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lunedì 30 giugno 2014

Ordinazione diaconale: esultanza e gratitudine


«Mia forza e mio canto è il Signore» (Sal 118).
Ieri sera, domenica 29 giugno 2014 alle ore 18,30, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nella Basilica Cattedrale di San Clemente in Velletri (RM), mons. Vincenzo Apicella, vescovo di Velletri-Segni, ha ordinato due nuovi diaconi permanenti: Luciano Taddei, della parrocchia Santa Lucia in Velletri e Gaetano Di Laura della Parrocchia Santa Barbara in Colleferro.

La gioia e la commozione era tanta, non solo dei neo ordinati e delle loro spose e dei loro figli, ma di tutta la comunità diocesana.
Si aggiungono così due nuovi fratelli al Collegio dei Diaconi, accolti con un grande e caloroso abbraccio di pace e di fraternità.
È stato un momento speciale anche per noi diaconi, dove abbiamo potuto rivivere e rinnovare la nostra consacrazione a Dio e ai fratelli.
L'amore di Dio è grande, ed in questo oceano d'amore la nostra umanità si perde!


venerdì 27 giugno 2014

Testimonianza di fede e di amore


Ss. Apostoli Pietro e Paolo

Appunti per l'omelia

La Chiesa unisce in un'unica solennità il ricordo dei santi apostoli Pietro e Paolo, uniti nella professione di fede e nella testimonianza del loro martirio.
Dice Gesù a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa… A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 18-19).
Quella della pietra è una immagine comune, utilizzata sia per indicare saldezza e stabilità sia per suggerire l'idea dell'edificio. Nella Scrittura è usata per indicare il Signore come fondamento sicuro del suo popolo: su di lui possono sempre contare Israele e ogni credente. Il Signore è la pietra, la rupe, la roccia su cui il popolo si appoggia per vivere sicuro e per rimanere saldo nella fedeltà, anche in mezzo a prove e pericoli.
Gesù, che attribuisce l'immagine a se stesso quale pietra scartata, divenuta testata d'angolo (cf Mt 21,42), la applica a Simone, figlio di Giovanni, al quale cambia appunto il nome in "Cefa", cioè pietra, roccia, sulla quale egli intende edificare la "sua" Chiesa.
Sì, la "sua" Chiesa, cioè di Cristo: gli appartiene, non la consegna ad alcuno, la custodisce con la potenza del suo Spirito, perché le forze del male non prevalgano. E garantisce lui per la Chiesa. A Simon Pietro, tuttavia, affida il compito di essere segno visibile di unità nella fede e nella carità.
Una testimonianza di fede nella sofferenza e nella prova. Come sarà peraltro anche per Paolo: la stessa fede di Pietro e dei Dodici, alla quale si unisce anche Paolo: «Per me vivere è Cristo!» (Fil 2.21).
Una fede che contiene l'affidamento a Pietro della cura della Chiesa, missione che viene condivisa, pur rispettando lo specifico di Pietro, dagli altri apostoli, fino a Paolo e ai loro successori e collaboratori.
Ma la fede in Cristo, che non può mai essere data per scontata, ha bisogno di essere continuamente verificata, alimentata, tradotta in scelte concrete di vita, per essere testimoniata e annunziata.
Il brano di Matteo (Mt 16,13-19) mette in luce un aspetto della fede cristiana, racchiuso nell'interrogativo di Gesù: «Ma voi chi dite che io sia?», che è come dire: "Chi sono io per voi, per te?". Una domanda che esige una risposta personale e chiede che se ne valutino le conseguenze: "Chi è Gesù per me? Quanto è entrato nella mia vita? Come orienta i miei pensieri, le mie decisioni, le mie scelte?": «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Una dichiarazione di questo genere deve cambiare radicalmente la vita, altrimenti resta concretamente, pur nella sua grandezza e pregnanza, un vuoto suono di parole. Lo stesso Pietro comprenderà soltanto successivamente la portata della sua dichiarazione, dopo essere passato attraverso l'esperienza del tradimento ed essere stato coinvolto nel mistero della passione e della risurrezione di Gesù. La Pasqua del Signore sarà l'evento decisivo e determinante. Le parole si possono facilmente disperdere e cambiare, ma, se entrano nella vita, questa testimonia per loro. L'apostolo Paolo arriva ad affermare: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Per questo, facendo un bilancio della sua vita di credente e di apostolo e nella prospettiva dell'incontro definitivo e beatificante con il Signore, può scrivere con tutta umiltà e sicurezza: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,7).
E Pietro, dopo la risurrezione di Gesù, non sarà più interrogato sulla fede, ma sull'amore: «Mi ami tu?» e sarà nuovamente invitato a seguire il Maestro (cf Gv 21,15-19). Pietro in quel frangente sta comprendendo che credere in Gesù significa seguirlo lungo la via della croce, fino al martirio.
Ed è sorprendente che Gesù, nonostante tutto, continui a dire a Simon Pietro che si fida di lui, che su di lui intende fondare la sua chiesa. È incredibile come il Signore scelga con assoluta libertà e benevolenza persone deboli e fragili, anche peccatrici, e affidi loro un compito umanamente "insopportabile". Ma l'amore sapiente di Dio va oltre i nostri meriti e perfino oltre la consapevolezza delle nostre qualità.
Perché Gesù non ci lascia soli: «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20).



