciso a seguire Gesù, un vero atto di fede.
Certo, riconoscendolo Messia, Pietro e compagni pensavano al liberatore politico e militare che con la forza di Dio avrebbe vinto tutti gli oppressori del suo popolo. Ma Gesù imprime una svolta alla sua opera educativa: «Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto… venire ucciso». Un tragico destino lo attende. Sa bene che le sue scelte in favore dei peccatori e degli ultimi, il suo stile di vita libero da ogni forma di legalismo ma tutto incentrato nell'amore, provocano l'opposizione e la resistenza da parte dei responsabili d'Israele. Sa di avere molti nemici, che cercano di eliminarlo e che presto o tardi ci riusciranno. Gesù intravede il fallimento umano della sua missione…
Tutto questo però non è legato a un destino cieco e crudele e non è neppure soltanto la conseguenza "logica" del suo comportamento contro corrente. Indica piuttosto (ed il verbo «deve», che ricorre spesso sulle labbra di Gesù, lo precisa) il disegno di Dio, misterioso e insindacabile che deve compiersi nella storia. Un disegno d'amore che si attua attraverso vie e modi non conformi alla logica umana, ma in stridente contrasto con essa. Ma questo piano divino non riguarda soltanto la sconfitta umiliante del Messia, ma anche la sua suprema glorificazione: «deve… risorgere il terzo giorno».
Accettare il Messia crocifisso, «guardare» nella fede «a colui che hanno trafitto» (Zc 12,10) è essenziale all'esperienza cristiana.
Ma questa fede cosa implica nella vita concreta? «A tutti diceva» (quindi anche a noi oggi): "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso…"». Ad essere pronto a spostare ogni visione personale della vita e a mettere da parte se stesso per porre al centro Gesù e il suo progetto di vita. «Prenda la sua croce ogni giorno e mi segua». Seguendo il Maestro nella stessa sorte.
Il discepolo, che aderisce con tutto se stesso a Gesù, non può non mettere in conto una simile prospettiva, il martirio.
«Ogni giorno»: le esigenze radicali di Gesù vanno vissute nel quotidiano. Ciò non significa che tali esigenze siano private della loro radicalità, ma che nella vita quotidiana si possono e si devono fare scelte radicali. Ogni giorno l'amore e la fedeltà a Cristo possono richiedere tagli, rinunce, sacrifici che procurano sofferenza. Ogni giorno sono chiamato a «prendere la croce» dietro a Gesù, perché la vita - aggiunge Gesù - si salva perdendola, cioè donandola per amore. E ciò non avviene una sola volta con la morte fisica, ma ogni giorno: in ogni gesto quotidiano la vita può essere donata goccia a goccia.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Tu sei il Cristo di Dio (Lc 9,20)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


martedì 18 giugno 2013

La diaconia dell'ascolto [4]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 178 al tema della diaconia dell'ascolto (Educare alla fede: la diaconia dell'ascolto).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo la rubrica di testimonianze della diocesi di Napoli.





Entrambi avevamo scelto… (Testimonianze)
di Nando Di Tommaso

Nella mia esperienza, di catechista e di responsabile decanale della pastorale familiare, insieme alla mia sposa e ad una coppia di amici, Roberto (anche lui diacono) ed Ornella, sua sposa, ad oggi, ho maturato una certezza (che naturalmente potrà essere confutata dal confronto e dal divenire); in molte parrocchie con il termine di "pastorale familiare" si intendono solo gli incontri di catechesi in preparazione al matrimonio e/o gli incontri con i genitori per la preparazione al battesimo dei figli, questo perché alcuni sacerdoti e molti operatori pastorali non vogliono spendersi più di tanto né in impegno di tempo né in formazione e aggiornamento personale. Si preferisce fare il minimo indispensabile e si resta anchilosati a ciò che si conosce meglio, ma la pastorale familiare è azione di tutta la Chiesa e quindi anche degli sposi e delle famiglie che, guidata dallo Spirito Santo, ha come fine l'annunciare, celebrare e servire l'autentico "Vangelo del Matrimonio e della famiglia", con la consapevolezza di proporre anche una visione e un'esperienza profetica e umanizzante. Fatto questa premessa, necessaria, mi presento: sono un diacono della Chiesa di Napoli, ordinato nel 1987, lavoro per il Gruppo delle Ferrovie dello Stato Italiane e con la mia sposa, Anna, insegnante di religione, da anni siamo impegnati nel campo della pastorale della famiglia come animatori e guide di altre famiglie. [...]
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…Avevamo scelto Gesù Cristo come centro della nostra vita (Testimonianze)
di Anna Fenderico

