mercoledì 9 agosto 2017

Di ritorno dal Convegno di Cefalù


Nella cornice splendida della Sicilia (sede del Convegno: Torre Normanna di Altavilla Milicia), ho partecipato con mia moglie ed altri della mia diocesi al Convegno Nazionale del Diaconato (Cefalù 2-5 agosto 2017), promosso dalla Comunità del Diaconato in Italia con la partecipazione dell'Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI e della Diocesi di Cefalù che ci ha ospitati.
Il tema: Diaconi educati all'accoglienza e al servizio dei malati (Accogliere Dio ed accogliere e servire l'altro è un unico gesto).

È sempre un'esperienza coinvolgente il poter vivere alcuni giorni, sia pur molto intensi, nel clima fraterno che la fraternità diaconale suscita. Il tema poi trattato, assai stimolate, pone la dimensione del servizio diaconale nel cuore, mi sembra, di quella che deve essere l'azione del diacono: presenza qualificata e soprannaturalmente motivata di fronte alla sofferenza umana; sofferenza che siamo chiamati a lenire con la carità di quel Dio che ha dato la sua vita per noi, a prendersi cura della carne dolorante di Cristo.
Il tema dei malati e della sofferenza è essenziale per la formazione e l'opera che il diacono è chiamato a svolgere in seno alla comunità.

Erano presenti al Convegno circa 250 partecipanti (tra cui più di 50 spose di diaconi e una quindicina di delegati vescovili), di 28 diocesi (12 le regioni ecclesiastiche rappresentate).

La celebrazione di apertura (Una giornata a Cafarnao, Mc 1,21-34), presieduta da mons. Arturo Aiello, Vescovo di Avellino e Delegato per il diaconato nella Commissione episcopale Clero e Vita Consacrata, è seguita dai saluti di don Calogero Cerami, Direttore del Centro "Madre del Buon Pastore" della Conferenza episcopale siciliana; di don Carmine Arice, Direttore dell'Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI; e del diacono Enzo Petrolino, Presidente della Comunità del Diaconato in Italia.

Significative le parole di benvenuto del Vescovo di Cefalù, mons. Vincenzo Manzella: «[…] La nostra regione ecclesiastica con le diciotto diocesi in questi ultimi anni è stata impegnata nell'accoglienza di coloro che bussano alle porte delle nostre coste per trovare dignità e libertà. Sono tante le povertà che avvinghiano la nostra regione… La vostra presenza possa essere monito di speranza per coloro che attendono il conforto e la consolazione; tendete la vostra mano allo sfiduciato e rialzate chi non può sollevarsi da terra, continuate a lavare i piedi degli ammalati, segno prezioso del passaggio di Cristo servo in mezzo agli uomini. […]».

In sintesi alcuni dei temi trattati:

 La relazione introduttiva del prof. p. Giulio Michelini ofm, docente di teologia biblica e responsabile per la formazione dei candidati al diaconato della diocesi di Perugia, dal tema: Il servo del Signore. Il mistero della sofferenza nella storia della salvezza e l'atteggiamento di Gesù verso i malati, sviluppata in quattro punti:
1) Introduzione sulla malattia, che si può dire in molti modi, ma che tocca profondamente l'esistenza. È il dolore fisico, spirituale, morale…, malattie dell'anima, malattie relazionali…
2) Come Gesù si pone di fronte alla malattia. Gesù colma la frattura che la sofferenza e la malattia producono: accoglie, rialza, reintegra, guarisce…, prende su di sé la sofferenza degli altri.
3) Diaconia di Gesù di fronte alla malattia. L'attività terapeutica di Gesù non è finalizzata solo alla guarigione, ma ha una finalità teologica, perché è il Dio di Gesù Cristo che opera in Lui. Come nel miracolo dei 10 lebbrosi: dieci guariti, ma uno solo "salvato". Oppure nella rianimazione di Lazzaro: Gesù sa che l'amico è morto, ma dice: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate». Inoltre, come racconta Marco, "tutti correvano…, molti venivano guariti". Gesù non guarisce tutti, ma di tutti si prende cura!
4) Il servizio diaconale. Quale forma di diaconia esercita Gesù nei confronti della malattia? Gesù riscatta. È venuto per servire e dare la vita in riscatto… Questa è la diaconia specifica di Gesù: non solo prendere su di sé la malattia, ma dare la vita. Questa è l'autocoscienza massima della missione di Gesù.

