venerdì 28 luglio 2017

Il Tesoro e la Perla, nomi di Dio


17a domenica del Tempo ordinario (A)
1 Re 3,5.7-12 • Salmo 118 • Romani 8,28-30 • Matteo 13,44-52
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Appunti per l'omelia

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova…
Lo trova uno che, in giorni sempre uguali, occhi fissi solo al suo lavoro, per caso, si imbatte nella sorpresa e nell'inaudito. Ben più del pane quotidiano!

Il regno dei cieli è simile a un mercante in cerca di perle preziose; trovata una di grande valore…
La trova uno che è cercatore e navigante, per il quale è gioia la ricerca stessa: andare e ancora andare, occhi che guardano oltre.

Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori: l'esito della storia sarà felice, comunque felice, nonostante tutto felice, perché nella nostra vita sono in gioco forze più grandi di noi, perché il nostro segreto è oltre noi, perché nell'uomo è posto un eccesso di desiderio e di attese, che niente fra le cose potrà esaurire, ma solo qualcosa che viene da oltre, viene come dono immeritato.
Come un tesoro non si merita, ma si accoglie, allo stesso modo Dio non si merita, si accoglie.

Il contadino vende tutti i suoi averi e compra quel campo
Il protagonista vero della parabola non è il contadino, ma il tesoro: parola così rara per dire Dio. Parola di favole, di innamorati, di romanzi; ma anche parola di un Vangelo che riaccende tutte le speranze, che rilancia tutti i desideri.

Il mercante, trovata una perla di grande valore, vende tutti i suoi averi…
Protagonista vera della vita spirituale è la perla preziosa, forza che da sempre ha fatto partire discepoli del Nazareno verso i luoghi più sperduti del mondo.

Tesoro e perla sono nomi di Dio. Contadini, cercatori o discepoli, tutti avanziamo nella vita non per decreto, ma per scoperta di tesori, perché "là dov'è il tuo tesoro, là corre felice il tuo cuore".
La vita umana non è statica, ma estatica: estasi, movimento, esodo da sé, desiderio di unirsi all'oggetto d'amore. Se la gioia di un innamoramento, di un "che bello!" a pieno cuore, non precede le rinunce, queste non generano che tristezza, freddo, lontananza, consumazione del cuore.
La vita non è etica, ma estetica: avanza non per costrizione, ma per forza di attrazione, per seduzione di tesori; per una passione che sgorga da una bellezza, dall'aver trovato la bellezza di Cristo e del mondo come lui lo sogna: Dio in me, pienezza d'umano, vita bella, estasi della storia, pace e forza, sorpresa, incanto, orizzonte, caduta e risurrezione; altre vite dentro la mia vita; un supplemento d'ali verso più libertà, più amore, più coscienza.
Ma quel dono deve diventare mia conquista. Allora lascio tutto, ma per avere tutto. Vendo tutto, ma per guadagnare tutto. È la vita e la sorpresa del Vangelo!

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo (Mt 13,44)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto (Mt 13,44) - (27/07/2014)
(vai al testo…)
 Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto (Mt 13,44) - (24/07/2011)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  L'unico nostro tesoro (25/07/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 6.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 6.2014)
  di Marinella Perroni (VP 6.2011)
  di Enzo Bianchi

mercoledì 26 luglio 2017

L'adolescenza dei diaconi



Dal Foglio di collegamento fra i diaconi, i candidati e gli aspiranti della Diocesi di Milano del Luglio 2017, Camminiamo insieme, riporto questo l'articolo del diacono Antonio Faticati. È una riflessione-commento su quanto papa Francesco ha detto ai diaconi durante la sua visita a Milano del 25 marzo 2017.
A questo proposito rimando al mio intervento del 27 marzo 2017, Custodi del servizio nella Chiesa, dove riporto l'intervanto di Francesco in risposta alla domanda che il diacono Robero Crespi gli ha rivolto.


