sabato 27 aprile 2013

La fisionomia inconfondibile della comunità cristiana


V domenica di Pasqua (C)

Appunti per l'omelia

Paolo e Barnaba, ritornando nelle comunità da loro fondate, confermano i discepoli e li esortano a restare saldi nella fede. E riferiscono "tutto quello che Dio aveva operato per messo loro" (cf At 14,21-27). È il coinvolgimento della comunità cristiana che in tutte le sue componenti si sente cointeressata e responsabile, è il comunicare l'esperienza di quanto Dio opera in noi e attraverso di noi: tutto rientra nello stile e nello spirito di famiglia che deve caratterizzare la comunità dei discepoli di Gesù.
Questa comunità, infatti, porta in sé la novità, unica, dell'esperienza del Signore risorto. Ha in sé il germe di un rinnovamento che investe il proprio essere ed il proprio agire nella misura in cui cresce il nostro rapporto con Lui. La grande novità finale, mentre l'attendiamo nella speranza e nella gratitudine, possiamo quindi già sperimentarla come in anticipo. Ed il segreto e lasciar vivere Gesù risorto in noi e fra noi, attuando il suo "comandamento nuovo".
Nel vangelo odierno (cf Gv 13,31-35) viene riportato l'inizio di un lungo discorso di addio che Gesù nell'ultima cena tiene ai discepoli, dai quali la morte sta per separarlo. Morte che inaugura la "glorificazione", cioè la manifestazione e comunicazione piena di Dio e del suo amore attraverso di Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35).
È "nuovo", questo modo di amare, perché è innovativo, perché è reciproco. Ha il suo modello, la sua misura e la sua sorgente inesauribile nell'amore stesso di Gesù. Non: come ami te stesso. Ma: come ci ama Gesù. Questo "come", se lo prendo sul serio, è inquietante. Non dà pace. Non consente una sosta, un attimo di respiro per me. Questo "come" significa "fino al dono della propria vita": «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,3); ed ancora: «...li amò sino alla fine» (Gv 13,1). La profondità e la forza provocatoria di questo "come" Gesù l'aveva mostrata col gesto di lavare i piedi ai discepoli e con l'appello «come ho fatto io, così fate anche voi». (cf Gv 13,14-15). Ma il "come" ha anche un significato causale. Cioè: siccome, poiché io vi ho amato, questo amore, che vi comunico e che vi invade, riversatelo gli uni sugli altri. Nessuno può dire "mi è impossibile amare", perché Gesù ci dona l'amore con cui amare e ce lo dona soprattutto quando lo incontriamo nella sua Parola e nei Sacramenti. Un'altra caratteristica poi di questo amore è: tale amore, praticato dai discepoli, manifesta al mondo l'amore vissuto da Gesù. Se infatti i cristiani si amano come Gesù li ama e con l'amore stesso che Gesù partecipa loro, chiunque li avvicina non potrà non avvertire l'amore stesso di Gesù, che è poi l'amore della Trinità.
È un modo nuovo di vivere e di amare, che è il modo di vivere e di amare di Gesù, cioè l'amore trinitario.
Non ci sono altri segni che permettono di identificare i cristiani. «Da questo tutti sapranno che siete i miei discepoli». Discepoli non di un morto, ma di uno che vive in mezzo a loro, perché risorto. Lo scopriranno «tutti», anche i più distratti e i più disperati. Lo riconosceranno non dai bei discorsi che sapremo fare, dalla nostra capacità organizzativa, dalla nostra attività instancabile… Ma lo scopriranno «dall'amore che avrete gli uni per gli altri».
Questa testimonianza definisce la fisionomia inconfondibile della comunità cristiana, senza possibilità di equivoci.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Amatevi anche voi gli uni gli altri (Gv 13,34)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi



venerdì 19 aprile 2013

Nell'unità del Padre e del Figlio


IV domenica di Pasqua (C)

Appunti per l'omelia

Nella breve dichiarazione di Gesù, riportata nel brano evangelico (cf Gv 10,27-30) di questa IV domenica di Pasqua, detta del Buon Pastore, è racchiusa tutta l'esperienza cristiana. Si tratta di un legame profondo che si stabilisce fra il Signore risorto e coloro che, credendo in Lui, fanno parte della Chiesa. Legame che Gesù descrive attraverso l'immagine del pastore e del gregge.
Alcuni verbi ed affermazioni riguardano le pecore ed a queste affermazioni ne corrispondono altrettante sul pastore. È un intreccio che esprime la qualità e l'intensità unica del rapporto fra Gesù e i suoi discepoli.

