venerdì 31 luglio 2015

Il pane "vero" che sazia la nostra fame di felicità


18a domenica del Tempo ordinario (B)
Esodo 16,2-4.12-15 • Sal 77 • Efesini 4,17.20-24 • Giovanni 6,24-35
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Appunti per l'omelia

Datevi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna…
Nel Vangelo di domenica scorsa Gesù distribuiva il pane (Gv 6,1-15); nel brano evangelico di questa domenica (Gv 6,24-35) Gesù stesso si distribuisce come pane, come un pane che si lascia consumare per dare vita: chi mangia di me non avrà fame, chi crede in me non avrà sete, mai! L'uomo nasce affamato, ed è la sua fortuna. Il bambino ha fame di sua madre che lo nutre di latte, di carezze e di sogni. Il giovane ha fame di amare e di essere amato. Gli sposi hanno fame l'uno dell'altra e poi di un frutto in cui si incarni il loro amore. E quando abbiamo raggiunto tutto questo e dovremmo sentirci appagati, risuonano piene di verità al nostro cuore le parole di sant'Agostino: ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te.
C'è una fame più grande… è fame di cielo, fame di Dio! Fame di amare e di essere amati, fame di felicità e di pace, fame di vita più grande, più intensa: eterna!

Il Padre mio vi dà il pane del cielo, quello vero
Dio dà. Due parole semplicissime eppure chiave di volta del Vangelo: Dio dà. Dio non chiede, Dio dà. Dio non pretende, Dio offre. Dio non esige nulla, dona tutto. Un verbo così semplice: dare, che racchiude il cuore di Dio. Dare, senza condizioni, senza un perché che non sia l'intimo bisogno di fecondare, far fiorire, fruttificare la vita.
Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
Ciò che dà pienezza alla vita del mondo è un pane dal cielo. La pienezza, un pezzo di Dio in noi.

Signore, dacci sempre questo pane
Dio è nella vita datore di vita. Dalle sue mani la vita fluisce illimitata e inarrestabile. E la folla capisce e insieme a noi dice: Dacci sempre di questo pane. La domanda diventa supplica, comando: Dacci! Sempre!
Gesù risponde con le parole decisive: sono io il pane della vita. Annuncia la sua pretesa assoluta: io posso colmare tutta la vostra vita. Io sono il divino che fa fiorire l'umano! Io sono un pane che contiene tutto ciò che serve a mantenere la vita: amore, senso, libertà, coraggio, pace, bellezza.

Quale il segno… Credere in Colui che il Padre ha mandato…
Chi crede in me... Credere è come mangiare un pane, lo assaporo in bocca, lo faccio scendere nell'intimo, lo assimilo e si dirama per tutto l'essere. Gesù in me si trasforma in cuore, calore, energia, pensieri, sentimenti, canto.
La nostra religione non è un insieme di dottrine, ma una vita divina da assimilare, una calda corrente d'amore da far entrare… perché giunga a maturazione l'uomo celeste che è in noi, affinché sboccino amore e libertà, nel tempo e nell'eterno.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
È il Padre mio che vi dà il pane dal cielo (Gv 6,32)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (5/08/2012)
Voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani (Gv 6,26)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Diventare "pane" (03/08/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

venerdì 24 luglio 2015

Il "vero pane" sta nella condivisione


17a domenica del Tempo ordinario (B)
2 Re 4,42-44 • Sal 144 • Efesini 4,1-6 • Giovanni 6,1-15
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Appunti per l'omelia

Dove potremo comprare il pane tutti costoro?
La moltiplicazione dei pani è un evento che si è impresso in modo indelebile nei discepoli, l'unico miracolo raccontato in tutti i vangeli. Ma più ancora che un miracolo, è un segno, evento decisivo per comprendere Gesù. Lui ha pane per tutti, è come se dicesse: io faccio vivere, io moltiplico la vita! Lui fa vivere: con le sue mani che risanano i malati, con le parole che guariscono il cuore, con il pane che significa tutto ciò che alimenta la vita dell'uomo.

C'è qui un ragazzo… ma cos'è questo per tanta gente?
Cinquemila uomini… sul monte, luogo dove Dio è più vicino, hanno fame, fame di Dio! Qualcuno ha pani d'orzo; l'orzo che è il primo dei cereali che matura, simbolo di freschezza e di novità; piccola ricchezza di un ragazzo, anche lui una primizia d'uomo. A Gesù nessuno chiede nulla, è lui che per primo si accorge e si preoccupa: Dove potremo comprare il pane per loro?
Alla sua generosità corrisponde quella del ragazzo: nessuno gli chiede nulla, ma lui mette tutto a disposizione. Primo miracolo! Invece di pensare: che cosa sono cinque pani per cinquemila persone? Sono meno di niente, inutile sprecarli. E la mia fame? Ma dà tutto quello che ha, senza pensare se sia molto o se sia poco. È tutto!