Mi chiamo Anna Fenderico, sono un'insegnante di religione sposata al diacono napoletano Nando Di Tommaso, ordinato 25 anni fa. Siamo impegnati, come coppia, nella pastorale della famiglia animando a livello catechetico in parrocchia, da quasi 20 anni, un gruppo di sposi condividendo con loro situazioni ed eventi, cercando una risposta che apra il futuro alla speranza. Con questi sposi condividiamo anche l'esperienza caritativa di un servizio a favore della vita nascente e di aiuto alle famiglie in difficoltà.
A livello decanale siamo impegnati nel P.U.F. (Progetto Unitario di Formazione), io come docente e mio marito come direttore e abbiamo la corresponsabilità della pastorale familiare insieme ad una coppia di amici, Omelia e Roberto Amodio (anche lui diacono) e a livello diocesano facciamo parte dell'equipe che collabora con l'Ufficio Famiglia.
Il cammino del ministero diaconale di Nando mi colloca, come sposa, in una situazione delicata, perché mi sono venuta a trovare impegnata in 4 ambiti: l'ambito personale, dovendo verificare quotidianamente la mia chiamata personale, coniugale e di compagna di un ministro di Dio; l'ambito coniugale, poiché il sacramento dell'ordine arriva in una storia costruita in due già col sacramento del matrimonio; l'ambito spirituale, dovendo crescere, con lo sposo, nella via della santità; l'ambito familiare, la preoccupazione, come moglie di un ministro ordinato, si aggiunge alle preoccupazioni della vita coniugale nella sua ordinarietà che, lo sappiamo bene, ha già molti disagi.
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Da Napoli (Testimonianze)
di Gaetano Marino

Il 19 e il 20 ottobre si è svolto il convegno "Il diaconato permanente a Napoli (1972-2012) - Fede e Spiritualità del Diaconato Permanente". Erano presenti il cardinale Crescenzio Sepe, mons. Antonio Di Donna, mons. Lucio Lemmo, mons. Vincenzo Mango, relatori diacono prof. Vincenzo Santoro, il teologo don Giuseppe Bellia ed il moderatore dott. Massimo Milone direttore TGR Campania che nel pomeriggio ha tenuto una tavola rotonda con le varie testimonianze.
Mons. Mango ha iniziato la sua riflessione partendo dall'intuito profetico del card. Corrado Ursi, presente al Concilio Vaticano II, che credeva nel diaconato tanto che ci ha lasciato un prezioso documento "Chiesa tutta ministeriale", una perla per tutta la Chiesa ed ha sottolineato come Napoli sia la diocesi con un numero maggiore di diaconi, rispetto a tante altre e di come sia aperta a questo momento di grazia dello Spirito.
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venerdì 14 giugno 2013