«Io le conosco». Non si tratta di una conoscenza superficiale, anagrafica, ma di un "conoscere" che significa relazione d'amore personale, profonda; relazione che supera l'intimità della stessa relazione nuziale e la tenerezza di una madre o di un padre nei confronti del proprio figlio. Gesù mi assicura: "Io ti conosco"; so tutto di te; tutto mi interessa di te; mi prendo a cuore ogni particolare della tua vita; ti amo.
«Io do loro la vita eterna», vale a dire, la vita stessa di Dio, la comunione del Figlio col Padre, la medesima relazione d'amore che da sempre lo lega al Padre, lo Spirito Santo. È il dono permanente che Gesù fa ai suoi, la realtà sovrumana in cui li introduce.
«Ascoltano la sua voce». La legge che regola il rapporto di Gesù con i suoi è la reciprocità: "Ascoltano" la sua voce. È l'atteggiamento fondamentale dei credenti. Essi accolgono la parola di Gesù, la interiorizzano, la custodiscono nel cuore. Non ne lasciano cadere a vuoto neppure una. E caratteristica di questo ascolto è l'attenzione vigile e piena d'amore non solo alle parole, ma prima ancora a Colui che ci parla, Gesù. È aver imparato a riconoscere, a colpo sicuro, fra le mille voci e i tanti messaggi che ci raggiungono, quali sono in sintonia con la sua voce e quali no.
«Mi seguono». L'ascolto diventa azione, l' "udire" sfocia nell' "ubbidire".
È a questo punto che Gesù potrà svelare il futuro della sua relazione con i discepoli: le sue pecore «non andranno perdute in eterno» e «nessuno le strapperà dalla mia mano». Egli le difende, le protegge. In mano a Lui godranno la massima sicurezza, perché in ultima istanza, esse appartengono al Padre, che le ha affidate a Gesù e rimane con Lui nel custodire il gregge, perché – afferma Gesù - «Io e il Padre siamo una cosa sola».
Affidarsi a Gesù vuol dire mettersi nelle mani del Padre, perché Gesù e il Padre agiscono con un medesimo potere e sono spinti da un medesimo amore in favore delle pecore. Questa unità nell'agire, secondo cui il Figlio opera inseparabilmente dal Padre e viceversa, suppone la loro unità nell'essere.
Custoditi dall'unità e nell'unità tra il Padre e il Figlio, i discepoli sono destinati a diventare sempre più una cosa sola: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21).
Questa è la consolante realtà: "ascoltando la voce" di Gesù e "seguendolo", veniamo introdotti in questa unità. Così, se vivo unito a Gesù, posso dire anch'io: "Io e il Padre siamo una cosa sola".



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io conosco le mie pecore ed esse mi seguono (Gv 10,27)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


martedì 16 aprile 2013

Benedetto nel suo silenzio parla a Dio… e parla a noi


Oggi, 16 aprile, compleanno di Benedetto XVI.
Riporto quanto Fabio Ciardi ha pubblicato nel suo blog per questa occasione, mettendo in risalto quanto sia "parlante" il silenzio di Benedetto, carico di quella preghiera silenziosa che Gesù rivolgeva al Padre.

Ecco l'articolo:

Buon compleanno, Benedetto!