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Tu sei Pietro (Mt 16,18)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
•  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)


mercoledì 25 giugno 2014

Atti del Convegno Diaconi 2013 [6]
 La diaconia edifica la chiesa


La rivista Il Diaconato in Italia pubblica nel n° 182/183 gli Atti del XXIV Convegno Nazionale (Napoli 21-24 agosto 2013).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo l'intervento di Cettina Militello, dal titolo La diaconia edifica la chiesa.







La relatrice, dopo aver esordito su "Il diaconato nella Scrittura e nella chiesa antica", "il Diaconato al Concilio Vaticano II" e negli "sviluppi post-conciliari", affronta alcune "Questioni aperte".
Riporto l'ultima parte del suo intervento, relativo alle "questioni aperte":
«Restano a questo punto non poche questioni aperte. Le indico nell'ordine: 1. Il diacono ha una collocazione territoriale? 2. Ha una collocazione personale? 3. Qual è davvero il suo specifico pastorale? 4. Qual è il rischio di strumentalizzarlo di fatto in funzione di supplenza. Uno dei problemi che avverto maggiormente è quello della collocazione "territoriale". Spesso il diacono è mandato in una parrocchia come collaboratore del parroco e, se ci sono, degli altri ministri che compartiscono con lui la cura pastorale di una parrocchia. Più spesso, nella penuria di presbiteri che caratterizza molte comunità, il diacono stesso funge da responsabile.
Personalmente non credo a questo tipo di collocazione. Il diacono è sì legato a un territorio, ma a quello della intera Chiesa locale. L'ambito d'esercizio del ministero diaconale è la diocesi, non quella porzione che chiamiamo parrocchia. I suoi compiti cioè non possono essere legati a quella porzione di territorio, né lo si può far sottostare giuridicamente a uno o più presbiteri.
Espressione della carità pastorale del vescovo è appunto questa, è l'affetto e la cura che egli nutre verso la sua Chiesa che il diacono è chiamato a significare in tutte quelle periferie esistenziali dove il vescovo non può immediatamente e direttamente operare. Il diacono c'è per farsi carico dei poveri, dei malati, degli emarginati, della pastorale di settore (famiglia, scuola, lavoro, emigrazione, accoglienza, marginalità, dialogo...). Il che vuoi dire che occorre svincolare i presbiteri da queste incombenze. Restituirli alle operatività pastorali territoriali; liberarli dai compiti e dagli uffici di curia e lasciare invece che tutte queste mansioni vengano assolte dai diaconi. Se poi, opportunità pastorale, si vogliono presenti i diaconi nelle chiese parrocchiali nel giorno del Signore o in occasioni emblematiche, nessuna difficoltà. Ma la loro funzione nell'assemblea è quella di testimoniare, nel loro ministero l'ampiezza della compagine diversificata e articolata del popolo regale sacerdotale e profetico. L'assemblea liturgica è immagine della Chiesa; di più è la Chiesa in atto. Giusto, dunque, che vi si esercitino i ministri tutti ordinati e non, e dunque anche quello del diacono. Ma ciò non può fungere da alibi o depistare la complessità e globalità del servizio diaconale.
Con ciò credo di aver provato a rispondere a tutte e quattro le domande insieme. Tuttavia, nell'ordine, credo che il diacono non abbia neanche una connotazione "personale" nel senso che sempre e comunque esprime un servizio che è comune al popolo di Dio e che il vescovo significa a ragione del ministero a lui proprio. Il che pone anche la questione del candidarsi. Al diaconato, come ad ogni altro ministero, non ci si candida. Piuttosto si è chiamati. E ciò esige discernimento e preparazione adeguata teologica, liturgica, spirituale, pastorale, culturale. Lo specifico pastorale del diacono è dunque il servizio. Ma, torno a ripetere, non in linea autoreferenziale. Il servizio mai è reso a titolo personale ma nella doppia forbice della Chiesa a cui si appartiene e del vescovo della cui sollecitudine si è segno. Cade così il rischio oggettivo e riduttivo della supplenza. Non c'è bisogno di diaconi per supplire: basta il battesimo. Nella linea delle deleghe non c'è bisogno di ministri "ordinati". Il che vuol dire evitare la trappola di una clericalizzazione comunque perseguita, per responsabilizzare invece il popolo di Dio e trarre dalle sue fila i candidati al ministero».