Li diede a quelli che erano seduti… quanto ne volevano
Per una misteriosa alchimia divina, quando il mio pane diventa il nostro pane accade il miracolo. La fame finisce non quando mangi a sazietà, ma quando condividi fosse pure il poco che hai. C'è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti. Il Vangelo neppure parla di moltiplicazione ma di distribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo distribuivano il pane non veniva a mancare, e mentre passava di mano in mano restava in ogni mano. Come avvengono certi miracoli non lo sapremo mai. Neanche per questo di oggi riusciamo a vedere il «come». Ci sono e basta. Quando a vincere è la generosità.

Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie… li diede…
Giovanni riassume l'agire di Gesù in tre verbi "Prese il pane, rese grazie e distribuì", che richiamano subito l'Eucaristia, ma che possono fare dell'intera mia vita un sacramento: prendere, rendere grazie, donare. Noi non siamo i padroni delle cose. Se ci consideriamo tali, profaniamo le cose. L'aria, l'acqua, la terra, il pane, tutto quello che incontriamo, non è nostro, è vita che viene in dono da altrove e va oltre noi.

Raccolsero e riempirono dodici canestri
Ciò che riceviamo in dono, richiede cura, come il pane del miracolo (i dodici canestri di pezzi); le cose hanno una sacralità; c'è una santità perfino nella materia, perfino nelle briciole: niente deve andare perduto.
Accogliere e benedire: Dio, gli uomini, il pane, la vita… nella condivisione saranno dentro di noi sorgenti di Vangelo e di felicità.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo (Gv 6,9)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (29/07/2012)
Prese i pani e li diede loro (Gv 6,11)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Un pane condiviso (27/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


venerdì 17 luglio 2015

Nella consapevolezza del nostro limite


16a domenica del Tempo ordinario (B)
Geremia 23,1-6 • Sal 22 • Efesini 2,13-18 • Marco 6,30-34
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Appunti per l'omelia

Erano molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare… Venite in disparte e riposatevi un po'
Gesù mostra una tenerezza come di madre nei confronti dei suoi discepoli. Il suo sguardo va a cogliere la stanchezza, gli smarrimenti, la fatica dei suoi. Per lui prima di tutto viene la persona; non i risultati ottenuti nell'opera missionaria, ma l'armonia, la salute profonda del cuore. E quando, sceso dalla barca vede la grande folla il suo primo sguardo si posa sulla povertà degli uomini e non sulle loro azioni o sul loro peccato. Più di ciò che fai, a Gesù interessa ciò che sei. Non chiede ai dodici di andare a pregare, di preparare nuove missioni, solo di prendersi un po' di tempo tutto per loro, del tempo per vivere. È un gesto d'amore, di uno che vuole loro bene e li vuole felici.

Riposarsi: un sano atto di umiltà, nella consapevolezza che non siamo noi a salvare il mondo, che le nostre vite sono delicate e fragili, e le energie limitate.
Ecco la duplice strategia di Gesù: fare le cose come se tutto dipendesse da noi, con impegno e dedizione; e poi farle come se tutto dipendesse da Dio, con leggerezza e fiducia. Fare tutto ciò che sta in noi, e poi lasciar fare tutto a Dio.

Venite in disparte, voi soli, …con me
Stare con Gesù, per imparare da lui il cuore di Dio. Ritornare poi nella folla, portando con sé questo tesoro di bellezza che solo Dio può donare.
Ma qualcosa cambia i programmi…

Sceso dalla barca vide una grande folla ed ebbe compassione di loro
Gesù cambia i suoi programmi, spinto da un unico sentimento, la compassione, ma non i programmi dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro. E ciò che offre alla gente è per prima cosa la compassione, il provare dolore per il dolore dell'altro; il moto del cuore che muove la mano a fare.