 La relazione di Enzo Petrolino, excursus storico dal tema: Il servizio dei diaconi ai malati e ai sofferenti nella tradizione della Chiesa, sviluppato nei primi quattro secoli, prendendo spunto dalla ricchezza dai primi documenti, dalla Didachè, alla Traditio apostolica, alle Lettere di Ignazio d'Antiochia, cogliendo il rapporto tra diaconia e malattia, tra il servizio dei diaconi e i malati e i poveri. Il diacono, "occhio e orecchio" del vescovo, che visita le case povere e si informa chi è malato… Nel coso della storia si giunge poi ad uno "svuotamento" del ruolo del diacono (e quindi alla sua non indispensabilità) per la generalizzazione dei ministeri e l'accentramento dei servizi svolti ora direttamente dai vescovi e dai presbiteri.

 La relazione di mons. Gianrico Ruzza, Vescovo Ausiliare della diocesi di Roma e Delegato per il diaconato, dal tema: Diaconi coraggiosi testimoni della buona notizia ai più deboli e ai più poveri. I diaconi per il tempo della vita quotidiana stanno in mezzo agli esclusi, nelle varie periferie… Oggi i quartieri dormitorio delle nostre città, nel profondo disagio giovanile, nelle conflittualità familiari, fra gli immigrati… Esercitano il prezioso ministero della consolazione, evitando il "dolorismo", sapendo bene che Dio non vuole la sofferenza, ma che Egli sta accanto ai sofferenti. Alla carità cristiana quindi si chiede una presenza più umanizzante perché si è smarrita la dimensione spirituale. È necessario passare dal concetto di sanità a quello di salute, perché la componente spirituale ottimizza le varie situazioni di precarietà: la salute non è solo assenza di malattia, ma anche benessere, in tutte le dimensioni, umane, di relazione… Un servizio che porti da un ambito specifico ad un ambito che punti all'eternità, per la guarigione "definitiva"… In un contesto odierno dove la stessa morte viene "esorcizzata", non si può negare la verità che l'uomo è vulnerabile. Ma Cristo supera la nostra vulnerabilità, perché solo Lui rivaluta l'uomo all'uomo. E quindi: come ci facciamo presenti? Gesù soffre volontariamente e non lascia l'uomo nella sofferenza, si accosta a lui, come ai viandanti deludi di Emmaus, e viaggia con noi.