E termina con una ipotesi: ripristinare le antiche diaconie.


   Vai all'articolo…




domenica 22 giugno 2014

Il diacono esperto in umanità


In un clima di fraternità diaconale si è svolto ieri, 21 giugno, a Roma presso la Basilica di San Lorenzo fuori le mura, un incontro per diaconi, candidati al diaconato e spose, promosso dalla Comunità del Diaconato in Italia (vedi post del 17 maggio 2014).
Il titolo dell'incontro: Il diacono esperto in umanità.
Cercherò di sintetizzare l'intervento tenuto da mons. Arturo Aiello, vescovo di Teano-Calvi, membro della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata.
Si è cercato di approfondire questo tema in previsione del Convegno Ecclesiale che la Chiesa Italiana svolgerà a Firenze nel 2015: il rilancio di un umanesimo cristiano.
Mons. Aiello ha esordito, esponendo una breve sintesi riguardante l'Umanesimo e il Rinascimento che hanno caratterizzato il periodo dopo il Medio Evo, dove si è posto l'accento sulla realtà umana "etsi deus non daretur", "come se Dio non esistesse", (tradotto letteralmente "anche se Dio non fosse dato"), affermando così il diritto naturale ad essere valido di per sé, che Dio esista o meno.
Percorso che la società occidentale ha fatto, dopo l'esperienza del medio evo, dove l'uomo si è sentito come "schiacciato" dal cielo. Ne è nato un Rinascimento cristiano ed un Rinascimento ateo, sfociato nell'Illuminismo, dove si è passati da un cielo che ci "stava addosso" ad un cielo "vuoto", un cielo senza Dio.
La ricerca del significato dell'esistenza umana, il senso del rapporto tra gli uomini, nel quale ritrovare il senso di Dio...
Dall'esperienza umana che vede l'uomo in continua contrapposizione con il proprio simile ("homo homini lupus", "l'uomo è un lupo per l'uomo"), esperienza sempre attuale del rapporto tra Caino e Abele; all'espressione di Terenzio (165 a.C.) "homo sum, humani nihil a me alienum puto", "sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano", cioè: "nulla che sia umano mi è estraneo"; all'espressione "homo homini deus", "l'uomo è un dio per l'uomo".
È l'eterna questione di chi sia veramente l'uomo, qual il suo rapporto con Dio. Così dalla domanda di Dio nell'Eden "Adamo dove sei?", dall'affermazione di Pilato "Ecce homo!", alla vera "identità" dell'uomo: "Et Verbum caro factum est", dove la "carne", la "carne-storia" diventa il luogo obbligato della salvezza.
Nell'Uomo Gesù, infatti, noi incontriamo Dio e incontriamo l'uomo.
In Gesù non ci potrà più essere la visione dualista e contrapposta di "l'uomo o Dio", ma "l'uomo e Dio". Non più "l'aut aut", ma "l'et et", perché in Gesù ci è data la piena verità di Dio e la piena verità dell'uomo.
Così, la Chiesa diventa, quale Corpo di Cristo, la continuazione nello spazio e nel tempo della presenza di Gesù, dove la "passio" del Buon Samaritano, che è Gesù, diventa la "passio della Chiesa".