Stare con Gesù, guardare come si comporta, cogliendo nel suo agire il suo insegnamento: "come guardare", prima ancora di come parlare; uno sguardo che abbia commozione e tenerezza… Le parole e i gesti seguiranno… Ecco: imparare il sentimento divino della compassione è innestare il mondo nella propria anima e contagiarlo di divino.
Gesù sa che non è il dolore che annulla in noi la speranza, non è il morire, ma l'essere senza conforto. Il nostro compito di discepoli è di non privare il mondo della nostra compassione, consapevoli che – come disse madre Teresa di Calcutta - «ciò che possiamo fare è solo una goccia nell'oceano, ma è questa goccia che può dare significato a tutta la nostra vita».



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Venite in disparte… riposatevi un po' (Mc 6,31)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (22/07/2012)
Venite in disparte in un luogo deserto (Mc 6,31)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La vita con Gesù (20/07/2012)

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  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
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venerdì 10 luglio 2015

Non annunciatori solitari


15a domenica del Tempo ordinario (B)
Amos 7,12-15 • Sal 84 • Efesini 1,13-14 • Marco 6,7-13
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Appunti per l'omelia

Prese a mandarli a due a due…
Ordinò di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone

Partono i discepoli a due a due. E non ad uno ad uno. Perché, se è solo, l'uomo è portato a dubitare perfino di se stesso. La prima predicazione è senza parole, è già in questo accompagnarsi, l'uno al passo dell'altro. Partono forti di una parola e di un amico: ordinò loro di non prendere nient'altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere il passo e un amico a sorreggere il cuore. Un bastone per appoggiarvi la stanchezza, un amico per appoggiarvi la solitudine.

E proclamarono che la gente si convertisse, ungevano con olio molti infermi e li guarivano
Il loro messaggio è conversione: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Le loro mani sui malati annunciano: Dio è già qui, è vicino a te con amore, e guarisce la vita, girati verso di lui. Quello dei dodici è un viaggio dentro l'uomo più autentico, liberato da tutto il superfluo: non portate né pane né sacca né denaro, perché la nostra vita non dipende dai nostri beni, voi vivrete di fiducia: fiducia in Dio, che non farà mancare nulla, e fiducia negli uomini, che apriranno le loro case.

I dodici, senza parole, con il loro stile di vita, contestano il mondo dell'accumulo, dell'apparire, del denaro. In questo mondo altro, la forza non risiede nei grandi mezzi materiali, ma nel fuoco interiore, nel suo contagio misterioso e lucente. La povertà dei discepoli fa risaltare la potenza creativa dell'amore. Invece le cose, il denaro, i mezzi, lungo i secoli hanno spento la creatività della Chiesa. Se colui che annuncia è infinitamente piccolo, allora l'annuncio sarà infinitamente grande. Sono partiti a due a due, con niente. Ma i dodici avevano un fuoco. Il fuoco si propaga col fuoco.

Dovunque entriate in una casa, rimanetevi…
Ecco il punto di approdo: la casa, il luogo dove la vita nasce ed è più vera, abbracciata dal cerchio degli affetti che fanno vivere.
Ed il Vangelo esprime la sua forza travolgente lì, nella casa. È lì che quella Parola penetra e porta guarigione nei giorni delle lacrime e in quelli della festa, quando il figlio se ne va, quando l'anziano perde il senno o la salute...

Se in qualche luogo non vi ascoltassero, andatevene…
Al rifiuto i discepoli non oppongono risentimenti, solo un po' di polvere scossa dai sandali. Le parole del Maestro che li ha mandati risuonano con la forza che non arretra: "E non deprimetevi per una sconfitta, non abbattetevi per un rifiuto. C'è un'altra casa poco più avanti, un altro villaggio, un altro cuore. All'angolo di ogni strada l'infinito mette le sue radici e germoglia".



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù chiamò a sé i Dodici (Mc 6,7)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (15/07/2012)
Prese a mandarli a due a due (Mc 6,7)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Chiamati e inviati (13/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
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sabato 4 luglio 2015

Salvare la Grecia


Riporto un articolo di Città Nuova on line, che mi sembra molto stimolante per l'accostamento evangelico che l'autore, Luigino Bruni, ha fatto. …ed un esame di coscienza collettivo.

Ecco il testo:

All'Italia e alla Germania gli altri Paesi europei perdonarono molto al termine della Seconda guerra mondiale, quando il loro debito umanitario, etico, economico, era infinito. Ora siamo diventati il servo spietato della parabola evangelica e chi potrebbe fare qualcosa, come gli Stati Uniti, resta inerte. Bene l'iniziativa di sottoscrizione popolare dei cittadini europei.