 La relazione di don Carmine Arice, dal tema: Ero malato e mi avete visitato. I diaconi a servizio della cura dei malati in un contesto multietnico e multi religioso. Nella pastorale della salute: rispondere alla domanda di senso di fronte alla malattia e alla sofferenza…, dove è essenziale saper ascoltare, accompagnare, essere presenti, dare volto e nome ai malati, mettere le premesse affinché nessuno chieda di morire, perché non ha i mezzi per le cure. La relazione si è sviluppata poi nella descrizione della situazione della salute in Italia con l'esplosione di nuove patologie neurodegenerative (causate anche dall'invecchiamento della popolazione e dalla crisi demografica), di malattie psichiatriche. Le strutture sanitarie e assistenziali crescono, anche perché sono fonte di guadagno… Ma rimane sempre la domanda di senso!
È da notare inoltre che se i malati si trovano nelle case di cura, la maggior parte di loro però vive nelle proprie case.
Il contesto multietnico e multiculturale richiede sempre più una risposta alle domande di senso, un dialogo costruttivo nelle diverse visioni dell'uomo. La salute infatti è legata alla questione antropologica, perché la salute non è solo assenza di malattie, ma coinvolge anche il "benessere" della persona. Ma qual è il modello antropologico e quale posto occupa la dimensione spirituale della persona? Che concetti si hanno su invecchiamento, sofferenza, malattia, disabilità, morte?
Guardare allora alla salute "integrale" della persona. Questo è l'obbiettivo pastorale: avere di mira tutta la persona.
In questo contesto i diaconi, nel loro ministero, sono "tipizzazione" nella Chiesa della diaconia che è propria di tutti i cristiani, sapendo che il servizio diaconale della Parola e dell'Eucaristia non può sussistere senza quello della Carità.
Da tutto questo si può dedurre: una nuova intelligenza del ministro diaconale; la costante attenzione ed un intelligente monitoraggio sul territorio a servizio di tutta la comunità ecclesiale; una disponibilità prioritaria al ministero con i malati anche nelle strutture e soprattutto negli ospedali; una auspicabile partecipazione dei diaconi, più stretta, ordinaria e organica, alla pastorale della salute diocesana, regionale e nazionale.

 La relazione della prof.ssa Cettina Militello, Direttrice della Cattedra "Donna e Cristianesimo" della Pontificia Facoltà Marianum, dal tema: Donne a servizio dei malati e dei sofferenti. Si è parlato del rapporto tra la sofferenza e la donna. La donna è sempre presente nella sofferenza per la sua "capacità" di generare… E gravano sulle spalle della donna, non solo il dare la vita, ma anche il "curare" fino alla fine… Tutte le culture elaborano, propongono donne che accompagnano e leniscono le malattie. La diaconia, infatti, il servizio, non è questione di genere (l'amore al prossimo è del cristiano!), ma sappiamo bene che la donna, con la sua sensibilità e la sua creatività sa accostarsi alla sofferenza fino a superare la diffidenza maschile.
Si è parlato poi delle varie figure di donne cristiane nella storia della salute, dai primi secoli del cristianesimo, alle monache, alle Dame della Carità di san Vincenzo de' Paoli, a Madre Teresa di Calcutta.

 La relazione del card. Francesco Montenegro (don Franco, come è solito farsi chiamare), Arcivescovo di Agrigento, Presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute, Presidente di Caritas Italiana, dal tema: Per una diaconia dell'accoglienza. Il diaconato prenderà valore se il suo posto è la strada: il diacono non è per i riti, ma per la vita! Perché non è la Chiesa che fa la carità, ma la Chiesa è Carità. L'accoglienza guarda alle esigenze; di conseguenza la carità, la diaconia, sa guardare più in là della situazione contingente: guarda alla salvezza, fa sperimentare e incontrare la tenerezza di Dio. La vera diaconia, infatti, è possibilità di condivisione, dove l'accoglienza è completa quando faccio sentire ai poveri, agli immigrati che sono persone, sono "uomini". Accogliere, infatti, è creare relazioni per renderci più umani: quando si accoglie si diventa dimora dell'altro.
Se non è così, il povero dà fastidio, perché denuncia la mia situazione di ricco. Ma saranno i poveri a segnare la nostra eternità!

 L'intervento di Marie-Françoise Maincent-Hanquex, francese, membro del Comitato Nazionale del diaconato come rappresentante delle mogli dei diaconi, incentrato sulla figura della sposa del diacono. La moglie del diacono ha una sua vocazione propria, di essere crocevia tra il coniugale, l'ecclesiale e l'ecclesiastico. Le spose, scelte ed elette per questo ministero! Non nel fare il diacono al posto del marito, ma essere quello sfondo d'amore che permette al marito di essere quello per cui è chiamato.

