lunedì 30 giugno 2014

Ordinazione diaconale: esultanza e gratitudine


«Mia forza e mio canto è il Signore» (Sal 118).
Ieri sera, domenica 29 giugno 2014 alle ore 18,30, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nella Basilica Cattedrale di San Clemente in Velletri (RM), mons. Vincenzo Apicella, vescovo di Velletri-Segni, ha ordinato due nuovi diaconi permanenti: Luciano Taddei, della parrocchia Santa Lucia in Velletri e Gaetano Di Laura della Parrocchia Santa Barbara in Colleferro.

La gioia e la commozione era tanta, non solo dei neo ordinati e delle loro spose e dei loro figli, ma di tutta la comunità diocesana.
Si aggiungono così due nuovi fratelli al Collegio dei Diaconi, accolti con un grande e caloroso abbraccio di pace e di fraternità.
È stato un momento speciale anche per noi diaconi, dove abbiamo potuto rivivere e rinnovare la nostra consacrazione a Dio e ai fratelli.
L'amore di Dio è grande, ed in questo oceano d'amore la nostra umanità si perde!


venerdì 27 giugno 2014

Testimonianza di fede e di amore


Ss. Apostoli Pietro e Paolo

Appunti per l'omelia

La Chiesa unisce in un'unica solennità il ricordo dei santi apostoli Pietro e Paolo, uniti nella professione di fede e nella testimonianza del loro martirio.
Dice Gesù a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa… A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 18-19).
Quella della pietra è una immagine comune, utilizzata sia per indicare saldezza e stabilità sia per suggerire l'idea dell'edificio. Nella Scrittura è usata per indicare il Signore come fondamento sicuro del suo popolo: su di lui possono sempre contare Israele e ogni credente. Il Signore è la pietra, la rupe, la roccia su cui il popolo si appoggia per vivere sicuro e per rimanere saldo nella fedeltà, anche in mezzo a prove e pericoli.
Gesù, che attribuisce l'immagine a se stesso quale pietra scartata, divenuta testata d'angolo (cf Mt 21,42), la applica a Simone, figlio di Giovanni, al quale cambia appunto il nome in "Cefa", cioè pietra, roccia, sulla quale egli intende edificare la "sua" Chiesa.
Sì, la "sua" Chiesa, cioè di Cristo: gli appartiene, non la consegna ad alcuno, la custodisce con la potenza del suo Spirito, perché le forze del male non prevalgano. E garantisce lui per la Chiesa. A Simon Pietro, tuttavia, affida il compito di essere segno visibile di unità nella fede e nella carità.
Una testimonianza di fede nella sofferenza e nella prova. Come sarà peraltro anche per Paolo: la stessa fede di Pietro e dei Dodici, alla quale si unisce anche Paolo: «Per me vivere è Cristo!» (Fil 2.21).
Una fede che contiene l'affidamento a Pietro della cura della Chiesa, missione che viene condivisa, pur rispettando lo specifico di Pietro, dagli altri apostoli, fino a Paolo e ai loro successori e collaboratori.
Ma la fede in Cristo, che non può mai essere data per scontata, ha bisogno di essere continuamente verificata, alimentata, tradotta in scelte concrete di vita, per essere testimoniata e annunziata.
Il brano di Matteo (Mt 16,13-19) mette in luce un aspetto della fede cristiana, racchiuso nell'interrogativo di Gesù: «Ma voi chi dite che io sia?», che è come dire: "Chi sono io per voi, per te?". Una domanda che esige una risposta personale e chiede che se ne valutino le conseguenze: "Chi è Gesù per me? Quanto è entrato nella mia vita? Come orienta i miei pensieri, le mie decisioni, le mie scelte?": «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Una dichiarazione di questo genere deve cambiare radicalmente la vita, altrimenti resta concretamente, pur nella sua grandezza e pregnanza, un vuoto suono di parole. Lo stesso Pietro comprenderà soltanto successivamente la portata della sua dichiarazione, dopo essere passato attraverso l'esperienza del tradimento ed essere stato coinvolto nel mistero della passione e della risurrezione di Gesù. La Pasqua del Signore sarà l'evento decisivo e determinante. Le parole si possono facilmente disperdere e cambiare, ma, se entrano nella vita, questa testimonia per loro. L'apostolo Paolo arriva ad affermare: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Per questo, facendo un bilancio della sua vita di credente e di apostolo e nella prospettiva dell'incontro definitivo e beatificante con il Signore, può scrivere con tutta umiltà e sicurezza: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,7).
E Pietro, dopo la risurrezione di Gesù, non sarà più interrogato sulla fede, ma sull'amore: «Mi ami tu?» e sarà nuovamente invitato a seguire il Maestro (cf Gv 21,15-19). Pietro in quel frangente sta comprendendo che credere in Gesù significa seguirlo lungo la via della croce, fino al martirio.
Ed è sorprendente che Gesù, nonostante tutto, continui a dire a Simon Pietro che si fida di lui, che su di lui intende fondare la sua chiesa. È incredibile come il Signore scelga con assoluta libertà e benevolenza persone deboli e fragili, anche peccatrici, e affidi loro un compito umanamente "insopportabile". Ma l'amore sapiente di Dio va oltre i nostri meriti e perfino oltre la consapevolezza delle nostre qualità.
Perché Gesù non ci lascia soli: «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20).