Qui di seguito l'articolo di Antonio Faticati su Camminiamo insieme.

L'adolescenza dei diaconi

Scrivo queste righe subito dopo l'incontro di maggio dei diaconi di Zona V dedicato all'intervento del papa in Duomo il 25 marzo scorso e sull'onda dei pensieri che le riflessioni emerse e le testimonianze ascoltate mi hanno scatenato. In particolare, ho subito pensato a quanto detto recentemente dal cardinale Scola durante i lavori del Consiglio pastorale diocesano dedicato alla visita del papa: "Attenzione perché il liquido prende sempre la forma del contenitore". Intendeva dire, il cardinale, che uno dei maggiori rischi che abbiamo e quello di comprendere le parole del papa partendo dalla nostra sensibilità, dalla nostra esperienza, dal nostro modo di essere. Per esorcizzare un tale rischio, suggeriva il nostro Vescovo, occorre che le parole del papa vengano lette, rilette, meditate. Verità sacrosanta, che richiede uno sforzo analitico e non banale che intendo provare a fare.
Dunque, cosa ci ha detto il papa? Innanzitutto che non siamo preti. E che non siamo laici. E che non siamo neppure intermediari tra preti e laici. Con buona pace, finalmente, del cosiddetto ministero della soglia.
Ma se questa è la definizione per esclusione, quale sarà mai la definizione del diacono per positività? L'espressione del papa è quella di "custodi del servizio":
Voi siete i custodi del servizio nella Chiesa: il servizio alla Parola, il servizio all'Altare, il servizio ai Poveri. E la vostra missione, la missione del diacono, e il suo contributo consistono in questo: nel ricordare ti tutti noi che la fede, nelle sue diverse espressioni - la liturgia comunitaria, la preghiera personale, le diverse forme di carità - e nei suoi vari stati di vita - laicale, clericale, familiare - possiede un'essenziale dimensione di servizio. Il servizio a Dio e ai fratelli. E quanta strada c'è da fare in questo senso! Voi siete i custodi del servizio nella Chiesa.
Come oramai sappiamo da tempo, la caratteristica del papa è quella di invitare ad avviare processi. Questo si caratterizza con espressioni "imperfette", ovvero espressioni che richiedono pensiero, riflessione, discernimento. È successo lo stesso anche in Duomo a Milano: non vi è una indicazione precisa e determinata di un incarico da ricoprire all'interno della Chiesa. Però vi è l'indicazione di come qualsiasi incarico vada svolto: custodendo il servizio e dimostrando come la fede, in ogni sua espressione nella vita quotidiana, ha come sua dimensione il servizio.
Già, verrebbe da dire, bello. Ma che vuol dire? Come farlo? Qual è il modello? A chi ci riferiamo?
È noto a tutti che si cresce per imitazione: il figlio guarda i genitori o qualcuno che viene scelto per modello. Poi viene la fase della preadolescenza e dell'adolescenza dove per potersi costruire occorre prendere le distanze dal quel modello.
Ma, verrebbe da chiedersi: l'adolescenza dei diaconi è cominciata? O siamo ancora assorbiti dall'imitazione dell'altro modello di ministro ordinato che oggi la Chiesa ci propone, il sacerdote?
Ascoltando qualche confratello impegnato in parrocchia il dubbio che questo percorso sia di là da venire è molto forte: nel migliore dei casi i diaconi sono chiamati a sostituire le funzioni di sacerdoti che per prosciugamento vocazionale non ci sono più, fino a diventare facenti funzioni di parroci o di riferimento parrocchiali. Un'esperienza, questa, che e molto più intensa in altre regioni e che prelude a un rischio concreto: un giorno serviranno uomini di provata fede che possano anche consacrare pane e vino. I primi candidati saranno proprio quei diaconi impegnati già oggi a fare le funzioni del sacerdote. E questa sarà la fine del diaconato.
Nel peggiore dei casi, invece, l'attenzione e la lamentela sono focalizzati sugli spazi che il sacerdote non concede: attività, omelie, battesimi.
Davvero, mi pare che dal modello sacerdotale occorra prendere le distanze rapidamente e in modo radicale, per non creare confusioni, innanzitutto a noi stessi. Per non generare dubbi sui fedeli. Per costruire una identità ministeriale che sia autonoma ed evidente a chiunque. In questo senso lo sforzo di inviare i diaconi fuori dalle parrocchie è fondamentale, anche se poi occorre fare attenzione a che non vi siano sovrapposizioni con il sacerdote. Può senz'altro esistere una configurazione gerarchica ma sembra difficile immaginare un partenariato sacerdote/diacono in qualsiasi attività di servizio: questo genera confusione e rende vuota l'affermazione del papa sul nostro carisma specifico.
Forse non è neppure detto che questa testimonianza alla dimensione del servizio debba necessariamente avvenire in contesti già organizzati. Forse si potrebbe anche cominciare a pensare a ipotizzare nuovi e diversi modi con cui la Chiesa si fa presente agli altri attraverso i diaconi. Magari superando anche la questione dell'ambito familiare, dove il rischio è quello di finire come icone di quanti con pazienza sopportano le suocere, e del lavoro, che e molto cambiato dalle esperienze dei preti operai ma sembra che facciamo fatica a rendercene conto.
Soprattutto però mi pare che sia davvero arrivato il momento di esercitare in modo più intenso il pensiero sul nostro ministero, avendo il coraggio di prendere in mano anche in modo autonomo lo scambio di riflessioni sul nostro essere diaconi evitando il rischio di frammentazione e isolamenti. Insomma, forse è il momento di entrare nella nostra adolescenza…