È in questa prospettiva che si inserisce la presenza e l'azione del Diacono.
Ecco alcuni tratti di questa figura ministeriale, immagine di Cristo Servo, Ministro della Carità, che vive la dimensione della "soglia", uomo posto di mezzo al sacro e al profano, alla chiesa e al mondo, non dentro la "sacrestia", ma nelle periferie della società:
• Consacrato a Dio e all'umanità;
• Pontefice fra Sacro e Profano;
• Anello d'oro tra Matrimonio e Ordine Sacro (dato che i diaconi permanenti sono per stragrande maggioranza sposati);
• Abbraccio tra il Tempo e l'Eternità;
• Arpa del canto "Laudate Dominum", "Laudate Hominem";
• Agorà aperta nelle istanze degli uomini, nei vari umanesimi esistenti;
• Pane impastato di storia (umana) e di Storia (sacra), crocevia delle esistenze;
• "Rabdomante" della bellezza al mercato delle pulci (dove è in grado di scoprire preziosità nella quotidianità spesso trascurata, come il rabdomante che individua l'acqua in terra arida);
• Inviato speciale del vescovo in "terreni minati", dove ci sono situazioni estreme, dove nemmeno il prete è accettato;
• Uomo della sintesi, che sa porre in comunione situazioni particolarmente difficili e di disagio.

Può sembrare un "sogno" vedere la figura del diacono così come descritta; ma se non siamo in grado di sognare nella poca luce della nostra concreta situazione attuale, potremmo non avere un futuro significativo per questo ministero.

sabato 21 giugno 2014

Ciò che non passa


21 giugno – San Luigi Gonzaga

Il 22 giugno del 1991 papa Giovanni Paolo II, nella visita pastorale a Mantova, si recò a Castiglione delle Stiviere, città natale di san Luigi Gonzaga.
Nel ricordo di questo santo, di cui porto il nome, mi sono soffermato sull'omelia che il papa pronunciò in quella occasione, proponendo ai giovani di oggi, come modello per la sua radicalità evangelica, san Luigi Gonzaga, di cui, in quell'anno, si celebravano i 400 anni della morte.
Ecco alcuni passi di quell'omelia, che mi sono di stimolo, nella mia diaconia, per una risposta sempre più sincera e totale della mia vita alla chiamata di Dio: «San Luigi è senz'altro un santo da riscoprire nella sua alta statura cristiana. È un modello da additare anche alla gioventù del nostro tempo, un maestro di perfezione ed una sperimentata guida verso la santità. "Il Dio che mi chiama è Amore - si legge in uno dei suoi appunti -, come posso arginare questo amore, quando per farlo sarebbe troppo piccolo il mondo intero?". (…)
Anch'egli era un giovane ricco; pure a lui il Signore ha rivolto la proposta: "Vieni e seguimi" (Mt 19, 21). Ma quanto diversa è stata la sua risposta rispetto a quella del giovane di cui narrano i Vangeli! Questi "se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze" (Mt 19, 22). Non ebbe, cioè, il coraggio di abbandonare tutto fidandosi di Dio. San Luigi, invece, disse "sì" all'invito di Cristo: si fidò di lui, lasciando ogni privilegio e ricchezza; da nobile che era, si fece povero per amore del Vangelo.
Nella sua breve, ma intensa esistenza si avverte la freschezza del Vangelo divenuto vita vissuta. Egli è un autentico testimone di Cristo, che risponde senza paura alle sfide del mondo. Diventa, così, un maestro da seguire, un modello da imitare. Sì, una figura che provoca anche l'universo giovanile del nostro tempo, diviso tra l'intima tensione a dare un significato pieno alla vita e le mode superficiali della cultura individualistica e del consumismo edonista. Come Cristo, anche Luigi è diventato "segno di contraddizione". (…)
Quando il giovane [del vangelo] chiede intorno al "di più": "Che cosa mi manca ancora?", Gesù lo fissa con amore, e questo amore trova qui un nuovo significato.
"Che mi manca ancora?". Non sintetizza, forse, questo interrogativo l'anelito a qualcosa di più, che anche voi avvertite nel cuore? Non è forse la denuncia dell'insoddisfazione esistenziale che nasce nell'uomo quando egli rincorre miti e successi effimeri, i quali non possono appagare la sete d'infinito che arde nel suo spirito? Il consumismo, l'edonismo e l'individualismo lo rinchiudono in una solitudine priva di entusiasmo e di gioia. L'esistenza, allora, viene vissuta quasi fosse un'autentica schiavitù. Ma c'è un altro fatto che interpella i credenti: perché tanti giovani appaiono indifferenti verso la fede? Forse che oggi la proposta evangelica non li interessa più? È essa fuori moda, impossibile da seguire? Come essere cristiani nel nostro tempo?
Essere per gli altri: questa è la vocazione di ciascuno di noi.
Col Battesimo non abbiamo ricevuto uno Spirito da schiavi, ma da figli! Come figli siamo liberi; dunque, non dobbiamo essere schiavi, ma liberi. Non schiavi della menzogna, dell'impurità, della tristezza e del peccato; non vittime dell'indifferenza e della mediocrità, che sono insidie particolarmente pericolose in questa nostra epoca».
E l'invito del papa, che riecheggia anche oggi nella mia, nella nostra vita:
«Abbiate il coraggio della verità che vi fa liberi!
Abbiate il coraggio del cuore puro!
Abbiate il coraggio della reciprocità e del prossimo!
Abbiate il coraggio della solidarietà nella Chiesa e per il mondo!
».
E il papa conclude: «Luigi Gonzaga, un testimone della carità che non passa, che è immortale. Un testimone della nostra vocazione all'immortalità in Dio. Non passa l'uomo perché esiste Dio e lo chiama e lo vuole ricevere, lo vuole fare partecipe della sua vita che è eterna ed immortale; e così anche l'uomo è chiamato all'immortalità. Questo giovane di Mantova ci riporta sempre questo volto già proiettato nella speranza dell'eterna gioia e della eterna pace».



