mercoledì 28 agosto 2013

Di ritorno dal Convegno di Napoli [2]


Dopo l'esperienza coinvolgente del Convegno dei diaconi, che si è svolto nei giorni scorsi a Napoli (21-24 agosto), ho chiesto a Chiara, mia moglie, di scrivere cosa sono stati per lei quei giorni.


Di ritorno da Napoli non può non starci a tutto tondo un grosso GRAZIE a Dio per avermi dato la possibilità ancora una volta di partecipare al convegno.
Attanagliata dal solito mal di testa pensavo di vanificare tutto l'incontro, ma so per esperienza che per le cose belle che Dio vuole donarmi mi chiede sempre un piccolo contributo.
È stato un convegno faticoso per i ritmi, ma carico di perle preziose versateci a piene mani.
La figura del diacono - oggi, all'apparenza dormiente – è risaltata come: colui che disturba i sogni degli addormentati, colui che arriva prima sulle strade del mondo che cerca, e una volta arrivato deve ascoltare, aiutare a comprendere per poi "spezzare" la Parola con l'altro, attraverso la fraternità, la vita della Chiesa. Chi apre le strade è sempre Gesù.

E nel cogliere questo "essere" del proprio marito, la moglie si sente elevare (o dovrebbe) interiormente per una vita così piena, vissuta. Sentivo di dover aumentare il respiro allo stesso ossigeno, senza il quale, l'uno potrebbe rendere sterile il suo ministero e l'altra non riuscire a cogliere nell'essenza il dono ricevuto; pena uno scomparire nelle innumerevoli attività di ciascuno dei due.
Mi è dispiaciuto sentire – durante il dialogo tra le mogli – che c'è ancora differenza tra le diocesi per quanto riguarda la partecipazione delle mogli nel cammino formativo al diaconato. Credo che molto incida, nella crescita individuale, l'aver fatto esperienza di fraternità diaconale all'interno della propria diocesi con la possibilità di scambio di esperienze e di aiuti reciproci. È un crescere assieme, un rafforzarsi nella fede e nel servizio. La ricchezza ricevuta nella propria comunità messa in comunione con quella delle altre potrebbe rendere il nostro ritrovarci un momento per nuovi proficui input sull'effettivo essere moglie di un diacono.
A proposito di ciò, al termine del convegno si è toccato il tasto dell'eventualità, in caso di vedovanza del marito, di diventare sacerdote. Quello che vorrei ribadire è la domanda provocatoria che è anche stata posta: "Se, invece, a rimanere vedova è la moglie?".
Mi è capitato di notare che spesso con la morte del marito la moglie scompare dalla vita di fraternità diaconale, pur rimanendo impegnata all'interno della comunità parrocchiale o al proprio Movimento di appartenenza. E allora mi chiedo che cosa significhi l'essere moglie di un diacono. L'interrogativo rimane aperto, oppure la comprensione della chiamata ad un legame così particolare con il ministero ordinato si perde con la morte del marito?

Con la loro carica emotiva due "Senior DOC" (p. Sorge e p. Zanotelli) sono riusciti a dar "picche" per la loro vivacità, entusiasmo, grinta, fedeltà e tenacia alla vita evangelica ai partecipanti più giovani e hanno sortito l'effetto di rinsaldare in me la coscienza di ciò che sono: moglie di un diacono.
La frase di papa Francesco, "Non fatevi rubare la speranza", mi riecheggiava negli orecchi e mi riconfermava nel "sì" ad andare avanti sulla strada che il Signore ha stabilito per Luigi e per me.

(nella foto: Chiara [a sinistra] con Montserrat Martínez Deschamps [a destra], di Barcellona, delegata delle mogli dei diaconi presso la Comunità Internazionale del Diaconato [CID])


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