venerdì 21 luglio 2017

Preoccuparsi non della zizzania, ma di avere un amore grande per la vita


16a domenica del Tempo ordinario (A)
Sapienza 12,13.16-19 • Salmo 85 • Romani 8,26-27 • Matteo 13,24-43
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Appunti per l'omelia

Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?
C'è un campo nel cuore in cui intrecciano le loro radici, spesso inestricabili, il bene e il male: nessuno è solo zizzania, nessuno puro grano. La parabola racconta due modi di leggere e lavorare il cuore. Il primo è quello dei servi che fissano l'attenzione sulla zizzania: «Da dove viene? Vuoi che andiamo a raccoglierla?» Il secondo è quello del padrone del campo che ha invece gli occhi fissi al buon grano: «Non raccogliete la zizzania, per non sradicare anche il grano: una sola spiga conta più di tutta la zizzania».

Quale dei due sguardi è il nostro? Quello opaco e triste dei servi che vede il mondo e le persone invasi dal male, che giudica con durezza manichea? Quello positivo e solare del signore del campo che intuisce, dovunque, spighe, pane e mietiture fiduciose, e che ha messo la sua forza nella mitezza?

Vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?
«Non strappate la zizzania». Noi abbiamo sempre una violenta fretta di moralizzare e mettere a posto. L'uomo infantile che è in noi grida: strappa via da te, e soprattutto intorno a te, ciò che è puerile, fragile, difettoso. Il signore del campo suggerisce: preoccupati del buon seme, ama i tuoi germi di vita, custodisci ogni germoglio. Tu non sei le tue debolezze, ma le tue maturazioni; l'uomo non coincide con i suoi peccati, ma con le potenzialità di bene.