I riflettori sono tutti puntati su papa Francesco. Ha i suoi settantasei anni suonati, ma per un papa non sono molti, anzi appare giovane, dinamico, creativo. Continua ad essere oggetto quotidiano dei discorsi della gente. I suoi libri e i libri su di lui sono schizzati in cima alle classifiche, così come i filmati che circolano su youtube.
Il vecchio papa invece è entrato in un cono d'ombra mediatico. Forse oggi ci sarà un breve ritorno di fiamma, per ricordare i suoi 86 anni. Domani sarà di nuovo il silenzio, anche se non l'oblio.
È proprio il silenzio la nota che sembra caratterizzare questo momento della sua vita. Non tanto il silenzio su di lui, ma il silenzio di lui. Sappiamo che è nella residenza di Castelgandolfo, ma non si affaccia più al balcone e non lo si sente più né il mercoledì all'udienza, né la domenica all'Angelus. Sappiamo dov'è, ma non sappiamo cosa fa: abbiamo visto soltanto una foto strappata da un settimanale alla sua privacy e un breve filmato in occasione della visita di papa Francesco. Per il resto niente, sembra scomparso.
Non parla più il vecchio papa. O meglio, non parla a noi. Continua a parlare, ma la sua voce si dirige altrove, in alto. L'aveva annunciato al momento del suo ritiro: "Il Signore mi chiama a 'salire sul monte', a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione". È il suo modo nuovo di servire la Chiesa, con la dedizione e l'amore con cui l'aveva fatto da papa, "un modo più adatto alla mia età e alle mie forze".
Non vediamo cosa fa, ma sappiamo cosa fa. Fa come Gesù, che di notte si ritirava sul monte a pregare. Cosa diceva Gesù al Padre in quei suoi colloqui solitari e prolungati? Rimane il suo segreto. Ma l'ultima sera, dopo aver cenato con i suoi, Gesù parlò al Padre ad alta voce, consentendoci di entrare in quel colloquio. Pregava per i suoi discepoli, per quanti il Padre gli aveva affidati, per la comunità futura, per l'umanità intera, perché tutti fossero uno. Forse soltanto in quel momento, grazie a quella preghiera, i discepoli si resero conto di quanto Gesù li aveva amati e li amava.
Se potessimo entrare nella cappella di Benedetto XVI ci troveremmo anche noi davanti a un Gesù che continua a pregare il Padre per noi, e come i discepoli anche noi ci renderemo conto di quanto egli ci ha amato e ci ama. Come c'è un Gesù che passa tra le folle e annuncia il Vangelo e compie miracoli, c'è un Gesù che alza gli occhi al cielo e sostiene la vita e l'opera della Chiesa.
Nel suo silenzio Benedetto parla dunque a Dio, ma con suo silenzio parla anche a noi. In modo nuovo rispetto a come ha parlato in questi anni. Quanto è eloquente il suo silenzio. Dice che senza la presenza del Signore il nostro lavorare rischia d'essere vano, che senza radici l'albero non cresce e senza fondamenta la casa crolla. Proclama la fecondità dell'umiltà che, secondo l'etimo latino, rimanda all'humus, alla terra buona, capace di dare frutti buoni, quelli che ogni stagione può e deve dare, e non altri. Ricorda che il vero potere è quello di dare la vita, di aver cura dell'altro, di servire. Benedetto XVI continua a fare quello che si era proposto quando apparve alla loggia di san Pietro il giorno della sua elezione: "sono un umile servitore nella vigna del Signore".


sabato 13 aprile 2013

Il diacono sposato… [4]



Segnalo altri articoli apparsi sulla rivista Il Diaconato in Italia, n° 176/177, numero monografico dal titolo Il diacono sposato: formazione e spiritualità della coppia.
Queste che segnalo, sono tre testimonianze: nella prima il figlio sacerdote ricorda il papà diacono, ora defunto; le altre due sono le esperienze di due diaconi che operano in ambiente ospedaliero.
Tutto è riportato nel mio sito di testi e documenti.




"Benedicimi, o padre" (Testimonianza)
di Marco Ricci

[…]
Per un figlio non è facile descrivere in poche righe la figura del proprio papà e ancor più per me, in quanto, mi è stato chiesto di ricordare la sua figura come diacono permanente che ha servito la Chiesa di Napoli per 28 anni. […]
La mia chiamata al sacerdozio non è stata per nulla condizionata dalla sua scelta diaconale ma, sicuramente, la sua testimonianza di vita cristiana e il suo servizio diaconale hanno segnato il mio cammino di fede. […]
[…] Diceva sempre che il diacono è al servizio della Parola e della Carità e non è un chierichetto con la stola che deve farsi vedere sull'altare nelle celebrazioni liturgiche; ricordo che ogni volta che c'era qualche solenne celebrazione in cattedrale o in parrocchia con il vescovo o il cardinale, lui fuggiva e si metteva da parte lasciando spazio agli altri. Pure nel giorno in cui mi sono stati conferiti i ministeri e le ordinazioni diaconale e presbiterale, papà non ha mai voluto assistere all'altare ma si è seduto trai banchi in preghiera. Solo il giorno della mia prima messa l'ho convinto ad assistermi all'altare e forte mi è battuto il cuore quando, al momento del Vangelo, lui, il mio papà ha detto: «Benedicimi, o padre...».
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Un diacono in ospedale (Testimonianza)
di Pippo D'Antona