venerdì 20 giugno 2014

Quel Cibo che ci dà la Vita


SS. Corpo e Sangue di Cristo (A)

Appunti per l'omelia

La solennità del Corpus Domini che celebriamo ci immerge nel mistero di Dio che nella sua benevolenza e misericordia provvede alla nostra vita, è costantemente presente nella nostra quotidiana esistenza, ci sostiene con il suo Pane di Vita.
Il magnifico passo del Deuteronomio (cf Dt 8,2-3.14b-16a9), che leggiamo in questa liturgia, ci invita a riflettere sul tempo trascorso da Israele nel deserto: «Il Signore tuo Dio ti ha fatto percorre per quarant'anni nel deserto… per metterti alla prova… Ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi… per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca di Dio». La fame di cui parla questo passo corrisponde ai nostri bisogni e ai campi del vivere in cui ci sentiamo insoddisfatti e incompiuti. Ma nonostante le mormorazioni del popolo, questi è stato nutrito da Dio con un cibo del cielo. Pensando al pane, siamo portati a pensare alla terra ed ai campi dove biondeggia il grano. La manna invece parla del cielo, perché viene dal cielo, abitazione e dimora di Dio. Anzi l'atto del nutrimento qui descritto è un nutrimento "da bocca a bocca", come un bacio: dalla bocca di Dio… per la nostra bocca…
Noi abbiamo bisogno di questo nutrimento! La sapienza della Chiesa ci comanda di mangiare l'eucaristia perché sa che noi abbiamo bisogno di quel Pane per vivere, anche quando la nostra coscienza non lo riconosce…
Così, la mormorazione di Israele e la nostra mormorazione ci conducono al passo evangelico (cf Gv 6,51-58) dove i giudei si oppongono a Cristo vero pane disceso dal cielo. Il suo corpo è vero nutrimento perché è vita donata da chi non ha semplicemente la vita, ma è la vita. Noi invece abbiamo la vita, ma non siamo la vita. Per questo sperimentiamo il cammino verso la morte e allo stesso tempo uno struggente anelito alla vita ricevuta in "abbondanza". Lo scetticismo dei giudei non è distante da quello dell'uomo d'oggi che non vuole vivere grazie ad un altro, né dipendere dall'altro. Vuole contare semplicemente sulle proprie forze perché si illude di identificarsi con la vita.
Se l'uomo, tuttavia, vive di terra e di cielo, solo l'eucaristia può essere vero cibo, poiché lo rende uno con Dio che abita i cieli e si è fatto terra.
Quando il cristiano incontra Cristo nell'eucaristia, pur essendo due, divengono uno. Come il Padre ed il Figlio nella Trinità. L'eucaristia, infatti, è l'esperienza più vicina alla comunione trinitaria che sia dato di vivere all'uomo. Come il Padre è nel Figlio ed il Figlio nel Padre, così accade per il discepolo nel Figlio e del Foglio nel discepolo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui».
Se vogliamo veramente comprendere cosa significhi "fare la comunione", non possiamo che fissare lo sguardo nel mistero della Trinità e rendere grazie a Colui che ci ha chiamati a tale sovrabbondanza di vita.
(passi e spunto da Il Tesoro e la Perla, di C.Arletti)