Il vero esame di coscienza è leggere la vita con quello sguardo divino che cerca non l'assenza di difetti, illusione inutile e spesso mortifera, ma la fecondità come etica della vita. Impariamo a vedere ciò che di vitale, di bello, di promettente Dio ha seminato in noi (non è orgoglio, ma responsabilità); facciamo sì che porti frutto, che ogni granellino di senapa cresca con il dono di attrarre e accogliere vite, che ogni pizzico di lievito abbia il tempo per sollevare e rialzare i giorni inerti.
Facciamo nostra l'attività positiva, solare, vitale del Creatore che per vincere le tenebre accende ogni giorno il suo mattino, per muovere la massa immobile vi nasconde il lievito. Preoccupiamoci non della zizzania, dei difetti, delle debolezze, ma di avere un amore grande, ideali forti, desideri positivi, una venerazione profonda per le forze di bontà, generosità e coraggio che la mano viva di Dio semina in noi. Facciamo che esse erompano in tutta la loro bellezza, in tutta la loro potenza, e vedremo le tenebre ritirarsi e la zizzania senza più terreno. E tutto il nostro essere maturare nel sole.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Lasciate che la zizzania e il grano crescano insieme (Mt 13,30)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Il regno dei cieli è simile al lievito (Mt 13,33) - (20/07/2014)
(vai al testo…)
 Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza (Rm 8,26) - (10/07/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Non siamo una comunità di "perfetti" (18/07/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 6.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 6.2014)
  di Marinella Perroni (VP 6.2011)
  di Enzo Bianchi

venerdì 14 luglio 2017

Credere nella Parola più ancora che nei suoi risultati


15a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 55,10-11 • Salmo 64 • Romani 8,18-23 • Matteo 13,1-23
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Appunti per l'omelia

Il seminatore uscì a seminare…
Già solo questa frase vibra di gioia e di profezia, è colma di promesse e di mietiture, presagio di pane e di fame saziata. Ancora adesso Dio esce a seminare, e diffonde i suoi germi di vita a piene mani, e le strade del mondo e dell'anima esultano davanti a Dio, il fecondatore infaticabile delle nostre vite. Dio non è il mietitore che valuta e pesa il raccolto, ma è il seminatore: mano che dona, forza che sostiene, giorno che inizia, voce che risveglia.
Ma quante volte io ho rallentato il corso del miracolo di questo seminatore che soparce il seme a larghe mani! Io che sono strada, io che sono campo di pietre e sassi, io che sono groviglio di spine, cuore calpestato, superficie di pietra, che coltivo spine e radici di veleno...

Il seminatore uscì a seminare e il mondo è gravido di vita. La parabola fa parlare la vita. La vita non è vuota, non è assenza: c'è qualcosa di Dio nella vita. Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, anche noi in questa vita comporremmo parabole, racconteremmo di Dio con parabole e poesia, come faceva Gesù.
Noi siamo chiamati ad essere contadini della Parola, a diffonderla, con l'ostinazione fiduciosa della parabola; con fiducia, perché la forza non è nel seminatore, ma nel seme; la forza non è in me, ma nella Parola. Che non tornerà a Dio senza aver portato frutto.

Il seminatore uscì a seminare: oggi, questa mattina, adesso, esce ancora a seminare; ed è grande questo Dio seminatore, questo Dio contadino: è grande perché crede nella bontà e nella forza della Parola più ancora che nei frutti visibili. Crede nella Parola più ancora che nei risultati della Parola: è la Parola che è vera, non i suoi esiti.

Egli mi chiama a un atto di fede purissima, a credere nella bontà del Vangelo più ancora che nei risultati visibili di quella parola, a credere che Dio trasforma la terra e le persone anche quando non ne vedo i frutti. Mi chiama ad amare la sua promessa più ancora della realizzazione della promessa, ad amare Dio più ancora delle promesse di Dio.
È questo atto di fede gioiosa e forte che il Vangelo propone! Io non ho bisogno di raccolti, ho solo bisogno di grandi campi da seminare e di un cuore non derubato; ho bisogno di un Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai.
E ancora le strade del mondo potranno esultare di vita.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il seminatore uscì a seminare (Mt 13,3)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Ecco, il seminatore uscì a seminare (Mt 13,3) - (13/07/2014)
(vai al testo…)
 Il seme è la parola di Dio (Lc 8,11 - vers. al Vangelo) - (10/07/2011)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Il seminatore uscì a seminare… ovunque (11/07/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 5.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 6.2014)
  di Marinella Perroni (VP 6.2011)
  di Enzo Bianchi

venerdì 7 luglio 2017

Amare il Padre e il prossimo col cuore di Gesù


14a domenica del Tempo ordinario (A)
Zaccaria 9,9-10 • Salmo 144 • Romani 8,9.11-13 • Matteo 11,25-30
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Appunti per l'omelia