Riguardo la situazione della Grecia, mi viene sempre più in mente la parabola del Servo spietato: "Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?"
(Matteo 18).
All'Italia, alla Germania gli altri Paesi Europei perdonarono molto al termine della II guerra mondiale, quando il loro debito umanitario, etico, economico, era infinito (nazismi, fascismi, olocausto, distruzione del patrimonio artistico di centinaia di città europee, ...).
J.M. Keynes, non dimentichiamolo, anche per l'esperienza degli effetti dei debiti eccessivi della prima guerra mondiale (nazismo), intercedette e ottenne un enorme sconto dei debiti di guerra, e ciò ha consentito i miracoli economici tedeschi e italiani del dopoguerra. Non dimentichiamo poi che l'Europa nacque mettendo in comune quelle risorse, carbone e acciaio, che avevano alimentato le guerre mondiali, anche per dire "mai più la guerra", grazie all'unità economica.
Ora siamo noi nei panni dei servo spietato che dimentica il grande debito a lui condonato, e si comporta da aguzzino verso chi gli deve una somma molto più piccola (la Grecia).
Guardo con simpatia la sottoscrizione popolare europea (come un grande telethon) per raccogliere dai cittadini quei miliardi necessari, vista la miopia e incapacità di stati e istituzioni internazionali (il Fmi ha un enorme peso, controllato quasi interamente dagli Usa, che potrebbero fare molto di più in questa vicenda, se volessero). L'Europa dei cittadini salverà l'Europa dei non-governi.


venerdì 3 luglio 2015

È nella vita ordinaria che Dio si manifesta


14a domenica del Tempo ordinario (B)
Ezechiele 2,2-5 • Sal 122 • 2 Corinzi 12,7-10 • Marco 6,1-6
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Appunti per l'omelia

Gesù venne nella sua patria
La scena che ci si presenta a Nazaret è il conflitto perenne tra quotidiano e profezia. All'inizio le parole e i prodigi di Gesù stupiscono, immettono un "di più" dentro la normalità della vita. Poi l'ordinario si impone con la sua prepotenza.

Da dove gli vengono queste cose? I prodigi compiuti con le sue mani?
Che un profeta sia un uomo straordinario, carismatico, ce lo aspettiamo. Ma che la profezia si manifesti nel quotidiano, in uno che non ha cultura e titoli, le cui mani sono segnate dalla fatica, nel profeta della porta accanto, questo ci pare impossibile!
A Nazaret pensano: "Il figlio di Dio non può venire in questo modo, con mani da carpentiere, con i problemi di tutti; non c'è nulla di sublime in questo, nulla di divino. Se sceglie questi mezzi poveri veramente non può essere Dio". Ma lo Spirito scende proprio nel quotidiano, fa delle case un tempio, entra dove la vita celebra la sua mite e solenne liturgia. Noi cerchiamo Dio, il pastore di costellazioni, nell'infinito dei cieli, quando invece è inginocchiato a terra con le mani nel catino per lavarci i piedi.

Ed era per loro motivo di scandalo
Che cosa li scandalizza? Scandalizza l'umanità, la prossimità. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: che Dio si incarna dentro l'ordinarietà della vita. Gesù cresce nella bottega di un artigiano, le sue mani diventano forti a forza di stringere manici, il suo naso fiuta le colle, la resina, il sudore di chi lavora, sa riconoscere il legno al profumo e al tatto.

Invece la novità di Dio è riscoprire ogni frammento, ogni fremito di umanità nel Vangelo, cercare ogni molecola di umanità di Gesù: il suo rapporto con i bambini, con gli amici, con le donne, con il sole, con il vento, con gli uccelli, con i fiori, con il pane e con il vino. Il suo modo di avere paura, il suo modo di avere coraggio e come piangeva e come gridava…
È amare l'umanità di Gesù, perché il Vangelo rivela proprio questo: che il divino è rivelato dall'umano, che Dio ha il volto di un uomo.

Non poteva compiere nessun prodigio, ma solo…
Gesù al rifiuto dei compaesani, «disprezzato nella sua patria, dai suoi parenti e in casa sua», mostra il suo candore: «Non vi poté operare nessun prodigio» scrive Marco, ma subito si corregge: «Solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo.
L'amante respinto continua ad amare anche pochi, anche uno solo. L'amore non è stanco: è solo stupito. Il nostro Dio non nutre rancori o stanchezze, ma la gioia impenitente di inviare sempre e solo segnali di vita attorno a sé.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Impose le mani a pochi malati e li guarì (Mc 6,5)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (08/07/2012)
Si meravigliava della loro incredulità (Mc 6,6)
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Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La nostra incredulità (06/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
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