venerdì 30 novembre 2012

Nell'attesa di quel Giorno


1a domenica di Avvento (C)

Appunti per l'omelia

Il nuovo anno liturgico si apre con un periodo di quattro settimane, in cui la Chiesa si prepara a celebrare nel prossimo Natale la venuta storica di Gesù tra gli uomini. Al tempo stesso essa ravviva un atteggiamento, una dimensione che l'accompagna costantemente nel suo cammino dentro la storia: la dimensione dell'attesa. La Chiesa aspetta, non con paura ma con desiderio ardente e viva fiducia, un futuro che Dio nel suo amore ha promesso e prepara. Questo futuro, che ci sta davanti, verso cui stiamo avanzando, la Chiesa lo chiama "avvento" cioè venuta: la venuta del Signore Gesù.
Il futuro che la Chiesa attende, prima ancora che essere un avvenimento che accade, è una persona che viene, la Persona del nostro Salvatore.
Il brano del vangelo di Luca che ci viene proposto (Lc 21,25-28.34-36) riprende le immagini strane e terrificanti già incontrate in Marco due domeniche fa: non annunciano una catastrofe cosmica, ma intendono presentare un evento straordinario e irripetibile che avrà luogo al termine della storia, la venuta ultima di Cristo gloriosa e visibile a tutti. «Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria» (Lc 21,27). E sarà la fine del mondo attuale, dove trionfano il male e la morte, e sarà la venuta di un mondo nuovo, riempito dalla "gloria", dalla presenza splendente di Dio e di Cristo.
Ma la venuta finale di Gesù viene anticipata in un certo senso per ogni uomo nel momento della sua morte. È in questo momento che si decide la nostra sorte eterna: la comunione definitiva e beatificante col Signore o la lontananza definitiva da Lui. Si vive e si muore una volta sola e nel momento della morte la scelta per Dio o contro Dio diventa irreversibile e immutabile. È il "giudizio", a cui nessuno può sfuggire. Il futuro oltre la morte sarà, per chi avrà vissuto nell'amore l'appartenenza al Signore, "la vita eterna", cioè l'essere per sempre con Gesù nel seno del Padre, immersi in Lui, nel vortice della sua tenerezza, partecipando alla vita della Trinità. Ma se la morte dovesse cogliere l'uomo in una condizione di rifiuto totale nei confronti di Dio, allora la separazione da Lui e dai beati, che godono con Lui, sarebbe lacerante e definitiva.
Ciò spiega l'avvertimento forte e accorato di Gesù: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano...» (Lc 21,34). Egli ci mette in guardia contro il pericolo di adagiarci nel torpore e nelle false sicurezze della vita presente, dimenticando che le realtà essenziali sono altrove.
«Vegliate in ogni momento pregando» (Lc 21,36). È l'invito a tenere desta l'attenzione d'amore a Colui che verrà, ma che già viene e ci incontra già misteriosamente nella sua Parola, nei Sacramenti, nei fratelli. È una vigilanza che esprimiamo nel dialogo della preghiera e nell'operosità dell'amore. Più cresciamo nell'intimità filiale con Dio e nella gioia della comunione fraterna, più siamo in grado di intuire e sperare ardentemente le realtà della vita eterna. Ma se viviamo così, aumenta in noi il bisogno di anticipare nell'oggi e quaggiù la vita di carità che sarà perfetta in Paradiso.
Allora l'invito di Gesù a vegliare pregando è l'invito ad amare. E questo senza tregua: "in ogni momento". Se uno veglia è segno che ama. Ama Dio e quindi prega, in un dialogo con Colui che nel suo amore veglia rivolto incessantemente verso ciascuno di noi. Veglia anche chi è attento al fratello in un amore che non dice mai "basta!" ed è sommamente generoso.
«Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare fra voi e verso tutti» (1Ts 3,12). Parole queste di Paolo che esprimono il contenuto della vigilanza e richiamano alcune proprietà dell'amore: la reciprocità e l'universalità. Un amore, poi, che punta senza sosta a migliorare la sua qualità e intensità in una continua ed abbondante crescita e dono di sé.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Vegliate in ogni momento (Lc 21,36)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