Ti rendo lode, Padre, perché queste cose le hai rivelate ai piccoli
I piccoli: di essi è pieno il Regno dei cieli, pieno il vangelo. Dio ha delle preferenze, non è neutrale: i poveri, come passeri, hanno il nido nella sua mano. Davanti a Dio non c'è nulla di meglio che essere nulla, come l'aria davanti al sole... L'unico merito dell'annunciatore è di essere infinitamente piccolo, solo così l'annuncio sarà infinitamente grande gioia.

Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi… Imparate da me e troverete ristoro
Gesù non viene portando una nuova etica, viene recando una coppa colma di pace. Non porta precetti nuovi, ma una promessa: il Regno di Dio che è pace e gioia nello Spirito. Egli si propone agli uomini come Colui che conforta la vita, perché parla il linguaggio della gioia.
Imparate dal mio cuore... Cristo si impara imparandone il cuore, cioè il modo di amare. Il cuore non è un maestro fra gli altri, è «il» maestro della vita. Inizia, allora, il discepolato del cuore, per noi, discepoli sapienti e dotti, che corriamo il rischio di restare degli analfabeti del cuore. Burocrati delle regole e analfabeti del cuore. Perché Dio non è un concetto, non è una regola o una disciplina, è il cuore dolce e forte della vita.
E troverete ristoro. Ristoro dell'esistenza è un cuore mite, senza violenza e senza inganno, una creatura in pace e senza presunzione, che diffonde un senso di ristoro nell'arsura del vivere.

Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero
Come può il giogo essere un ideale per l'uomo moderno, geloso di ogni più piccola porzione di libertà, per l'uomo che nell'ultimo secolo ha lottato proprio per scrollarsi di dosso tutti i gioghi? Nel linguaggio della Bibbia «giogo» indica la legge di Mosè che Gesù ha riassunto nel comandamento nuovo dell'amore, l'antica novità. Ma amare Dio con tutto il cuore non è cristiano; anche ebrei e musulmani hanno da amare Dio con tutto il cuore. Amare il prossimo come se stessi non è ancora cristiano, vale anche per scribi e dottori della legge.
Io non amerò Dio, amerò il Padre di Gesù Cristo, l'Abbà, lo amerò come figlio. Non amerò il prossimo come me stesso, lo amerò come Gesù lo ama col cuore mite e umile dell'unico che è Figlio e fratello. Anch'io figlio nel Figlio, fratello nel Fratello.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono mite e umile di cuore (Mt 11,29)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Sono mite e umile di cuore (Mt 11,29) - (06/07/2014)
(vai al testo…)
 Io sono mite e umile di cuore (Mt 11,29) - (03/07/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  I "piccoli", la predilezione del Padre (04/07/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 5.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 5.2014)
  di Marinella Perroni (VP 5.2011)
  di Enzo Bianchi

sabato 1 luglio 2017

Venite a me…


Parola di Vita – Luglio 2017

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28)