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Tu sei Pietro (Mt 16,18)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)


mercoledì 25 giugno 2014

Atti del Convegno Diaconi 2013 [6]
 La diaconia edifica la chiesa


La rivista Il Diaconato in Italia pubblica nel n° 182/183 gli Atti del XXIV Convegno Nazionale (Napoli 21-24 agosto 2013).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo l'intervento di Cettina Militello, dal titolo La diaconia edifica la chiesa.







La relatrice, dopo aver esordito su "Il diaconato nella Scrittura e nella chiesa antica", "il Diaconato al Concilio Vaticano II" e negli "sviluppi post-conciliari", affronta alcune "Questioni aperte".
Riporto l'ultima parte del suo intervento, relativo alle "questioni aperte":
«Restano a questo punto non poche questioni aperte. Le indico nell'ordine: 1. Il diacono ha una collocazione territoriale? 2. Ha una collocazione personale? 3. Qual è davvero il suo specifico pastorale? 4. Qual è il rischio di strumentalizzarlo di fatto in funzione di supplenza. Uno dei problemi che avverto maggiormente è quello della collocazione "territoriale". Spesso il diacono è mandato in una parrocchia come collaboratore del parroco e, se ci sono, degli altri ministri che compartiscono con lui la cura pastorale di una parrocchia. Più spesso, nella penuria di presbiteri che caratterizza molte comunità, il diacono stesso funge da responsabile.
Personalmente non credo a questo tipo di collocazione. Il diacono è sì legato a un territorio, ma a quello della intera Chiesa locale. L'ambito d'esercizio del ministero diaconale è la diocesi, non quella porzione che chiamiamo parrocchia. I suoi compiti cioè non possono essere legati a quella porzione di territorio, né lo si può far sottostare giuridicamente a uno o più presbiteri.
Espressione della carità pastorale del vescovo è appunto questa, è l'affetto e la cura che egli nutre verso la sua Chiesa che il diacono è chiamato a significare in tutte quelle periferie esistenziali dove il vescovo non può immediatamente e direttamente operare. Il diacono c'è per farsi carico dei poveri, dei malati, degli emarginati, della pastorale di settore (famiglia, scuola, lavoro, emigrazione, accoglienza, marginalità, dialogo...). Il che vuoi dire che occorre svincolare i presbiteri da queste incombenze. Restituirli alle operatività pastorali territoriali; liberarli dai compiti e dagli uffici di curia e lasciare invece che tutte queste mansioni vengano assolte dai diaconi. Se poi, opportunità pastorale, si vogliono presenti i diaconi nelle chiese parrocchiali nel giorno del Signore o in occasioni emblematiche, nessuna difficoltà. Ma la loro funzione nell'assemblea è quella di testimoniare, nel loro ministero l'ampiezza della compagine diversificata e articolata del popolo regale sacerdotale e profetico. L'assemblea liturgica è immagine della Chiesa; di più è la Chiesa in atto. Giusto, dunque, che vi si esercitino i ministri tutti ordinati e non, e dunque anche quello del diacono. Ma ciò non può fungere da alibi o depistare la complessità e globalità del servizio diaconale.
Con ciò credo di aver provato a rispondere a tutte e quattro le domande insieme. Tuttavia, nell'ordine, credo che il diacono non abbia neanche una connotazione "personale" nel senso che sempre e comunque esprime un servizio che è comune al popolo di Dio e che il vescovo significa a ragione del ministero a lui proprio. Il che pone anche la questione del candidarsi. Al diaconato, come ad ogni altro ministero, non ci si candida. Piuttosto si è chiamati. E ciò esige discernimento e preparazione adeguata teologica, liturgica, spirituale, pastorale, culturale. Lo specifico pastorale del diacono è dunque il servizio. Ma, torno a ripetere, non in linea autoreferenziale. Il servizio mai è reso a titolo personale ma nella doppia forbice della Chiesa a cui si appartiene e del vescovo della cui sollecitudine si è segno. Cade così il rischio oggettivo e riduttivo della supplenza. Non c'è bisogno di diaconi per supplire: basta il battesimo. Nella linea delle deleghe non c'è bisogno di ministri "ordinati". Il che vuol dire evitare la trappola di una clericalizzazione comunque perseguita, per responsabilizzare invece il popolo di Dio e trarre dalle sue fila i candidati al ministero».