venerdì 23 novembre 2012

Il vero Re, colui che serve e muore per amore


34a domenica del T. O. (B) – Cristo Re

Appunti per l'omelia

La Chiesa conclude il suo percorso annuale, l'anno liturgico, celebrando, col cuore colmo di riconoscenza e di giubilo, il Signore Gesù, Re dell'universo. I brani biblici illustrano alcuni aspetti di questa regalità.
Così il profeta Daniele. Ci mostra l'apparire di «uno, simile ad un figlio d'uomo», un uomo quindi, che avanza «sulle nubi del cielo», cioè sullo stesso piano di Dio. Ed «il Vegliardo (Dio) gli diede potere, gloria e regno… un regno che non finirà mai… che non sarà mai distrutto» (cf Dn 7,13-14).
Gesù applicherà abitualmente a sé questo titolo di "figlio dell'uomo", soprattutto quando parlerà della sua venuta ultima nella gloria (cf Mc 13,26). E, prima ancora, l'angelo Gabriele, annunciando a Maria la nascita del Salvatore, le dirà che «il suo regno non avrà fine» (Lc 1,33).
Anche il brano dell'Apocalisse (cf Ap 1,5-8), richiamando la visione di Daniele, esprime l'attesa del Regno finale: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà», delineando i connotati del nostro Re e la nostra relazione con Lui. «Gesù Cristo è il testimone fedele», Colui che con la sua parola, con la sua vita, ma soprattutto con la sua morte ha testimoniato e rivelato Dio come Padre, come Amore. «Il Primogenito dei morti», il Risorto, Colui che ha vinto la morte, rendendoci partecipi del suo destino. «Il Sovrano dei re della terra», Colui che detiene in assoluto il primato regale, «Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19,16).
Egli è «Colui che ci ama», l'amante, Colui che ci ama di un amore attuale e continuo. «E ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue», che ci ha liberati da ogni forma di schiavitù con un incredibile gesto d'amore, versando il suo sangue.
Il nostro Re ci ha liberati dal peccato e dalla morte riconciliandoci con Dio ed «ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre», abilitandoci ad una relazione privilegiata con Dio e, associandoci alla sua regalità, ci ha resi capaci di operare al servizio del Regno di Dio ed alla sua diffusione nella storia.
Ma lo sappiamo bene: è attraverso la croce che Gesù diventa il Re messianico. Alle domande di Pilato (cf Gv 18,33-37), Egli dichiara che il suo regno non è di questo mondo, che non trae origine dal mondo né è un regno con scopi politici. Anzi, si affretta a precisare la natura di questo regno, il fine e il senso della sua esistenza e della sua attività: «rendere testimonianza alla verità».
La Verità!... Che nel vangelo di Giovanni è la rivelazione definitiva dell'amore di Dio per gli uomini e che Gesù porta e che si identifica con Lui stesso: «Io sono la Verità» (Gv 6,14).
Gesù esiste ed opera solo per questo: rivelare a tutti il cuore di Dio che è Padre, consentire a ognuno di incontrarlo e lasciarsi abbracciare da Lui. In tutto quello che dice, che fa e che è, Egli rende testimonianza alla "Verità". A questa missione rimane fedele fino alla morte. Ed è così che esercita il suo potere regale, il suo servizio di Re. Così, «chiunque è dalla verità», colui che nel proprio cuore è in consonanza con la Parola di Dio, ci dice Gesù, «ascolta la mia voce».
Ma seguire Gesù ed aderire alla "sua Verità" significa riconoscerlo nel momento cruciale della sua vita, sulla croce.
È la croce il suo trono regale, il luogo dove la rivelazione di Dio, che è Amore, risplende in modo pieno e compiuto, perché è nel massimo del dolore che si manifesta il massimo dell'amore.
Il vero Re è Colui che serve e muore per amore!