Il perdono di Dio


11a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Davide si è macchiato di un duplice crimine: ha commesso adulterio con la moglie di un suo soldato e poi ha fatto in modo che venisse ucciso. Il suo comportamento, ai più rimasto nascosto, è "male agli occhi del Signore" (cf 2Sam 12,7-13). È la denuncia perentoria del profeta Natan che smaschera il suo peccato e la sua ipocrisia. Ma la confessione di Davide è sincera, umile, e manifesta un pentimento totale.
L'esperienza del perdono di Dio viene espressa nel racconto evangelico dell'incontro di Gesù con la peccatrice, durante un pranzo nella casa del fariseo, dove Gesù è stato invitato.
Questo episodio (Lc 7,36-50) è un'illustrazione concreta del rapporto di attenzione preferenziale da parte di Gesù nei confronti dei peccatori e delle donne in particolare ed evidenzia la misericordia paterna di Dio verso tutti i perduti, i poveri, i discriminati ed emarginati di ogni specie.
Durante il pranzo abbiamo la scena della "peccatrice", conosciuta e ritenuta tale da tutti, probabilmente prostituta, che si getta ai piedi di Gesù: piange tanto che le sue lacrime inondano i piedi di Gesù e glieli asciuga con i suoi capelli sciolti, poi li bacia e li unge con olio profumato. Tutti gesti che esprimono umiltà, venerazione per il Maestro, amore forte per Lui.
Gesù la lascia fare provocando sconcerto nei commensali e scandalo nel fariseo che lo ha invitato, che ritiene per certo che Gesù, a questo punto, non è un profeta, perché non sa appunto chi è la donna che lo tocca e l'impurità che gli fa contrarre.
Gesù, nel confrontare i gesti della donna e quelli del fariseo verso di lui, porta all'affermazione chiave di tutto l'episodio: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato».
L'amore espresso dalla donna è conseguenza del perdono ricevuto. Dato che mostra così grande amore, si può arguire che le è stato condonato un grande debito. L'affermazione avrebbe lo stesso significato di quella che segue e che dice il senso della parabola: «Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». Gesù fa capire al fariseo che la donna ha fatto un'esperienza che a lui manca: ha sperimentato l'amore gratuito di Dio per lei e in questa novità del perdono ha ricevuto la capacità di amare in modo nuovo.
Se la parabola evidenzia l'amore della donna come risposta al perdono ricevuto e frutto del perdono, la descrizione dei gesti che essa compie mette in luce la forza di un amore tenero e appassionato, una conversione piena, una relazione totale alla persona di Gesù. Sono le qualità della fede vera, come Gesù stesso riconoscerà, assicurandola: «La tua fede ti ha salvato».
Alla peccatrice Gesù accorda il perdono: «I tuoi peccati sono perdonati». Perdonati da Dio, s'intende. Gesù, però, non le annuncia soltanto che Dio l'ha perdonata, ma è Lui stesso che le concede il perdono in nome di Dio. È attraverso di Lui che Dio la perdona. Così intendono i convitati, che non nascondono il proprio stupore. «Va' in pace»: rimettiti in cammino nella libertà, nel rapporto pienamente ricuperato con Dio e con i fratelli.
«I tuoi peccati sono perdonati». Chi ha ricevuto il perdono, vale a dire è stato "giustificato", reso cioè giusto da Dio ai suoi occhi, viene a trovarsi in una forma di esistenza radicalmente nuova (cf Gal 2,16-21): «Non vivo più io, ma Cristo vive in me». Cristo prende possesso della mia vita. Egli diventa il soggetto che pensa, ama, opera in me. Ma non senza di me!



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
La tua fede ti ha salvata; va' in pace (Lc 7,50)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi



lunedì 10 giugno 2013

La diaconia dell'ascolto [3]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 178 al tema della diaconia dell'ascolto (Educare alla fede: la diaconia dell'ascolto).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo altri interventi.





Antropologia e diaconia dell'ascolto (Riflessioni)
di Giovanni Chifari

La fede nasce dall'ascolto e possiede sempre una base umana di partenza. Cercare pertanto di analizzare e verificare l'incidenza dell'ascolto nelle attuali società, può essere un utile strumento per avere un'intelligenza spirituale del nostro tempo. La mancanza di ascolto sembra, infatti, caratterizzare politiche non più in grado di accogliere il grido dei poveri e degli ultimi e di servire il bene del Paese, il fallimento di relazioni affettive e interpersonali, l'annoso problema educativo, nonché il dilatarsi della distanza fra nuove e vecchie generazioni e altri aspetti ancora. A questa tendenza diffusa, nel tempo della società liquida e tecnologica, si aggiunge lo stile di una comunicazione rapida e mutevole, che però sa ascoltare poco. Se questa è un po' la situazione generale, si tratta adesso di osservare se questo stile si è riflesso nella vita, nella fede e nel servizio dei cristiani, con particolare attenzione al servizio dei diaconi, cercando di verificare se esistono compromessi con le logiche e le mode di questo mondo che spegnerebbero ogni sorta di profezia nell'esercizio della diaconia o se si percepisce ancora quella "differenza" cristiana che sta alla base del servizio dell'evangelizzazione. [...]
[…]
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Ministerium Verbi (Pastorale)
di Enzo Petrolino