E termina con una ipotesi: ripristinare le antiche diaconie.


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domenica 22 giugno 2014

Il diacono esperto in umanità


In un clima di fraternità diaconale si è svolto ieri, 21 giugno, a Roma presso la Basilica di San Lorenzo fuori le mura, un incontro per diaconi, candidati al diaconato e spose, promosso dalla Comunità del Diaconato in Italia (vedi post del 17 maggio 2014).
Il titolo dell'incontro: Il diacono esperto in umanità.
Cercherò di sintetizzare l'intervento tenuto da mons. Arturo Aiello, vescovo di Teano-Calvi, membro della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata.
Si è cercato di approfondire questo tema in previsione del Convegno Ecclesiale che la Chiesa Italiana svolgerà a Firenze nel 2015: il rilancio di un umanesimo cristiano.
Mons. Aiello ha esordito, esponendo una breve sintesi riguardante l'Umanesimo e il Rinascimento che hanno caratterizzato il periodo dopo il Medio Evo, dove si è posto l'accento sulla realtà umana "etsi deus non daretur", "come se Dio non esistesse", (tradotto letteralmente "anche se Dio non fosse dato"), affermando così il diritto naturale ad essere valido di per sé, che Dio esista o meno.
Percorso che la società occidentale ha fatto, dopo l'esperienza del medio evo, dove l'uomo si è sentito come "schiacciato" dal cielo. Ne è nato un Rinascimento cristiano ed un Rinascimento ateo, sfociato nell'Illuminismo, dove si è passati da un cielo che ci "stava addosso" ad un cielo "vuoto", un cielo senza Dio.
La ricerca del significato dell'esistenza umana, il senso del rapporto tra gli uomini, nel quale ritrovare il senso di Dio...
Dall'esperienza umana che vede l'uomo in continua contrapposizione con il proprio simile ("homo homini lupus", "l'uomo è un lupo per l'uomo"), esperienza sempre attuale del rapporto tra Caino e Abele; all'espressione di Terenzio (165 a.C.) "homo sum, humani nihil a me alienum puto", "sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano", cioè: "nulla che sia umano mi è estraneo"; all'espressione "homo homini deus", "l'uomo è un dio per l'uomo".
È l'eterna questione di chi sia veramente l'uomo, qual il suo rapporto con Dio. Così dalla domanda di Dio nell'Eden "Adamo dove sei?", dall'affermazione di Pilato "Ecce homo!", alla vera "identità" dell'uomo: "Et Verbum caro factum est", dove la "carne", la "carne-storia" diventa il luogo obbligato della salvezza.
Nell'Uomo Gesù, infatti, noi incontriamo Dio e incontriamo l'uomo.
In Gesù non ci potrà più essere la visione dualista e contrapposta di "l'uomo o Dio", ma "l'uomo e Dio". Non più "l'aut aut", ma "l'et et", perché in Gesù ci è data la piena verità di Dio e la piena verità dell'uomo.
Così, la Chiesa diventa, quale Corpo di Cristo, la continuazione nello spazio e nel tempo della presenza di Gesù, dove la "passio" del Buon Samaritano, che è Gesù, diventa la "passio della Chiesa".

È in questa prospettiva che si inserisce la presenza e l'azione del Diacono.
Ecco alcuni tratti di questa figura ministeriale, immagine di Cristo Servo, Ministro della Carità, che vive la dimensione della "soglia", uomo posto di mezzo al sacro e al profano, alla chiesa e al mondo, non dentro la "sacrestia", ma nelle periferie della società:
 Consacrato a Dio e all'umanità;
 Pontefice fra Sacro e Profano;
 Anello d'oro tra Matrimonio e Ordine Sacro (dato che i diaconi permanenti sono per stragrande maggioranza sposati);
 Abbraccio tra il Tempo e l'Eternità;
 Arpa del canto "Laudate Dominum", "Laudate Hominem";
 Agorà aperta nelle istanze degli uomini, nei vari umanesimi esistenti;
 Pane impastato di storia (umana) e di Storia (sacra), crocevia delle esistenze;
 "Rabdomante" della bellezza al mercato delle pulci (dove è in grado di scoprire preziosità nella quotidianità spesso trascurata, come il rabdomante che individua l'acqua in terra arida);
 Inviato speciale del vescovo in "terreni minati", dove ci sono situazioni estreme, dove nemmeno il prete è accettato;
 Uomo della sintesi, che sa porre in comunione situazioni particolarmente difficili e di disagio.

