mercoledì 27 febbraio 2008

Con l’occhio della diaconia

Mi succede spesso che mentre rifletto su un dato argomento, o leggo qualche articolo o discorso, mi viene spontaneo vedere il tutto con l’occhio della diaconia; cercare magari una sua applicazione al diaconato. Alle volte può risultare una forzatura, alle volte però è una vera scoperta che mi illumina.
Di questo tipo vorrei che fossere le riflessioni che cercherò di mettere in comune: pensieri sparsi, esperienze diverse…
Continuare a riflettere sulla “nostra” identità, mi mantiene vivo e mi aiuta a non perdere mai di vista “chi sono” e “a che” sono stato chiamato.

domenica 24 febbraio 2008

Per conoscerci... (la nostra esperienza)

Vorrei comunicarvi qualcosa della storia della mia vocazione al diaconato. Qui la scrivo, per così dire, a due mani, da me e da mia moglie, perché ci vediamo insieme in questo disegno di Dio; storia che già abbiamo avuto modo di raccontare in occasione di incontri per diaconi e spose.
Premetto che ho sempre sentito, fin da giovane, una forte attrattiva a dare la mia vita alla Chiesa.
Non posso non ricordare un fatto, una circostanza nella quale ho sentito chiaramente la chiamata al diaconato.
Siamo nella metà degli anni 80; con la mia famiglia passiamo le vacanze estive in montagna.
Ogni sera andavamo alla messa nella chiesetta del paese che ci ospitava. C'era un clima semplice e raccolto. Il parroco raccoglieva attorno all'altare diversi ragazzi e ragazze. La gente del posto partecipava con molta semplicità. Vedevo il sacerdote come un padre (e molto di più) che raccoglieva attorno alla mensa la sua famiglia. E questo mi colpì.
Mi invade una forza interiore a immedesimarmi in lui. Fu un sensazione forte… commovente.
"Ecco - mi dissi - a questo sento di essere chiamato! Essere per la comunità come quel sacerdote".
Sentivo chiaramente che la mia condizione di sposato non era di impedimento, anzi… Sembrava un sogno… e non capivo come si sarebbe potuto realizzare tutto ciò. Più tardi capii che questa chiamata si sarebbe concretizzata nel diaconato.

Mi aveva sempre affascinato una visione di chiesa in cui non veniva tanto in risalto la "struttura", il dato istituzionale; quanto piuttosto una comunità di fratelli che vivevano come una famiglia.
Un ricordo in tal senso: ero al liceo e avevo da poco conosciuto la spiritualità dell'unità che anima i Focolari; ne ero rimasto affascinato perché essa dava senso e corpo a tutte le idealità di quegli anni giovanili. In particolare, avevo visto una Chiesa giovane e bella che non si identificava solo le persone che frequentavano la parrocchia, ma abbracciava tutti indistintamente, anche quelli che non mettevano mai piede in chiesa. Ne parlavo con tutti, parenti e compagni di scuola. Ad uno di questi (che quasi si scandalizzò) dissi un giorno con un linguaggio tipico giovanile, quasi estremista: "Ho capito che per fare una comunità cristiana il prete non è tutto!". Poi gli spiegai (vista la sua faccia sconcertata) che per me il prete doveva essere sacerdote e non altro…
Ritornando a noi, mi aveva sempre affascinato - dicevo - una visione di chiesa in cui veniva in risalto la realtà di una comunità di fratelli che vivevano come una famiglia. Sentivo che la dinamica della vita di famiglia, lo stile di famiglia, doveva essere lo stile della comunità ecclesiale.
Io avrei potuto dare il mio contributo in tal senso solo se avessi cercato di viverlo nella mia famiglia.
In questo contesto ho maturato la mia vocazione al diaconato.
Questo comportava coinvolgere Chiara e i nostri due figli in questa avventura, senza forzature. In altre parole, partecipando ai miei questa realtà e vivendola con loro, venivo progressivamente anche a capire sempre di più la vocazione del diacono, il suo aspetto più bello e più vero, che va oltre le mansioni prettamente ministeriali. Venivo a cogliere la bellezza del diaconato, perché, pur partecipando, il diacono, alla grazia del sacerdozio ministeriale, non ha "poteri". Tutto ciò che il diacono fa lo può fare anche un laico (e anche meglio)! E questo - da un punto di vista spirituale - mi affascinava.
Essere "come" gli altri, ma contemporaneamente "per" gli altri. Nella misura in cui io "sono" (sono diacono - amore concreto - servizio puro) gli altri "sono", non solo singolarmente, ma anche come comunità.
Ma questo comporta "non essere", scomparire… Essere, in una parola, "nulla", un nulla d'amore che contribuisce a far generare, per la grazia del sacramento dell'ordine, la comunità.
Sento di vivere pienamente la mia chiamata quando nella comunità che mi è affidata si realizza quanto vivo, quello che sono…
"Io sono gli altri!" era il pensiero dominante di quel periodo di formazione. Solo ora capisco nel senso più profondo quella frase che dissi al mio vescovo, in sacrestia, appena terminata la celebrazione dell'ordinazione, guardando la gente che stipava la chiesa: "Oggi ho capito il mio battesimo!" (cioè la grazia che mi accomuna a tutti. Se grande è la grazia ricevuta, lo è perché grande è la grazia di chi sono chiamato a servire).
Tutto questo comportava - e comporta tuttora – fare i conti con i miei limiti e le mie infedeltà… e quindi un'ascetica che tiene conto più dell'Amore di Dio che di me…
È una continua ginnastica che ha il suo campo d'azione soprattutto in famiglia, dove non posso - per la carità nei confronti di tutti - mai fare pesare il mio essere diacono; anzi è la vita di famiglia che costruisce giorno per giorno il mio essere diacono e quindi il mio essere per gli altri. Questo comporta sforzarsi a vivere in maniera che nessuno della famiglia si senta a disagio per causa mia, a causa del mio essere diacono, anche se all’inizio non è sempre stato così.
Veramente l'impegno familiare diventa un volano per essere più impastati nella vita dell'umanità e diventare sempre più un tramite di grazia.