Per un anno, ho cercato di stare vicino agli ammalati ricoverati nella Fondazione Pascale di Napoli. Passavo in ospedale due pomeriggi a settimana…
[…]
Quando entravo in ospedale, per prima cosa salivo all'ottavo piano dove allora c'era la cappella... Io chiedevo a Gesù di darmi la forza di capire e dimostrare la mia sincera fraternità alle persone che avrei incontrato.
Poi scendevo al terzo o al sesto piano e cominciavo il mio giro. Bussavo, mi presentavo come uno dei diaconi della vicina parrocchia e chiedevo se potevo essere utile. […]
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Una chiamata molto diretta (Pictures)
di Bruno Zanini

[…]
Iniziai [il mio servizio in ospedale] il 1° aprile del 2004… Ormai sono passati sette anni... Inizio con titubanza, un po' impacciato, poi a poco a poco mi trovo sempre più a mio agio, grazie anche agli aiuti del cappellano, di don Brunetti, del diacono Arsen e di altri. Gli incontri in ospedale sono vari, dalle nuove vite che nascono, dove c'è gioia, agli operati, agli ammalati terminali, fino alla camera mortuaria (una bella ginnastica!). Passare a visitarli tutti, informarsi, consolarli, e, più importante, ascoltarli, stare lì. Il malato ti vuole tutto per sé e se non sei superficiale si confida, si apre, sente che lo ami. Diceva il card. Ballestrero: «Bisogna amare gli uomini non perché lo meritano, ma perché Dio li ama». […]
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venerdì 12 aprile 2013

L'amore al di sopra di tutto!


III domenica di Pasqua (C)

Appunti per l'omelia

Il brano evangelico di questa domenica narra l'incontro di Gesù risorto con un gruppo di sette discepoli e in modo speciale con Simon Pietro. Essi lo riconoscono in seguito al miracolo di una pesca sovrabbondante. Il miracolo è una splendida immagine della missione apostolica di essere "pescatori di uomini". Missione la cui enorme fecondità trova il suo segreto e la sua sorgente nella parola di Gesù e nella sua presenza. Una missione universale, perché raccoglie la grande varietà di popoli e razze nell'unità della Chiesa, simboleggiata dall'unica rete che non si spezza, nonostante la grandissima quantità di pesci.

"Quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: È il Signore!". Si tratta probabilmente di Giovanni, ma sta ad indicare anche ogni vero discepolo che è oggetto dell'amore personale di Gesù e a sua volta corrisponde a tale amore. Ognuno di noi può essere quel discepolo. Se egli per primo riconosce Gesù, è proprio perché è "amato" da Lui, perché la fede in Cristo è sempre un dono suo. Così nel cuore del discepolo si accende un'intuizione folgorante: "È il Signore! È Gesù risorto!". Ed il "Signore" con squisita delicatezza ha preparato loro la colazione: "Venite a mangiare"; "Si avvicinò, prese il pane e lo diede loro...". Il linguaggio e tutta la scena richiamano l'Eucaristia, quell'Eucaristia dove ogni domenica anche a noi è dato di rivivere la medesima esperienza!