Può sembrare un "sogno" vedere la figura del diacono così come descritta; ma se non siamo in grado di sognare nella poca luce della nostra concreta situazione attuale, potremmo non avere un futuro significativo per questo ministero.

sabato 21 giugno 2014

Ciò che non passa


21 giugno – San Luigi Gonzaga

Il 22 giugno del 1991 papa Giovanni Paolo II, nella visita pastorale a Mantova, si recò a Castiglione delle Stiviere, città natale di san Luigi Gonzaga.
Nel ricordo di questo santo, di cui porto il nome, mi sono soffermato sull'omelia che il papa pronunciò in quella occasione, proponendo ai giovani di oggi, come modello per la sua radicalità evangelica, san Luigi Gonzaga, di cui, in quell'anno, si celebravano i 400 anni della morte.
Ecco alcuni passi di quell'omelia, che mi sono di stimolo, nella mia diaconia, per una risposta sempre più sincera e totale della mia vita alla chiamata di Dio: «San Luigi è senz'altro un santo da riscoprire nella sua alta statura cristiana. È un modello da additare anche alla gioventù del nostro tempo, un maestro di perfezione ed una sperimentata guida verso la santità. "Il Dio che mi chiama è Amore - si legge in uno dei suoi appunti -, come posso arginare questo amore, quando per farlo sarebbe troppo piccolo il mondo intero?". (…)
Anch'egli era un giovane ricco; pure a lui il Signore ha rivolto la proposta: "Vieni e seguimi" (Mt 19, 21). Ma quanto diversa è stata la sua risposta rispetto a quella del giovane di cui narrano i Vangeli! Questi "se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze" (Mt 19, 22). Non ebbe, cioè, il coraggio di abbandonare tutto fidandosi di Dio. San Luigi, invece, disse "sì" all'invito di Cristo: si fidò di lui, lasciando ogni privilegio e ricchezza; da nobile che era, si fece povero per amore del Vangelo.
Nella sua breve, ma intensa esistenza si avverte la freschezza del Vangelo divenuto vita vissuta. Egli è un autentico testimone di Cristo, che risponde senza paura alle sfide del mondo. Diventa, così, un maestro da seguire, un modello da imitare. Sì, una figura che provoca anche l'universo giovanile del nostro tempo, diviso tra l'intima tensione a dare un significato pieno alla vita e le mode superficiali della cultura individualistica e del consumismo edonista. Come Cristo, anche Luigi è diventato "segno di contraddizione". (…)
Quando il giovane [del vangelo] chiede intorno al "di più": "Che cosa mi manca ancora?", Gesù lo fissa con amore, e questo amore trova qui un nuovo significato.
"Che mi manca ancora?". Non sintetizza, forse, questo interrogativo l'anelito a qualcosa di più, che anche voi avvertite nel cuore? Non è forse la denuncia dell'insoddisfazione esistenziale che nasce nell'uomo quando egli rincorre miti e successi effimeri, i quali non possono appagare la sete d'infinito che arde nel suo spirito? Il consumismo, l'edonismo e l'individualismo lo rinchiudono in una solitudine priva di entusiasmo e di gioia. L'esistenza, allora, viene vissuta quasi fosse un'autentica schiavitù. Ma c'è un altro fatto che interpella i credenti: perché tanti giovani appaiono indifferenti verso la fede? Forse che oggi la proposta evangelica non li interessa più? È essa fuori moda, impossibile da seguire? Come essere cristiani nel nostro tempo?
Essere per gli altri: questa è la vocazione di ciascuno di noi.
Col Battesimo non abbiamo ricevuto uno Spirito da schiavi, ma da figli! Come figli siamo liberi; dunque, non dobbiamo essere schiavi, ma liberi. Non schiavi della menzogna, dell'impurità, della tristezza e del peccato; non vittime dell'indifferenza e della mediocrità, che sono insidie particolarmente pericolose in questa nostra epoca».
E l'invito del papa, che riecheggia anche oggi nella mia, nella nostra vita:
«Abbiate il coraggio della verità che vi fa liberi!
Abbiate il coraggio del cuore puro!
Abbiate il coraggio della reciprocità e del prossimo!
Abbiate il coraggio della solidarietà nella Chiesa e per il mondo!
».
E il papa conclude: «Luigi Gonzaga, un testimone della carità che non passa, che è immortale. Un testimone della nostra vocazione all'immortalità in Dio. Non passa l'uomo perché esiste Dio e lo chiama e lo vuole ricevere, lo vuole fare partecipe della sua vita che è eterna ed immortale; e così anche l'uomo è chiamato all'immortalità. Questo giovane di Mantova ci riporta sempre questo volto già proiettato nella speranza dell'eterna gioia e della eterna pace».



venerdì 20 giugno 2014

Quel Cibo che ci dà la Vita


SS. Corpo e Sangue di Cristo (A)