Stanchi e oppressi: queste parole ci suggeriscono l'immagine di persone - uomini e donne, giovani, bambini e anziani - che in qualsiasi modo portano pesi lungo il cammino della vita e sperano che arrivi il giorno in cui potersene liberare. In questo brano del vangelo di Matteo, Gesù rivolge un invito: «Venite a me...». Egli aveva intorno a sé la folla venuta per vederlo e ascoltarlo; molti di essi erano persone semplici, povere, con poca istruzione, incapaci di conoscere e rispettare tutte le complesse prescrizioni religiose del tempo. Gravavano su di loro, inoltre, le tasse e l'amministrazione romana come un peso spesso impossibile da sostenere. Si trovavano nell'affanno e in cerca di una offerta di una vita migliore.
Gesù, con il suo insegnamento, mostrava un'attenzione particolare verso di loro e verso tutti quelli che erano esclusi dalla società perché ritenuti peccatori. Egli desiderava che tutti potessero comprendere ed accogliere la legge più importante, quella che apre la porta della casa del Padre: la legge dell'amore. Dio infatti rivela le sue meraviglie a quanti hanno il cuore aperto e semplice. Ma Gesù invita anche noi, oggi, ad avvicinarci a lui. Egli si è manifestato come il volto visibile di Dio che è amore, un Dio che ci ama immensamente, così come siamo, con le nostre capacità e i nostri limiti, le nostre aspirazioni e i nostri fallimenti! E ci invita a fidarci della sua "legge" che non è un peso che ci schiaccia, ma un giogo leggero, capace di riempire il cuore di gioia in quanti la vivono. Essa richiede l'impegno a non ripiegarci su noi stessi, anzi a fare della nostra vita un dono sempre più pieno agli altri, giorno dopo giorno. Gesù fa anche una promessa: «... vi darò ristoro». In che modo? Prima di tutto con la Sua presenza, che si rende più decisa e profonda in noi se lo scegliamo come il punto fermo della nostra esistenza; poi con una luce particolare, che illumina i nostri passi quotidiani e ci fa scoprire il senso della vita, anche quando le circostanze esterne sono difficili. Se, inoltre, cominciamo ad amare come Gesù stesso ha fatto, troveremo nell'amore la forza per andare avanti e la pienezza della libertà, perché è la vita di Dio che si fa strada in noi.
Così ha scritto Chiara Lubich: «... un cristiano, che non è sempre nella tensione di amare, non merita il nome di cristiano. E questo perché tutti i comandamenti di Gesù si riassumono in uno solo: in quello dell'amore per Dio e per il prossimo, nel quale vedere e amare Gesù. L'amore non è mero sentimentalismo ma si traduce in vita concreta, nel servizio ai fratelli, specie quelli che ci stanno accanto, cominciando dalle piccole cose, dai servizi più umili. Dice Charles de Foucauld: "Quando si ama qualcuno, si è molto realmente in lui, si è in lui con l'amore, si vive in lui con l'amore, non si vive più in sé, si è 'distaccati' da sé, 'fuori' di sé" [1]. Ed è per questo amore che si fa strada in noi la sua luce, la luce di Gesù, secondo la sua promessa: "A chi mi ama... mi manifesterò a lui"[2]. L'amore è fonte di luce: amando si comprende di più Dio che è Amore (…)» [3].
Accogliamo l'invito di Gesù ad andare a Lui e riconosciamolo come sorgente della nostra speranza e della nostra pace. Accogliamo il Suo "comandamento" e sforziamoci di amare, come Lui ha fatto, nelle mille occasioni che ci capitano ogni giorno in famiglia, in parrocchia, sul lavoro: rispondiamo all'offesa con il perdono, costruiamo ponti piuttosto che muri e mettiamoci al servizio di chi è sotto il peso delle difficoltà. Scopriremo in questa legge non un peso, ma un'ala che ci farà volare alto.

Letizia Magri

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[1] C. de Foucauld, Scritti Spirituali, VII, Città Nuova, Roma 1975, pg. 110.
[2] Cf. Gv 14,21.
[3] Cf. C. Lubich, Parola di vita/maggio - La luce s'accende con l'amore, Città Nuova, XLIII, [1999/8]. pg. 49.

Fonte: Città Nuova n. 6/Giugno 2017
Immagine: Carl Heinrich Bloch, Consolator