Nella Costituzione Conciliare sulla Chiesa la Lumen Gentium si afferma: «Il Popolo santo di Dio partecipa pure all'ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità, e coll'offrire a Dio un sacrificio di lode». Questa constatazione ci porta a riflettere e a comprendere quanto sia grave la nostra responsabilità di testimoni di Cristo, portatori della salvezza e annunciatori di speranza. «Tramite lo Spirito promesso alla Chiesa, la Parola di Dio si manifestata una volta per tutte si fa continuamente viva e presente nella Chiesa». Il Concilio dice: «Così Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell'Evangelo risuona nella Chiesa e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti alla verità intera e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cf. Col 3,16)». […]
La Parola di Dio, quindi, appartiene a tutti. Tutti i cristiani hanno una missione profetica in virtù del battesimo e della cresima, ossia in virtù della loro unione a Cristo-profeta, e per la grazia che deriva loro dagli altri sacramenti, hanno la capacità, e quindi il diritto e il dovere, di esplicare una vera missione profetica. […]
Il diacono che nella comunità si trova a svolgere il doppio ruolo di responsabile della profezia all'interno della comunità ma anche responsabile della dimensione profetica del proprio battesimo avrà bisogno di sviluppare in modo particolare la propria competenza ministeriale in ordine alla profezia nella Chiesa. […]
Se il luogo originario della formazione al discernimento profetico potrà essere il momento accademico, si deve affermare che lo sviluppo di tale competenza ha come luogo principale la fraternità diaconale. È in questo luogo (senza escludere i luoghi di partecipazione comunitaria più ampia) che il diacono può essere aiutato a sviluppare tale capacità. […]
[…]
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Il diaconato permanente… in evoluzione (Analisi)
di Vincenzo Mango

Dalle testimonianze degli apostoli e dai testi del Nuovo Testamento è chiaramente testimoniato il grande influsso che il diaconato, riconosciuto con il carattere di ordine sacro, ha offerto soprattutto nella Chiesa primitiva e nel mondo cristiano. I diaconi, distribuiti in modo diverso nelle specifiche regioni, svolgevano dappertutto lo stesso ruolo, benché gli aspetti e gli accenti del loro impegno erano vari e in modo vario anche formulati. Il diaconato raggiunse la sua stabilizzazione nel corso del IV sec. Così che nelle direttive sinodali e conciliari proprie di tale periodo, il diaconato è considerato come elemento essenziale della gerarchia della Chiesa locale. Giunto, così, alla sua stabilizzazione, per varie ragioni e proprio nello stesso periodo, sorgeva gradualmente e in modo sempre più evidente un fatto nuovo: le funzioni del diacono, svolte anche dagli altri ministri inferiori (come i suddiaconi), finirono per assorbite da questi fino a farle diventare proprie.
Ma, con la stessa gradualità e, ritenendo che l'ordine superiore contenesse quello inferiore, anche dall'ordine superiore del presbiterato venivano man mano esercitate le funzioni del diacono, tanto che divenne prassi svolgerle definitivamente, fino a farne perdere la specificità al diaconato. Così che esso, entrato in declino nel Medioevo, scomparve come ministero permanente e le sue funzioni continuarono ad essere esercitate dai candidati ad sacerdozio, ma solo temporaneamente e nel periodo di attesa dell'ordinazione al presbiterato o all'episcopato.
Nonostante ciò, niente ha impedito che dal tempo della scolastica fino ai nostri giorni ci si interessasse del suo significato teologico e, in particolare, del problema del suo valore sacramentale come grado dell'ordine. Questa situazione, quindi, divenuta prassi fino al XX secolo, con l'avvento del concilio Vaticano II è avvenuto che l'ordine del diaconato fosse ripristinato come sacramento stabile e affidato a soggetti celibi o coniugati, riconoscendone l'originalità e l'autonomia nelle sue funzioni. […]
[…]
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I laici nella Chiesa e nel mondo (Confronti)
di Francesco Giglio

Uno dei tanti meriti del Concilio Vaticano II è stato senza dubbio la riscoperta del ruolo dei laici nell'ambito della Chiesa. Quando si parla di "laici" si intendono tutti i fedeli (eccetto i consacrati e coloro che hanno ricevuto l'Ordine Sacro) che dopo essere stati incorporati a Cristo nel battesimo e costituiti "Popolo di Dio", compiono nella Chiesa e nel mondo la missione specifica del Popolo di Dio. Il Concilio, più che badare alla Chiesa clericale, con tutto il giuridicismo che affiora nelle funzioni di autorità e di sudditanza, considera la Chiesa nell'aspetto totale di Popolo incamminato nella universale vocazione alla santità. In questa comunità ecclesiale carismatica, le mansioni, sono ordinate più secondo il mistero della carità, che non secondo la dicotomia del comando e dell'obbedienza. […]
[…]
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venerdì 7 giugno 2013