Appunti per l'omelia

La solennità del Corpus Domini che celebriamo ci immerge nel mistero di Dio che nella sua benevolenza e misericordia provvede alla nostra vita, è costantemente presente nella nostra quotidiana esistenza, ci sostiene con il suo Pane di Vita.
Il magnifico passo del Deuteronomio (cf Dt 8,2-3.14b-16a9), che leggiamo in questa liturgia, ci invita a riflettere sul tempo trascorso da Israele nel deserto: «Il Signore tuo Dio ti ha fatto percorre per quarant'anni nel deserto… per metterti alla prova… Ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi… per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca di Dio». La fame di cui parla questo passo corrisponde ai nostri bisogni e ai campi del vivere in cui ci sentiamo insoddisfatti e incompiuti. Ma nonostante le mormorazioni del popolo, questi è stato nutrito da Dio con un cibo del cielo. Pensando al pane, siamo portati a pensare alla terra ed ai campi dove biondeggia il grano. La manna invece parla del cielo, perché viene dal cielo, abitazione e dimora di Dio. Anzi l'atto del nutrimento qui descritto è un nutrimento "da bocca a bocca", come un bacio: dalla bocca di Dio… per la nostra bocca…
Noi abbiamo bisogno di questo nutrimento! La sapienza della Chiesa ci comanda di mangiare l'eucaristia perché sa che noi abbiamo bisogno di quel Pane per vivere, anche quando la nostra coscienza non lo riconosce
Così, la mormorazione di Israele e la nostra mormorazione ci conducono al passo evangelico (cf Gv 6,51-58) dove i giudei si oppongono a Cristo vero pane disceso dal cielo. Il suo corpo è vero nutrimento perché è vita donata da chi non ha semplicemente la vita, ma è la vita. Noi invece abbiamo la vita, ma non siamo la vita. Per questo sperimentiamo il cammino verso la morte e allo stesso tempo uno struggente anelito alla vita ricevuta in "abbondanza". Lo scetticismo dei giudei non è distante da quello dell'uomo d'oggi che non vuole vivere grazie ad un altro, né dipendere dall'altro. Vuole contare semplicemente sulle proprie forze perché si illude di identificarsi con la vita.
Se l'uomo, tuttavia, vive di terra e di cielo, solo l'eucaristia può essere vero cibo, poiché lo rende uno con Dio che abita i cieli e si è fatto terra.
Quando il cristiano incontra Cristo nell'eucaristia, pur essendo due, divengono uno. Come il Padre ed il Figlio nella Trinità. L'eucaristia, infatti, è l'esperienza più vicina alla comunione trinitaria che sia dato di vivere all'uomo. Come il Padre è nel Figlio ed il Figlio nel Padre, così accade per il discepolo nel Figlio e del Foglio nel discepolo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui».
Se vogliamo veramente comprendere cosa significhi "fare la comunione", non possiamo che fissare lo sguardo nel mistero della Trinità e rendere grazie a Colui che ci ha chiamati a tale sovrabbondanza di vita.
(passi e spunto da Il Tesoro e la Perla, di C.Arletti)

Vedi analoghi Post:
Il dono più grande (SS. Corpo e Sangue di Cristo 2012)
Il Dono che è per tutti (SS. Corpo e Sangue di Cristo 2013)



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono il pane vivo disceso dal cielo (Gv 6,51)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Enzo Bianchi