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36)
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Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


venerdì 16 novembre 2012

L'incontro definitivo, il futuro che ci attende


33a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

L'anno liturgico sta per concludersi e la Parola di Dio vuole orientare la nostra attenzione agli eventi futuri verso i quali è in camminata la storia del mondo e dell'umanità. Lo fa anzitutto attraverso il messaggio di Daniele (12,1-3), dove assistiamo alla lotta tremenda fra il bene e il male. Ma sarà di Dio la vittoria finale, vittoria che culminerà nella risurrezione, dove «i saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento… come le stelle per sempre» (Dn 12,3).
«Molti si risveglieranno…». Gesù sarà il primo a "risvegliarsi" per la "vita eterna", dopo aver fatto l'esperienza amara della morte, aprendo la via della risurrezione a tutti noi: «Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11).
La speranza e l'attesa di questo futuro viene alimentata dal racconto evangelico (Mc 13,24-32), dove Gesù annuncia che cosa avverrà nel mondo, cosa accadrà ai suoi discepoli, cosa accadrà a Gerusalemme e come si concluderà la storia del mondo.
Con un linguaggio fortemente immaginoso, Gesù intende significare che sarà un avvenimento unico e irripetibile, dove l'intervento di Dio scuoterà la stessa natura e coinvolgerà tutto il creato, dove il vecchio mondo, inquinato dal peccato, scomparirà per lasciare spazio al nuovo.
«Il Figlio dell'uomo verrà sulle nubi con grande potenza e gloria»; sulle nubi, simbolo della presenza di Dio, come Dio; e «manderà gli angeli», che dipendono solo da Dio, quale segno del poter divino. «E radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo». Sarà un evento di salvezza!
Più che sull'aspetto punitivo dei malvagi, tutta l'attenzione è concentrata sulla venuta di Cristo e sul raduno degli eletti. Questo è il cuore dell'annuncio: un evento molto lieto, non da temere come un pericolo, ma da desiderare.
Attorno al Cristo glorioso saranno raccolti tutti i suoi per ricomporre la famiglia e celebrare la festa eterna. Anche se la storia dell'umanità è solcata di lacrime, il disegno di Dio però le riserva un finale non di fallimento definitivo, ma di sorprendente e totale positività. Non l'aspetto minaccioso di un nemico, ma il volto di una persona, la più cara ed amata. Avrà il volto di Gesù risorto e di una famiglia universale riunita attorno a Lui per la vita e la beatitudine eterna.
Nell'attesa, però, la tentazione di lasciarsi ingannare da ciò che è estremamente precario, è sempre in agguato. È la tentazione di vivere come se non dovessimo aspettare più nulla o nessuno, dimenticando che ogni giorno, ogni attimo ci viene donato perché ci prepariamo responsabilmente all'Incontro.
«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13,31).



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Mc 13,31)
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Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



giovedì 15 novembre 2012

A tempo pieno


Nel settimanale Luce e Vita della diocesi di Molfetta è stata riportata la lettera del vescovo Tonino Bello, A Sergio Loiacono: nella nostra diocesi, primo diacono permanente.
È una lettera del 27 settembre1989.
La signora Rosa, della parrocchia dove presto servizio, mi ha fatto avere il ritaglio dell'articolo della rivista. Voleva essere un dono per me, con la gioia di comunicarmi di aver colto di più la preziosità della presenza del diacono nella nostra comunità.
Per me, una maggior presa di coscienza della bellezza della mia chiamata ed un sentimento profondo di gratitudine per questo dono.
Questa è la lettera, che riporto integralmente.