Dio che ci visita


10a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

«Un grande profeta è sorto tra noi, Dio ha visitato il suo popolo» (Lc 7,16). È la reazione piena di stupore e di timore della folla di fronte al miracolo di Gesù che ridona vivo alla madre, rimasta vedova, l'unico figlio mentre lo porta alla sepoltura, alle porte della cittadina di Nain.
Il dolore umano non lascia indifferente Gesù. Egli ne fa esperienza ed è venuto a sanare le nostre ferite. Egli vede la scena e ne resta turbato, patisce insieme, condivide il dolore e compie il miracolo. Il pianto umano giunge fino al cuore di Dio e diventa preghiera.
La «grande compassione» di Dio per la sua creatura è resa manifesta da Gesù, che per primo si avvicina alla madre consolandola: «Non piangere!». È il gesto di Gesù che sa "farsi prossimo", indicando nel contempo il modo con cui anche i discepoli, chiamati a continuare la sua opera, devono manifestare la presenza di Dio che "visita" il suo popolo. È un visitare di Dio che si fa amore concreto. Non sono solo parole consolatorie, ma l'azione porta con sé una vita rinnovata. Se il riportare in vita un morto è il segno della presenza del Dio della vita, che la risurrezione di Gesù è l'atto archetipo di ogni risurrezione, allora possiamo sperimentare nella gioia la verità delle parole di Giovanni: «Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. » (1Gv 3,14).
Alla "grande compassione di Gesù" è seguito il gesto di ridare la vita ad un fanciullo morto. È la dimostrazione che le sue parole producono l'effetto per cui sono pronunciate, perché sono parole di Dio.
Non è come per noi che possiamo pronunciare parole, anche consolatorie, ma non sempre è assicurato l'effetto per cui sono pronunciate. È emblematico a questo proposito l'episodio di Gesù quando, per dimostrare che è in grado di perdonare anche i peccati, risana lo storpio: «Che cosa è più facile: dire "Ti sono perdonati i tuoi peccati", oppure dire "Àlzati e cammina"?» (Lc 5,23).
Gesù ha dato a noi la responsabilità di essere profeti che rendono presente l'azione di Dio che è misericordia.
Se le nostre chiese si svuotano e le folle cercano altri profeti, non è forse anche perché alle nostre parole non seguono sempre quei fatti concreti che ridonano la fiducia e rianimano la speranza? E la "carità" delle nostre parrocchie è fare esperienza che Dio ha veramente visitato il suo popolo, oppure è solo distribuzione di viveri e vestiario?
Ci sono di luce e di sprone le parole di Papa Francesco: «[In Gesù è] Dio che si fa vicino per amore, cammina con il suo popolo e questo camminare arriva ad un punto che è inimmaginabile. Mai si può pensare che lo stesso Signore si fa uno di noi e cammina con noi, rimane con noi, rimane nella sua Chiesa, rimane nell'Eucaristia, rimane nella sua Parola, rimane nei poveri, rimane con noi camminando. E questa è vicinanza: il pastore vicino al suo gregge, vicino alle sue pecorelle, che conosce una ad una… Il Signore ci ama con tenerezza. Non ci ama con le parole. Lui si avvicina e ci dà quell'amore con tenerezza. Vicinanza e tenerezza! Queste due maniere dell'amore del Signore che si fa vicino e dà tutto il suo amore con le cose anche più piccole: con la tenerezza. E questo è un amore forte, perché vicinanza e tenerezza ci fanno vedere la fortezza dell'amore di Dio» (omelia a Santa Marta, 7/06/2013).



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ragazzo, dico a te, alzati! (Lc 7,14)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Enzo Bianchi


martedì 4 giugno 2013

La diaconia dell'ascolto [2]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 178 al tema della diaconia dell'ascolto (Educare alla fede: la diaconia dell'ascolto).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo altri interventi.