martedì 17 giugno 2014

Preghiera, poveri e pace


«Preghiera, poveri e pace»… Sono queste tre parole che hanno caratterizzato e sintetizzato il discorso che papa Francesco ha fatto alla Comunità di Sant'Egidio, domenica scorsa 15 giugno.
Alcuni passaggi del discorso mi fanno cogliere più seriamente il mio rapportarmi con le persone che il Signore mi chiama a servire. Sono parole universali, che faccio mie e che mi sostengono nella diaconia che sono chiamato a svolgere.
È interessante: «Tutto comincia con la preghiera», dice il papa. «La preghiera preserva l'uomo anonimo della città da tentazioni che possono essere anche le nostre: il protagonismo per cui tutto gira attorno a sé, l'indifferenza, il vittimismo». Tutto nasce dal personale rapporto con Dio, perché «chi guarda il Signore, vede gli altri… in particolare i più poveri… Nei poveri è presente Gesù, il quale si identifica con loro».
E poi ci sono gli «anziani». «Il trattamento degli anziani, come quello dei bambini, è un indicatore per vedere la qualità di una società. Quando gli anziani sono scartati, quando gli anziani sono isolati e a volte si spengono senza affetto, è brutto segno! (…) Un popolo che non custodisce i suoi anziani, che non si prende cura dei suoi giovani, è un popolo senza futuro, un popolo senza speranza. Perché i giovani - i bambini, i giovani - e gli anziani portano avanti la storia. I bambini, i giovani con la loro forza biologica, è giusto. Gli anziani, dando loro la memoria. Ma quando una società perde la memoria, è finita, è finita. È brutto vedere una società, un popolo, una cultura che ha perso la memoria».
E poi quello che è più preoccupante: «per mantenere un equilibrio, dove al centro dell'economia mondiale non ci sono l'uomo e la donna, ma c'è l'idolo denaro, è necessario scartare cose. Si scartano i bambini… E si scartano gli anziani, con atteggiamenti dietro ai quali c'è un'eutanasia nascosta, una forma di eutanasia. Non servono, e quello che non serve si scarta. Quello che non produce si scarta».
Ecco da dove cominciare: «Dai poveri e dagli anziani si inizia a cambiare la società. Gesù dice di sé stesso: "La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo" (Mt 21,42). Anche i poveri sono in qualche modo "pietra d'angolo" per la costruzione della società. Oggi purtroppo un'economia speculativa li rende sempre più poveri, privandoli dell'essenziale, come la casa e il lavoro. È inaccettabile! Chi vive la solidarietà non lo accetta e agisce. E questa parola "solidarietà" tanti vogliono toglierla dal dizionario, perché a una certa cultura sembra una parolaccia. No! È una parola cristiana, la solidarietà!».
E poi l'impegno per la pace: «In alcuni Paesi che soffrono per la guerra, voi cercate di tenere viva la speranza della pace. Lavorare per la pace non dà risultati rapidi, ma è un'opera da artigiani pazienti, che cercano quel che unisce e mettono da parte quel che divide…».
E le tre parole sintesi: «preghiera, poveri e pace» ed il programma: «far crescere la compassione nel cuore della società - che è la vera rivoluzione, quella della compassione e della tenerezza -, … far crescere l'amicizia al posto dei fantasmi dell'inimicizia e dell'indifferenza».

venerdì 13 giugno 2014

Nell'abbraccio di Dio, la nostra vita


Santissima Trinità (A)

Appunti per l'omelia

Il mistero che in questa solennità celebriamo, il mistero della intima essenza di Dio, del suo essere Padre e Figlio e Spirito, ci pone nell'atteggiamento di una contemplazione che non può esaurirne la comprensione né pretendere di afferrarlo.
Ma nel cuore dell'uomo c'è il desiderio struggente di "vedere Dio".
Così è per Mosè (cf Es 34,4b-6.8-9), che intercede per il suo popolo che si era macchiato del peccato di idolatria con la costruzione del vitello d'oro. Mosè, cuore a cuore con il suo Dio, è proteso a provocare l'irrompere della misericordia piuttosto che l'ira di Dio, perché ne ha conosciuto, nell'esperienza della liberazione dall'Egitto, la sua intimità, il suo mistero imperscrutabile. «Il Signore passò davanti a lui, proclamando: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà"», nonostante il popolo sia «un popolo di dura cervice».
L'incontro dell'uomo di Dio con il mistero che lo attrae, pur sapendo che non può saziarsi della conoscenza di Dio, comprende tuttavia che più si avvicina alla sorgente del fuoco dell'amore più desidera esserne consumato: è scacciato ogni timore e vi si espone con tutto se stesso.
Questo desiderio si compirà solo con Gesù. Possiamo immaginare l'analoga richiesta di Filippo: «Mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). Ma ora, però, l'ineffabile ha un volto d'uomo, ha parole d'uomo. A Mosè il Signore non si mostra in tutta la sua gloria, ma passa proclamando il proprio nome. Ma non è solo la sua essenza: è il senso di una storia e la promessa di un avvenire. Dio è «misericordioso e pietoso». Se la «misericordia» è l'intimo avvertire di una compassione che stringe le viscere, la «pietà» invece allude al gesto del sovrano che si china per farsi vicino al proprio suddito. Il nome di Dio ci racconta l'avventura del suo sentimento e la concretezza del suo gesto. La preghiera di Mosè diventa così richiesta di perdono e appello alle "viscere" di Dio. È così che Dio cammina in mezzo al suo popolo e la sua presenza si riflette nella vita della comunità, come spiega san Paolo (cf 2Cor 13,11-13) quando esorta i cristiani di Corinto alla reciprocità nel sostenersi, a farsi «coraggio a vicenda», ad avere «gli stessi sentimenti».
Il mistero trinitario è proprio questo: reciprocità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L'augurio e la preghiera di Paolo, non diversamente da quella di Mosè, è invocazione di una presenza e di una compagnia. Il perdono di Dio, il suo agire benevolo e fedele viene così riflesso dalla Chiesa, segno e presenza dell'amore e della comunione trinitaria sulla terra. Nei rapporti vicendevoli, infatti, i cristiani possono, per grazia, mostrare anche solo un piccolo frammento di quel mistero che ci contiene e nel nome del quale esistiamo.
È la luce che illumina la notte di Nicodemo, nel suo silenzio dopo l'esposizione dei propri dubbi, così come è narrata dal passo evangelico (cf Gv 3,16-18), dove è il Figlio che parla e presenta la paradossale opzione del Padre: consegnare il Figlio perché il mondo abbia la vita. Ben oltre la rivelazione del nome, ben oltre l'imitazione della comunione trinitaria, qui tutta la vita del mondo viene inondata dal dono di Dio. Il Padre si dona attraverso il dono del Figlio, il quale, nell'istante della morte, effonderà lo Spirito. Il perdono invocato da Mosè per il popolo peccatore si compie come assenza di giudizio. Il Padre non ha scelto la via più consequenziale all'infedeltà dell'uomo. Ha scelto non di giudicare, ma di salvare: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Questo amore che redime non può che essere consumato nell'annientamento di sé. Solo nella perdita della vita del Figlio il mondo può accedere alla vita che non ha fine.
Questo mistero santo chiede di essere accolto in quella fede che è credere all'amore prima che praticare precetti o coltivare semplici abitudini religiose.
(passi e spunto da Il Tesoro e la Perla, di C.Arletti)