Segue poi un dialogo serrato fra Gesù e Pietro. Finora la missione dell'Apostolo e della Chiesa era raffigurata con l'immagine della pesca e del pescatore (è Pietro che trascina a riva la rete piena di pesci). A questo punto Gesù passa a un'altra immagine: quella del gregge e del pastore. Ed a Pietro Gesù affida il compito di essere suo vicario nel guidare la Chiesa sulla via della missione, come un pescatore, raccogliendola incessantemente nell'unità come fa un pastore. Però prima di affidare a Pietro l'incarico di "pascere" il suo gregge, la Chiesa, Gesù tiene l'esame al candidato. È un esame che non si basa sul quoziente di intelligenza, sulle competenze professionali o sulle capacità organizzative (la Chiesa ha anche grandi capacità organizzative!), ma sull'amore personale a Lui, Gesù. Accettare e svolgere il servizio di pastore (vescovo, prete, diacono...) è un grande atto di amore di Gesù e a Gesù: Se mi ami, pasci. Ma anche: se non ami Gesù, non sei in grado di assumerti tale servizio.
Dunque, chi ama serve!
Ma ama e serve Cristo, non altro! E se Pietro è colui che ama più degli altri, non di meno è per ciascuno di noi che vogliamo seguire il Maestro, guidati da Pietro. Perché la famiglia ha un'unica fisionomia, quella dell'amore.
E Gesù non si stanca di interpellarci: "Mi ami più di ogni persona cara, più della tua famiglia, più del tuo lavoro e dei tuoi progetti, più della tua stessa vita?". "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo!". Parole che non significano soltanto che Gesù solo conosce la misura dell'amore di Pietro per Lui; ma, più profondamente, che l'amore che Pietro sente di portare a Gesù, è sicuro di riceverlo da Lui. Ama Gesù, ma sa che Gesù gli dà di poterlo amare e non cesserà di comunicargli questa capacità di amarlo. È una dichiarazione d'amore traboccante di fiducia e di riconoscenza.
Così è per ciascuno di noi!

(Immagine: Cattedrale di San Pietro, Frascati – Altorilievo sito dietro l'altare centrale)



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Simone, mi ami? (Gv 21,16)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


martedì 9 aprile 2013

Il diacono ministro del portico


Segnalo un articolo di Luca Garbinetto, presbiterio della Pia Società San Gaetano (famiglia religiosa dove, tra gli altri, vivono e operano sacerdoti e diaconi, "per promuovere la diaconia nella vita e nella missione della Chiesa"), dal titolo Il diacono ministro del portico, pubblicato sulla rivista Il Diaconato in Italia, n° 176/177.
Ho scritto, anche recentemente, su questo blog della necessità che l'opera di evangelizzazione esca "dal recinto" dove troppo spesso è ancorata, per essere, in mezzo al mondo, segno e presenza dell'amore di Dio per l'umanità.
Il diacono, anche per il suo particolare stato di vita di coniugato e di lavoratore, ha un particolare ruolo in tutto questo ed una particolare sua specificità.

Scrive Luca Garbinetto:
«Nell'evangelizzare… tutta la Chiesa trova la sua identità. La Chiesa esiste per evangelizzare. Dunque, anche il diacono, come battezzato e ministro della Chiesa, trova certamente nell'evangelizzare il suo status più autentico e profondo e si definisce nel suo essere personale.
Qual è, in altri termini, la maniera di evangelizzare propria del diacono? Tale maniera, per non rimanere nell'alveo dei buoni propositi incompiuti, deve uscire dalla semplice esortazione a mantenere questo o quell'atteggiamento.
L'incarnazione richiede che si concretizzi il tutto in luoghi e tempi precisi. Ecco che, a questo punto, ci tornano utili le immagini, la immagine: il portico. Il diacono evangelizza abitando sotto il portico. Che cos'è il portico? Innanzitutto è il luogo dell'incontro a fianco della piazza. Non è dunque un luogo originariamente "religioso". È il luogo riparato in cui la massa che si riunisce nella piazza trova paradossalmente un momento di stacco, di raccoglimento, di pausa e ha lo spazio per parlare, per dialogare, per passeggiare con un certo ordine, per riconoscere l'altro.
Il portico è quello spazio semiaperto in cui non c'è l'oppressione delle pareti che ci separano dal mondo e allo stesso tempo non c'è lo smarrimento e la confusione della piazza, dove fra l'altro si rischia di essere coinvolti nel traffico e nel via-vai dei motori. Il portico è, nelle città, l'ambiente del caffè e del gelato, dell'acquisto e della vendita, insomma dell'amicizia, del lavoro, delle relazioni umane.
Il portico è allora il luogo dell'incontro con l'uomo fragile e con la fragilità dell'uomo. Bisogna avere però il coraggio della notte, soprattutto della propria notte interiore, che l'incontro con il povero fa sempre venire a galla drammaticamente. Siamo noi poveri dentro, siamo noi peccatori e feriti nello spirito, più ancora che nella carne.
Il diacono, ministro del portico, è allora il ministro dei poveri, per i quali deve avere una attenzione privilegiata, senza mai nascondersi e rifugiarsi in presunti altri compiti pastorali che ne limitino l'impegno per i derelitti della terra. Anzi, il diacono è il ministro della pastorale della notte, cioè di una pastorale meno preoccupata di grandi progetti e impeccabili programmazioni, e più attenta alla fantasia dell'amore, alla priorità delle relazioni, alla premura per le fragilità di ogni persona. (…)».