Carissimo Sergio,
te l'ho detto a voce, ma voglio ripetermi. Tecnicamente, l'appellativo diacono permanente si dà a colui che, una volta salito sul primo dei gradini dell'ordine sacro, il diaconato appunto, si ferma in modo stabile lì, senza la prospettiva di ascendere, in seguito, agli altri due livelli: del presbiterato, cioè, e dell'episcopato.
La spiegazione non mi piace. Mi sa malinconicamente di negativo. Mi dà troppo il sapore di binario morto. Allude in modo molto scoperto ai galloni di quei soldati scelti che, non dovendo fare carriera, rimangono appuntati per tutta la vita.
Sembra, insomma, più il traguardo ultimo che recide le illusioni dell'«oltre», che lo «status» di chi annuncia con gioia che tutta la vita deve essere messa al servizio di Dio e dei fratelli.
Ti voglio dire, allora, qual è la disposizione d'animo con la quale tra giorni ti imporrò le mani sul capo.
Vedi, Sergio, desidero che tu sia per la nostra Chiesa locale il segno luminoso della sua diaconia permanente. L'icona del suo radicale rifiuto per ogni mentalità da «part-time». Il simbolo dell'antiprovvisorietà del suo servizio. Il richiamo contro tutte le tentazioni di interpretare con moduli di dopolavoro l'impegno per i poveri. La negazione di ogni precariato che voglia includere, non solo nella diaconia della carità, ma anche in quella della Parola e della lode liturgica, la banalità aziendale del «turn-over».
Auguri, Sergio.
I laici, vedendoti, si sentano messi in crisi per l'incapacità di dare al loro servizio ecclesiale lo spessore del tempo pieno e, forse, neppure quello del tempo prolungato.
I religiosi ti sperimentino come provocazione alla totalità di una scelta, che è permanente non tanto perché impedita di far passi in avanti quanto perché esorcizzata dal pericolo di far passi all'indietro, con quelle quotidiane ritrattazioni di fedeltà che a poco a poco si rimangiano la bellezza del dono.
I presbiteri ti accompagnino per leggere nella tua vita il filo rosso che deve attraversare tutto l'arco della loro esperienza sacerdotale: la completezza dell'offertorio, la stabilità della consacrazione, il servizio della comunione.
E anche il tuo vescovo, invocando lo Spirito su di te, comprenda che il diaconato permanente, se è il gradino più basso nella gerarchia dell'ordine sacro, è, però, la soglia più alta che l'avvicina a Cristo, «diacono di Jahvè».
Dai, Sergio.
Con me ti benedice tutto il popolo di Dio.
+ Don Tonino, vescovo



martedì 13 novembre 2012

Un servizio che non fa sfoggio di sé


"Guardatevi da quelli scribi che vogliono i primi posti e divorano le case delle vedove" (cf Mc 12,38-40). Un esame di coscienza è necessario per chiunque ricopra un ministero a servizio della comunità, «un monito per tutti i credenti e, in particolare, per gli uomini "religiosi"», così Enzo Bianchi nel suo commento a questo passo evangelico.
E continua: «Spesso infatti gli uomini "religiosi", animati dalla loro pretesa giustizia, si ergono a esempio da imitare ma finiscono per esibire le proprie virtù solo per suscitare l'ammirazione degli altri: quali veri "sepolcri imbiancati", ostentano le loro opere buone sforzandosi ogni giorno di edificare la propria reputazione santa. Invece di servire Dio facendosi servi dei fratelli, essi si servono del loro ruolo per essere onorati: il loro peccato è l'ipocrisia, cioè il "fare scena", l'apparire piuttosto che l'essere, il vivere per conseguire l'applauso degli uomini, non per piacere a Dio... Di costoro Gesù altrove dice che "hanno già ricevuto la loro ricompensa", sia che facciano l'elemosina, sia che preghino, sia che digiunino: tutte azioni giuste in sé, le quali però, se esibite, non inducono a riconoscere l'azione di Dio nei credenti, ma indirizzano la gloria su chi le compie».