Chiara continua...

Era un momento particolare quell'estate in montagna quando Gigi mi raccontò quello che da qualche tempo stava meditando nel suo cuore: il desiderio di diventare diacono.
Un primo momento di stupore di fronte a questa novità. Gigi mi presenta la visione di una realtà bella e nuova per la Chiesa.
Se da un lato sono affascinata da quanto dice, dall'altro non riesco ad inquadrarmi in questa realtà: mi viene da pensare che forse è una cosa che riguarda solo lui. All'improvviso, mentre sta ancora parlando, mi assale un sentimento di forte paura; non la paura che si prova alla prima uscita con la macchina appena si è ottenuta la patente, oppure la paura verso qualche animale, ma una paura più profonda, più acuta, come se in quel momento mi venisse chiesto se ero pronta a dare la vita, a darla poi per qualcosa che neanche conoscevo.
È stata una frazione di secondi, ma il ricordo è vivo… sentivo che la cosa era troppo grande e bella per dire di no. Così ho detto di sì a Dio e poi a parole anche a Gigi.
Abbiamo iniziato a vivere insieme questa nuova esperienza, che consisteva in una continua e attenta comunione tra di noi di quanto avveniva nel cuore di Gigi e che mi permetteva di entrare sempre più in una realtà che anche per me cominciava ad dipanarsi. Pian piano, in questo modo, sentivo sempre più mia questa vita; questo nuovo "stato" diventava la mia stessa vita, non qualcosa di aggiunto ad essa, ma la stessa mia vita si modificava.
E arriva il momento dell'ordinazione, un momento molto bello per la vicinanza di un vescovo che ci è stato amico e padre, e di tante persone che ci hanno voluto bene concretamente, come dei diaconi che sono venuti a far festa con noi da una città lontana. Questo particolare mi è rimasto sempre impresso, perché ne ho colto l'amore che loro stessi avevano per il ministero che stava per ottenere Gigi.
Ci sono stati "piccoli-grandi" gesti, come questi, che mi hanno fatto comprendere il senso di ciò che può essere una comunità quando la lega l'Amore.
Penso di aver compreso lì, nel momento dell'ordinazione, il significato del matrimonio come sacramento, quasi che io, Chiara, non avessi senso senza Gigi, e viceversa, nel disegno di Dio. Avvertivo una spinta a vivere più pienamente il rapporto con lui, ma nello stesso tempo provavo una sensazione di inadeguatezza per qualcosa che stava accadendo alla mia vita.
Ricordo di aver riconfermato il mio sì alla volontà di Dio su di me, e di aver richiesto allo Spirito Santo, che sentivo presentissimo, di aiutarmi a fare, qualora mi fosse stato richiesto, ciò di cui mi sentivo inadatta o provavo una certa riluttanza.
In un viaggio che abbiamo fatto in Argentina alcuni anni fa, accompagnando un sacerdote, abbiamo avuto modo di incontrare alcuni diaconi con le loro mogli. Da una di esse mi sono sentita chiedere: "Cos'è per te essere moglie di un diacono?".
Ho sentito di risponderle quello che in quel momento avevo in cuore e stavo vivendo. Le dissi così: "Per me la moglie del diacono è la 'serva' del 'servizio' del marito". Appena ho pronunciato questa frase ho pensato che certamente sarei stata fraintesa. Infatti, col termine "serva" non intendevo dire il negativo che solitamente racchiude questa parola, ma una persona, che partendo dalla consapevolezza della realtà fatta propria dal "sì" detto a Dio, decide di farsi "serva" per costruire assieme al marito quel disegno che Dio ha messo loro in cuore.
Sono rimasta stupita quando quella signora con le lacrime agli occhi ha esclamato: "Doveva venire una persona dall'Italia per confermarmi quello che anch'io sentivo da tempo".