Vedi analoghi Post:
Nati dal cuore di Dio (Santissima Trinità 2012)
Nel vortice dell'amore della Trinità (Santissima Trinità 2013)


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Dio ha tanto amato il mondo (Gv 3,16)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Enzo Bianchi


lunedì 9 giugno 2014

Servire solamente


Il servizio che siamo chiamati a svolgere, per essere vera testimonianza e presenza del Signore che serve, ha una caratteristica, mi sembra, essenziale: non è autoreferente, non cerca di apparire, opera nel silenzio… Ed in quel silenzio può parlare Dio.
È un servizio che è testimonianza di tutta la propria vita.
Mi hanno colpito alcuni pensieri di sant'Ignazio di Antiochia, nella Lettera ai Romani, dove, mentre è pronto per il martirio, non vuole che nessuno parli in suo favole.
Scrive: «Non voglio che vi comportiate in modo da piacere agli uomini, ma a Dio… Io non potrò mai trovare un'occasione più propizia per giungere al possesso di Dio, né voi potete associare il vostro nome ad un'opera più bella, se rimarrete in silenzio. Se non parlerete in mio favore, io diventerò parola di Dio. Se invece amerete questa mia vita, rimarrò una voce qualsiasi. […] Chiedete per me soltanto la forza esterna ed interna perché io sia deciso non solo nel parlare, ma anche nel volere, perché non solo sia detto cristiano, ma sia anche trovato tale. Se tale sarò trovato, e quando il mondo non mi vedrà più, allora sarò un vero fedele…».

venerdì 6 giugno 2014

Molti un sol Corpo


Domenica di Pentecoste (A)

Appunti per l'omelia

L'evento che celebriamo, quello della discesa della Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, esprime un punto "arrivo" ed un punto di "compimento" della promessa del Signore risorto: ricevere la forza dall'alto e dare testimonianza (cf At 1,8).
La manifestazione della presenza dello Spirito è l'esplodere dall'annuncio degli apostoli. È la Chiesa che nasce e si presenta al mondo, nata dal Cuore di Dio, dallo Spirito del Padre e del Figlio.
La Chiesa è perché annuncia! Una Chiesa che non annuncia è dunque priva dello Spirito Santo, una comunità che non crede alla realizzazione delle promesse del Padre.
Quel giorno di Pentecoste è veramente la realizzazione delle Promesse: «Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste» (At 2,1). Eppure sono solo «le nove del mattino», come puntualizza Pietro (cf At 2,15). Non si tratta allora di un compimento cronologico, quanto piuttosto è Dio che compie il cinquantesimo giorno con l'effusione del suo Spirito. È proprio vero che quando il tempo di Dio incrocia il tempo dell'uomo, questo trabocca di una pienezza prima sconosciuta e non realizzata dalla sforzo dell'uomo. È l'agire di Dio che non può essere calcolato o previsto dagli uomini, perché lo Spirito viene «all'improvviso» e «dal cielo» (At 2,2).
«Apparvero loro lingue come di fuoco… e si posava su ciascuno di loro» (At 2,3). Nelle molte lingue di fuoco si manifesta l'unico Spirito, quello che si posa singolarmente su ciascuno dei presenti. Ma non è un dono collettivo, da essere quasi impersonale. Il vento dello Spirito si accende in tante fiammelle quanti sono gli astanti nel cenacolo. È così che la Chiesa riceve il dono dello Spirito. La peculiarità di una comunità, infatti, investita dallo Spirito Santo, è proprio questa meravigliosa sintesi tra singolo e comunità. Nella nostra esperienza quotidiana, molto spesso, quando ci rivolgiamo a tutti, facciamo fatica a prestare attenzione a ciascuno; e quando, al contrario, privilegiamo il rapporto singolare, fatichiamo ad arrivare a tutti. Invece, lo stesso Spirito riempie tutti i presenti nella casa, ma si posa su ciascuno, individualmente, distinguendolo così dagli altri.
Questo è il modo di agire di Dio! Il suo amore è sempre una realtà personale, ma nel contempo edifica l'unica Chiesa, l'unico Corpo di Cristo. Questo è il grande segno della Pentecoste, questo il miracolo delle «lingue di fuoco». Se lo Spirito è la comunione che lega il Padre e il Figlio, il suo effetto sul credente e sulla Chiesa non potrà essere che la creazione di un ponte prima non esistente. "Tutti capiscono" l'annuncio degli apostoli, ma "ciascuno nella sua lingua". Non si tratta che tutti capiscono l'aramaico degli apostoli, ma quella lingua si muta in lingua nativa nelle orecchie di chi ascolta: questa è la vera comunione, quando accade di parlare anche con lingue diverse, e capirsi.
La comunione, infatti, si realizza nella diversità e nella differenza, che non è soppressa, ma raggiunta. Purtroppo, spesso, la nostra comunione ecclesiale è uniformità, omogeneità. Infatti, spesso solo se tutti parliamo la stessa lingua ci capiamo e riusciamo a comunicare. La presenza dello Spirito, invece, spezza questa situazione di incomunicabilità dove ciascuno capisce solo chi gli assomiglia e non riesce a raggiungere chi è diverso. Invece, siamo veramente Chiesa quando possiamo invocare sulle nostre comunità una continua Pentecoste, dove si possa dire e sperimentare che siamo "molti in un sol Corpo" (cf Rm 12,5).
(passi e spunto da Il Tesoro e la Perla, di C.Arletti)