Sento che l'invito è rivolto a me direttamente, come cristiano e come diacono. Ed è d'obbligo un esame di coscienza per vedere se il nostro comportamento, di prete o diacono, lascia trasparire, nel nostro modo di esercitare il servizio ecclesiale affidatoci, quell'essere per gli altri sull'esempio di Gesù.
È vero che questa presenza ministeriale è così "essenziale" da essere insostituibile nella sua azione ecclesiale, ma allo stesso tempo la vedo così "nascosta" e "immersa" nella vita della comunità da non dare adito a plausi fuori luogo per la propria persona. Ma essere piuttosto "anima", e quindi "sorgente di vita", di quel "Corpo", porzione di Chiesa ma allo stesso tempo Cristo intero, che siamo chiamati a servire.
Ed essere così, insieme, comunità viva e credibile in mezzo al mondo.


venerdì 9 novembre 2012

La "vedova" ci insegna…

32a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

«Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri» (Mc 12,43).
Il messaggio della Parola di Dio di questa domenica vuol farci cogliere la generosità del cuore con la quale diamo a Dio tutto quello che abbiamo.
La figura della vedova, di cui si parla nelle letture, è il simbolo di una categoria socialmente debole, che appartiene alla classe dei più poveri, facile preda di profittatori e sfruttatori. Figura in stridente contrasto con l'ipocrisia degli scribi (gli intellettuali e le guide morali del popolo), affetti da arroganza e vanità, che nella loro avidità sfruttano le vedove che nella loro precarietà sociale ricorrono alla loro consulenza. Da queste persone, Gesù ci dice di guardarci (cf Mc 12,38-40).
La vedova di Sarepta poi (cf 1Re 17,10-16), la donna pagana alla quale Elia si rivolge, viene descritta come colei che, nonostante la sua estrema necessità, si fida delle parole del profeta. Anzi, si fida delle parole che Dio le rivolge attraverso il suo profeta, compiendo così un gesto di estrema generosità.
Essa appare come la figura dei pagani chiamati alla fede. Gesù stesso vedrà in questo episodio l'annuncio dell'evangelizzazione dei pagani (cf Lc 4,25-26).
Così non dissimile è la figura della vedova protagonista dell'episodio evangelico odierno.
Nello stato di povertà estrema essa, nel tesoro del tempio, «vi gettò due monetine, che fanno un soldo… tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,42.44). Avrebbe potuto dare una monetina per il tempio e l'altra tenerla per sé. Ma non lo fece. E nessuno riesce a cogliere, esternamente, la portata di tale gesto. Solo Gesù lo legge col giudizio di Dio e vuole che i discepoli condividano la sua interpretazione.
Se poco prima (cf. il vangelo di domenica scorsa) aveva sottolineato la centralità dell'amore, ora semplicemente vuole che i discepoli guardino un esempio, quale traduzione concreta di quel comandamento: un gesto di amore, non vistoso, anzi materialmente irrilevante. Ma è il dono è totale! In amore non conta la quantità di quanto si dà, ma il cuore e la sua capacità di dare tutto, di darsi interamente.
La vedova, nella sua generosità totale e senza risparmio, diventa immagine e presagio di Gesù stesso nel dono totale ed imminente della propria vita.
È Gesù stesso che, invitando i discepoli a guardare a quella vedova, ci insegna che Dio registra con cura ogni gesto, anche il più nascosto: ai suoi occhi esso assume un valore ed una bellezza capaci di affascinarlo nella misura dell'amore con cui è compiuto.
E la vedova ci insegna:
- a non giudicare le persone ed i loro gesti dalle apparenze, sapendo che Dio vede nel segreto e conosce il cuore, perché da esso si qualificano le azioni dell'uomo;
- che i piccoli, quelli che non figurano nelle prime pagine, sono capaci di gesti d'amore che non avranno l'onore della cronaca, ma che costruiranno la storia, quella vera;
- ci insegna che nessuno è così povero da non aver nulla da dare, e più il dono è totale e impregnato d'amore, più è prezioso;
- ci insegna che, quando si tratta di Dio, è saggezza grande non riservarsi nulla ma dargli tutto, aspettandosi che Lui provveda da pari suo alla nostra indigenza.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Questa vedova, povera, ha dato più di tutti gli altri (Mc 12,43)
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  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