Rivisitare i doni del Concilio (Discorso)
di Benedetto XVI

Dall'incontro con i parroci e il clero della diocesi di Roma, 14 febbraio 2013

Carissimi, [...] per oggi, secondo le condizioni della mia età, non ho potuto preparare un grande, vero discorso, come ci si potrebbe aspettare; ma piuttosto penso ad una piccola chiacchierata sul Concilio Vaticano II, come io l'ho visto [...]. [Nel novembre '62, era stato nominato perito ufficiale del Concilio, n.d.r.]. Noi siamo andati al Concilio non solo con gioia, ma con entusiasmo. C'era un'aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa, perché la Chiesa era ancora abbastanza robusta in quel tempo, la prassi domenicale ancora buona, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa erano già un po' ridotte, ma ancora sufficienti. Tuttavia, si sentiva che la Chiesa non andava avanti, si riduceva, che sembrava piuttosto una realtà del passato e non la portatrice del futuro. E in quel momento, speravamo che questa relazione si rinnovasse, cambiasse; che la Chiesa fosse di nuovo forza del domani e forza dell'oggi. E sapevamo che la relazione tra la Chiesa e il periodo moderno, fin dall'inizio, era un po' contrastante, cominciando con l'errore della Chiesa nel caso di Galileo Galilei; si pensava di correggere questo inizio sbagliato e di trovare di nuovo l'unione tra la Chiesa e le forze migliori del mondo, per aprire il futuro dell'umanità, per aprire il vero progresso. Così, eravamo pieni di speranza, di entusiasmo, e anche di volontà di fare la nostra parte per questa cosa. [...]
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Quale identità diaconale proviene dall'ascolto? (Spiritualità)
di Giuseppe Bellia
L'anno della fede è un'occasione per rivisitare, secondo la verità dell'autorivelarsi divino, il senso del servizio diaconale e più esattamente il percorso spirituale della diaconia ordinata. Ma qui sorge una domanda: esiste una spiritualità diaconale? E questa in che cosa si distingue da una spiritualità presbiterale e laicale? In che modo interagiscono e collaborano per i diaconi sposati la spiritualità ministeriale e quella matrimoniale? […]
Non conosciamo a riguardo riflessioni compiute e visioni sistematiche, anche se in questi anni sono state presentate alcune interessanti proposte, non si ha ancora una solida teologia del servizio a cui attingere per una spiritualità diaconale di respiro ecclesiale. […]
Ritengo tuttavia che per rispondere alla domanda iniziale si deve prima chiarire il valore dei termini usati, perché nel nostro tempo, al di là della rinnovata attenzione e del ritrovato interesse per questi argomenti, si riscontra una sostanziale ambiguità nell'uso del termine "spiritualità", carico di molti e disparati ammiccamenti filosofici e religiosi, ricco di fascinose suggestioni letterarie ed esperienziali e, a motivo della sua versatilità e indeterminatezza di fondo, soggetto a non pochi fraintendimenti e distorsioni, dentro e fuori la comunità cristiana.
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La diaconia del Servo di Jahwè (Focus)
di Ortensio Da Spinetoli
La storia, si suole dire, è maestra della vita; è una scuola da cui tutti imparano, piccoli e grandi, individui e collettività. Anche Israele ha visto, maturare la sua, singolare, unica esperienza religiosa attraverso le varie, alterne vicende che ha registrato nel suo percorso nel tempo. […]
L'esperienza che veramente segna una svolta nella mentalità e nella spiritualità israelitica è l'esilio. […]
La nuova spiritualità biblica si trova incarnata in una figura ideale che compare nella seconda parte del libro di Isaia, il "Servo di Jahwé", solo che la specificazione che lo distingue ("di Jahwé") sembra far capire che le sue prestazioni siano di ordine sacro, riguardano la salvaguardia dell'onore dovuto alla divinità, il ricupero del suo prestigio davanti ai torti, alle offese ricevute, dagli uomini. […]
La diaconia cristiana se si risolve in un servizio sacro, cioè in una diversa partecipazione al culto e non cerca di ricalcare quella di Gesù che è passato per le contrade della Galilea facendo del bene a tutti e guarendo gli uomini da ogni infermità (At 10,38) non può dirsi allineata con l'opera che Dio in primo luogo attende dalle sue creature. […]
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