Vedi analoghi Post:
Il dono più grande (SS. Corpo e Sangue di Cristo 2012)
Il Dono che è per tutti (SS. Corpo e Sangue di Cristo 2013)



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono il pane vivo disceso dal cielo (Gv 6,51)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
•  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
•  di Marinella Perroni (VP 2011)
•  di Enzo Bianchi


martedì 17 giugno 2014

Preghiera, poveri e pace


«Preghiera, poveri e pace»… Sono queste tre parole che hanno caratterizzato e sintetizzato il discorso che papa Francesco ha fatto alla Comunità di Sant'Egidio, domenica scorsa 15 giugno.
Alcuni passaggi del discorso mi fanno cogliere più seriamente il mio rapportarmi con le persone che il Signore mi chiama a servire. Sono parole universali, che faccio mie e che mi sostengono nella diaconia che sono chiamato a svolgere.
È interessante: «Tutto comincia con la preghiera», dice il papa. «La preghiera preserva l'uomo anonimo della città da tentazioni che possono essere anche le nostre: il protagonismo per cui tutto gira attorno a sé, l'indifferenza, il vittimismo». Tutto nasce dal personale rapporto con Dio, perché «chi guarda il Signore, vede gli altri… in particolare i più poveri… Nei poveri è presente Gesù, il quale si identifica con loro».
E poi ci sono gli «anziani». «Il trattamento degli anziani, come quello dei bambini, è un indicatore per vedere la qualità di una società. Quando gli anziani sono scartati, quando gli anziani sono isolati e a volte si spengono senza affetto, è brutto segno! (…) Un popolo che non custodisce i suoi anziani, che non si prende cura dei suoi giovani, è un popolo senza futuro, un popolo senza speranza. Perché i giovani - i bambini, i giovani - e gli anziani portano avanti la storia. I bambini, i giovani con la loro forza biologica, è giusto. Gli anziani, dando loro la memoria. Ma quando una società perde la memoria, è finita, è finita. È brutto vedere una società, un popolo, una cultura che ha perso la memoria».
E poi quello che è più preoccupante: «per mantenere un equilibrio, dove al centro dell'economia mondiale non ci sono l'uomo e la donna, ma c'è l'idolo denaro, è necessario scartare cose. Si scartano i bambini… E si scartano gli anziani, con atteggiamenti dietro ai quali c'è un'eutanasia nascosta, una forma di eutanasia. Non servono, e quello che non serve si scarta. Quello che non produce si scarta».
Ecco da dove cominciare: «Dai poveri e dagli anziani si inizia a cambiare la società. Gesù dice di sé stesso: "La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo" (Mt 21,42). Anche i poveri sono in qualche modo "pietra d'angolo" per la costruzione della società. Oggi purtroppo un'economia speculativa li rende sempre più poveri, privandoli dell'essenziale, come la casa e il lavoro. È inaccettabile! Chi vive la solidarietà non lo accetta e agisce. E questa parola "solidarietà" tanti vogliono toglierla dal dizionario, perché a una certa cultura sembra una parolaccia. No! È una parola cristiana, la solidarietà!».
E poi l'impegno per la pace: «In alcuni Paesi che soffrono per la guerra, voi cercate di tenere viva la speranza della pace. Lavorare per la pace non dà risultati rapidi, ma è un'opera da artigiani pazienti, che cercano quel che unisce e mettono da parte quel che divide…».
E le tre parole sintesi: «preghiera, poveri e pace» ed il programma: «far crescere la compassione nel cuore della società - che è la vera rivoluzione, quella della compassione e della tenerezza -, … far crescere l'amicizia al posto dei fantasmi dell'inimicizia e dell'indifferenza».