venerdì 2 novembre 2012

Il culto più vero e gradito a Dio

31a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore» (Dt 6,4). Queste parole, con quelle che seguono, sono il cuore della fede espressa nella Bibbia, costituiscono la professione di fede che gli Ebrei fedeli, in tutti i secoli e ancora oggi, recitano più volte al giorno. Proclamano la relazione stretta del popolo col suo Signore, la sua appartenenza a Lui, anzi l'appartenenza reciproca: Il Signore è il nostro Dio: siamo del Signore e il Signore è nostro.
Da questa affermazione di fede, della nostra appartenenza al Signore e l'unicità assoluta di Lui, scaturisce quel rapporto totalizzante con Dio che il testo definisce come "amore": «Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,5).
È noto come i rabbini avessero raccolto la Legge di Mosè in 613 comandamenti ed anche che i maestri ebrei cercassero, nella serie interminabile dei precetti, di individuarne uno che avesse chiaramente il primato sugli altri. In questo senso si coglie la domanda che lo scriba, sinceramente interessato all'insegnamento di Gesù, gli pone: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» (Mc 12,28).
Gesù risponde facendo sua la professione monoteista del Deuteronomio, che sulle sue labbra esprime un'adesione a Dio così intensa e ardente, quale mai fu vissuta prima di Lui né mai in seguito. La risposta di Gesù a questo punto sembrerebbe conclusa: al primo posto nella vita del credente c'è l'amore di Dio. Ma si affretta ad aggiungere: «E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mc 12,31).
Il comandamento dell'amore a Dio, che è indiscutibilmente il primo, non può esistere da solo. Pur rimanendo distinti, i due comandamenti si intrecciano e si richiamano a vicenda. Non posso amare Dio, se non amo quelli che Egli ama. Se mi impegnassi ad amare soltanto Dio escludendo il mio prossimo, la mia relazione con Dio sarebbe semplicemente falsa, inesistente e quindi illusoria. Se investissi ogni mia energia nell'amare gli uomini, escludendo espressamente Dio dal mio orizzonte, il mio rapporto col prossimo sarebbe semplicemente idolatria e amore non genuino. Ogni gesto è autentico se è insieme amore di Dio e del prossimo.
Sei sicuro di amare Dio con tutto il cuore, se ami il prossimo come te stesso. Il credente non è più diviso fra i doveri verso Dio (culto, preghiera, osservanza del sabato...) e il suo comportamento nella vita familiare e sociale. Se vivo nell'amore le molteplici forme della relazione col prossimo, in uguale misura cresce la mia relazione con Dio. L'altro, che è semplicemente e sempre un fratello, non è un muro o una porta chiusa fra me e Dio. Ma una porta aperta, una via direttissima a Dio.
Amare il prossimo come se stesso è attenzione costante a fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi (cf Mt 7,12). È la "regola d'oro", espressa in vario modo in tutte le religioni. Nella tradizione musulmana, per esempio, si trova formulata così: "Nessuno di voi è vero credente, se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso".
Lo scriba cercava di sapere quale fosse il primo comandamento. Gesù gliene indica praticamente uno solo: amare. E lo scriba conferma e sottoscrive la risposta di Gesù: il duplice amore «vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici» (Mc 12,33). Non viene solo condannato il culto sterile e lontano dalla vita, ma si afferma che amando Dio e il prossimo si celebra il culto più vero e gradito a Dio.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mc 12,31)
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  di Marinella Perroni (VP 2012)
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