Nei vari gruppi di studio, infine, si è potuto approfondire le varie tematiche, come:
1) "Essere custodi dell'ammalato", in cui accogliere non significa semplicemente ospitare o accettare qualcuno, ma partecipare della sua vita, essendone responsabili, essendone custodi;
2) "Entrare con l'ammalato in una relazione autentica", perdendo quindi se stessi, il proprio io, le proprie esigenze o il proprio amor proprio, per lasciare spazio all'altro, lavorando su se stessi per eliminare ogni ostacolo che impedisce una autentica relazione;
3) "Fare scelte operative adeguate", mettendosi fattivamente e concretamente a disposizione dell'altro nel dono di sé. Il diacono, la sua sposa, la sua famiglia, sono chiamati proprio a questo, ad occuparsi materialmente e fattivamente della persona bisognosa, impegnandosi in prima persona. Non basta infatti accorgersi dell'ammalato o lamentarsi perché nessuno se ne occupa, ma sporcarsi le mani ed occuparsene direttamente. Ma non potendo fare tutto da soli, è necessario coinvolgere in questo impegno la comunità, facendo crescere nel popolo di Dio il desiderio di partecipazione e condivisione con gli ultimi, con i più sfortunati;
4) "Guardare e non semplicemente vedere": essere cioè attenti a chi ci circonda e non fermarsi agli aspetti superficiali delle persone che incontriamo. Perché non c'è solo la malattia fisica, ci sono altri tipi di malattie, come la solitudine, l'abbandono, l'incomprensione, la povertà, l'assenza di lavoro, il tradimento negli affetti…

Le visite, poi, alla Cattedrale di Monreale ed a quella di Cefalù hanno coronato questo nostro stare insieme con la contemplazione del Cristo Pantocratore e di tutti i mosaici, dove si ha la percezione di Vedere la Parola e Sentire ciò che si vede.

Conclusioni: Cogliere sempre più la dimensione teologica del diacono, quale uomo di Dio che ha un vero rapporto personale con Cristo Servo, senza diventare un "faccendiere", ma lasciandosi fecondare dalla Parola di Dio, non per sottinteso, ma assumendo la Parola come stile di vita.
Sette parole chiave, che sintetizzino il cammino fatto e da fare:
1) Riconoscenza. Per le esperienze condivise: imparare di più a vedere l'azione di Dio e comunicare. Raccontarci la vita: saper dire cosa Dio ha fatto.
2) Diaconia (più che diacono) come dimensione della Chiesa nella quale si profila la figura del diacono, che è icona della diaconia, nella concretezza, mostrandolo concretamente.
3) Occhio. Essere uomini vigilanti, che sanno monitorare il territorio e conoscono le storie concrete delle persone.
4) Presenza. Ci sono! Il diacono c'è! I luoghi di cura non dovrebbero mai essere senza una presenza sacramentale e ministeriale.
5) Formazione integrale: teologica (teologia della fragilità), pastorale (in cui si coniuga fede e vita), formazione alla relazione, sull'esempio di Gesù le cui guarigioni sono atti relazionali.
6) Inclusione. Non una pastorale settoriale. Non una pastorale "a parte", ma "parte" di un unica azione pastorale.
7) Prendersi cura. I malati hanno bisogno di Dio: dare "pane" e "senso"! Diventando non collaboratori, ma corresponsabili.

Ci siamo lasciati con nell'anima il desiderio di "dare speranza" al nostro diaconato, per cambiare il volto delle nostre comunità: su questo ci giochiamo il nostro futuro. Perché il diaconato dipende dai diaconi! Dare quindi visibilità al nostro diaconato, con la concretezza delle nostre azioni in seno alla comunità, essendo diaconi di frontiera, che corrono avanti per salire sul carro della storia, sull'esempio del diacono Filippo che corre avanti al carro dell'eunuco della regina di Candace.
Per questo occorre una seria formazione (ad hoc per i diaconi, non sul modello dei presbiteri o dei laici) ed una adeguata informazione, perché se non si conosce non si può far vivere una seria diaconia.
Ci si è ripetuti con convinzione: basta celebrare liturgie, senza sapere cosa succede fuori!






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