(Leggi tutto l'articolo…)

venerdì 5 aprile 2013

La comunità vivificata dal Risorto


II domenica di Pasqua (C)

Appunti per l'omelia

Il brano evangelico che caratterizza la liturgia di questa domenica è quella dell'incontro di Gesù risorto con i discepoli il giorno di Pasqua e otto giorni dopo, con la significativa esperienza di Tommaso, nel quale intravediamo il cammino di tutti coloro che avanzano lentamente verso una fede sempre più matura ed autentica.
Su questo episodio rimando agli Appunti per l'omelia dell'analoga domenica dello scorso anno, "La nostra vita con il Risorto".
Ora vorrei piuttosto soffermarmi sulla prima lettura, tratta dagli Atti (cf At 5,12-16), dove viene descritta la vita della prima comunità di Gerusalemme e l'opera di Pietro, frutto dell'esperienza dell'incontro con il Signore Risorto: «una moltitudine di uomini e di donne» che si aggiungevano alla schiera dei discepoli. «Portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro… e tutti venivano guariti».

Guardando a questo episodio, ripenso alle parole illuminanti che Papa Francesco ha pronunciato all'omelia della Messa del Crisma il 28 marzo scorso, parlando della forza evangelizzatrice che deriva dall'«unzione» di cui sono rivestiti i sacerdoti.
«L'immagine dell'olio che si sparge, che scende dalla barba di Aronne fino all'orlo delle sue vesti sacre, è immagine dell'unzione sacerdotale che per mezzo dell'Unto giunge fino ai confini dell'universo rappresentato nelle vesti».
«Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo… La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l'unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l'olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, "le periferie" dove il popolo fedele è più esposto all'invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede. La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell'Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore».
«Così bisogna uscire a sperimentare la nostra unzione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle "periferie" dove c'è sofferenza, c'è sangue versato, c'è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni».

Questa è l'opera che il Signore Risorto compie anche oggi in mezzo a noi!
Opera alla quale è associato non solo il sacerdote, ma, insieme con lui, tutta la comunità cristiana, formante un solo Corpo: è l'opera che ogni credente, in virtù dell'unzione battesimale, esercita, testimoniando l'attualità del vangelo di Gesù nelle "periferie" dell'esistenza del mondo di oggi.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Abbiamo visto il Signore (Gv 20,25)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


mercoledì 3 aprile 2013

Il diacono sposato… [3]



Segnalo altri articoli apparsi sulla rivista Il Diaconato in Italia, n° 176/177, numero monografico dal titolo Il diacono sposato: formazione e spiritualità della coppia. Articoli questi, riguardanti specificatamente la moglie del diacono, che ho riportato nel mio sito di testi e documenti.






Formazione e spiritualità del diacono e della sposa (Il Punto)
di Montserrat Martinez

Nella vita del cristiano, nel suo cammino di crescita della fede ricevuta nel battesimo, potrebbe esserci un momento in cui si richieda necessaria la risposta ad una chiamata di Dio Padre chiedendo o accettando di seguirlo nel sacramento dell'ordine e nel grado del diaconato. Se questo cristiano è sposato deve prendere in considerazione questa possibilità discutendone con la moglie. Se entrambi intravedono in questo una proposta di cammino da parte di Dio, tale possibilità si trasforma in un una opzione di vita e di scelta condivisa. […]
La presente riflessione si basa sulla Ratio ed il Directorium pubblicati su istanza della Santa Sede e, a partire da questi documenti, si mettono in evidenza alcuni aspetti in riferimento alla formazione ed alla spiritualità diaconale. […]
[…]   Leggi tutto…