Vedi analoghi Post:
L'inestimabile dono (Pentecoste 2012)
Lo Spirito, forza di trasformazione radicale (Pentecoste 2013)


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20,22)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Enzo Bianchi


martedì 3 giugno 2014

Atti del Convegno Diaconi 2013 [5]
 Gruppi di lavoro



La rivista Il Diaconato in Italia pubblica nel n° 182/183 gli Atti del XXIV Convegno Nazionale (Napoli 21-24 agosto 2013).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi interventi relativi ai vari gruppi di lavoro.







Gruppo di lavoro dei diaconi
1° Gruppo (Coordinatore: Luigi Vidoni)
Esperienze condivise

2° Gruppo (Coordinatore: Vincenzo Alampi)
Dal Vangelo alla vita, dalla vita al Vangelo

3° Gruppo (Coordinatore: Francesco Giglio)
Emerge una necessità di confronto

4° Gruppo (Coordinatore: Vito Chimenti)
La Parola è annunciata da una presenza

5° Gruppo (Coordinatore: Andrea Spinelli)
L'esigenza di continuare la formazione

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Introduzione all'incontro delle spose
di Montserrat Martinez

- La restaurazione e la novità del diaconato permanente
- Esperienza del diaconato nella coppia e nella famiglia

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Laboratorio delle spose
di Ornella Di Simone

- Difficoltà che si affrontano in due
- È solo dopo l'ordinazione del marito che si comprende davvero il senso del "sì"

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Gruppo dei delegati
di Luca Garbinetto

Confronto tra i delegati vescovili presenti al Convegno su identità del diacono permanente; sulla formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale dei candidati, senza assolutizzare l'aspetto accademico; proposte di impegno pastorale.

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lunedì 2 giugno 2014

In attesa del Dono


«Nel mondo dovete soffrire per me: abbiate fiducia, io ho vinto il mondo!» (cf Gv 19,33).
La sofferenza intima che i discepoli di Gesù provano è la conseguenza della loro sequela. Molto spesso è una sofferenza che nasce dall'incomprensione del mondo, ma anche dall'incomprensione e dalla non accettazione delle persone con cui si condivide la stessa fede. Poi ci sono le sofferenze espressamente legate alla testimonianza che siamo chiamati a dare al vangelo.
Ma c'è sempre, in ogni situazione, la certezza di una Presenza che non ti abbandona mai! Di Qualcuno che ti sa comprendere, che ti conduce, che ti sostiene, che ti fa camminare, e anche speditamente…
In attesa del dono dello Spirito Santo, il Dono per eccellenza...
Il Dono, che ci dà forza nelle tribolazioni e nella testimonianza, che ci dà pace, sostegno, quale "dolce ospite dell'anima", e che ci fa vedere...
A questo proposito mi accompagnano le parole di san Cirillo di Gerusalemme: «Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri.
E come colui che prima si trovava nelle tenebre, all'apparire improvviso del sole riceve la luce nell'occhio del corpo e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell'anima e, elevato al di sopra dell'uomo, vede cose che prima non conosceva» (Cat. 16, sullo Spirito Santo).