La rete di incontri delle mogli dei diaconi (Incontri)
A cura della Redazione

È ormai da alcuni anni che a livello nazionale ed internazionale è stata pensata una rete delle spose dei diaconi con lo scopo di creare una piattaforma per lo scambio di idee ed esperienze delle mogli (e famiglie) dei diaconi. Nel contempo, il suo obiettivo è essere un legame di sostegno e solidarietà nel mondo.
Per avviare tale esperienza sono stati posti inizialmente vari interrogativi, come ad esempio:
- Dove sentiamo gioia e soddisfazione nel ministero? Quali sono i problemi principali per noi e le nostre famiglie?
- Come sosteniamo i nostri mariti, in che senso e in che misura?
- Come conserviamo la nostra identità, mentre sosteniamo i nostri mariti? Dobbiamo essere capaci di scoprire il nostro livello di impegno.
- Sarebbe possibile organizzare un incontro per mogli nelle loro diocesi per condividere esperienze positive o problematiche?
- Come riusciremo ad ampliare la rete delle mogli?
Molte mogli di vari paesi hanno avuto la possibilità di riflettere su queste domande e di avere così informazioni utili per la riflessione sul rapporto sacramento del matrimonio e sacramento dell'ordine. […]
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Io, moglie di un diacono (Testimonianza)
di Ornella Di Simone

Io e mio marito siamo tornati a Napoli dopo sei anni di matrimonio e, con un po' di dispiacere, siamo andati ad abitare in un quartiere diverso da quello di origine, lontano da parenti, amici, e dalla parrocchia che ci ha visti crescere, in cui per tanti anni avevamo lavorato, ed in cui ci eravamo sentiti amati e protetti. Non ci eravamo ancora presentati al parroco del nuovo quartiere, quando, in nostra assenza, egli si presenta a casa per la benedizione pasquale delle famiglie.
Qui trova mia madre che, si sa come sono certe mamme, gli racconta tutti gli antefatti della nostra precedente vita parrocchiale. Di qui ad andarlo a trovare, il passo è stato breve, così come è stato breve il tempo trascorso, dopo il quale mio marito viene invitato da lui ad intraprendere il percorso di formazione al diaconato permanente. Come al parroco sia venuto in mente di proporlo proprio a lui che non conosceva bene, che non svolgeva alcuna attività nella parrocchia e che per il lavoro aveva pochissimo tempo a disposizione, per me è ancora un mistero. […]
[…]
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martedì 2 aprile 2013

Madre del Risorto




Ottavo anniversario della "partenza" di Giovanni Paolo II per il Cielo.

In questa settimana di Pasqua, in cui tutto parla di Vita, di Amore, di Incontro,… di Speranza, faccio mia questa preghiera del beato Giovanni Paolo II alla Madre del Risorto, a Colei che divenne nostra Madre, nel momento del dono estremo dell'Amore Crocifisso.





O Madre del Redentore,
Crocefisso e Risorto,
Madre che sei diventata nostra
nel momento in cui
Cristo compiva, morendo, l'atto supremo
del suo amore per gli uomini, aiutaci!
Prega per noi! Abbiamo bisogno di vivere,
con Te, da risorti.
Dobbiamo e vogliamo lasciare
ogni compromesso umiliante col peccato;
dobbiamo e vogliamo camminare con Te
seguendo Cristo.
Il tuo Figlio è risorto; prega per noi il tuo Figlio.
Anche noi siamo risorti con Lui;
anche noi vogliamo vivere da risorti:
Sostienici in questa «incessante sfida
alle circostanze umane…
la sfida a seguire la via del "non cadere"
nei modi sempre antichi e sempre nuovi,
e del "risorgere"» (Rm 52).
In questo approssimarsi
del terzo Millennio cristiano, prega per noi Dio!
Salvaci dal male; dalla guerra, dall'odio,
dall'ipocrisia, dall'incomprensione reciproca;
dall'edonismo, dalla impurità, dall'egoismo,
dalla durezza di cuore. Salvaci!