mercoledì 31 ottobre 2012

La gioia del Cielo

Tutti i Santi

Appunti per l'omelia

La solennità di Tutti i Santi ci apre uno spiraglio sulla città del Cielo, la patria comune verso cui siamo incamminati e che tanti nostri fratelli hanno già raggiunto, la casa paterna dove si celebra in eterno la festa di Dio con i suoi amici.
I Santi. Sì, coloro che hanno raggiunto la comunione perfetta con Dio (già su questa terra o attraverso la purificazione che il suo amore ha donato loro dopo la morte) e ora godono in cielo un rapporto vivo e beatificante con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Non soltanto coloro che, cominciando da Maria Santissima, la Chiesa venera pubblicamente e la cui lista ufficiale si allunga di anno in anno. Ma tantissimi, cristiani e non, che nella loro vita hanno cercato Dio e hanno amato fino alla perfezione. Sono «una moltitudine immensa, che non si può contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9).
Essi popolano il Cielo! Certo, non un luogo al di là delle nubi, ma quel vortice infinito di tenerezza, di bellezza, di vita, di libertà, di felicità che è la realtà di Dio, la realtà delle Tre Divine Persone congiunte tra loro in un perfetto intreccio d'amore.
È l'essere immersi in questo oceano di pace e di beatitudine: «Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati, è chiamata "il cielo". Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva» (CCC 1024).
I Santi, la realizzazione perfetta delle beatitudini proclamate da Gesù nel Vangelo…
Così, anche noi «uniti all'immensa schiera degli angeli e dei santi, cantiamo con gioiosa esultanza la gloria di Dio» (dal Prefazio). E la nostra liturgia terrena si associa misticamente a quella celeste. La Chiesa del cielo e quella ancora pellegrina sulla terra formano insieme un coro a due voci, che con diverse tonalità compongono un'unica mirabile armonia.


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Vedi anche:

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


venerdì 26 ottobre 2012

Credere è "vedere", ma soprattutto "seguire"


30a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

Il brano evangelico proposto dalla liturgia per questa domenica (cf Mc 10,46-52) riporta l'ultimo miracolo che Gesù compie nell'ultima tappa del suo viaggio verso Gerusalemme, dove lo attende la morte: il suo incontro con il cieco Bartimeo e la guarigione di quest'ultimo. È sorprendente notare il contrasto fra ciò che Bartimeo era e ciò che diventa in seguito all'intervento di Gesù. Prima, un escluso dalla società, incapace di provvedere con le sue forze al proprio sostentamento. Ora, uno che ci vede, che è in perfetta salute e segue Gesù come discepolo, sulla stessa strada che porta a Gerusalemme. Anzi, si può dire che di tutti i malati guariti da Gesù è l'unico che lo segua…
La notizia che sta passando Gesù lo risveglia nel profondo e gli accende in cuore la speranza... e «cominciò a gridare…». Ha capito che Lui e Lui solo può risolvere il problema della sua cecità; ed insiste contro la resistenza di molti della folla presente, che giudicano una stonatura inopportuna la sua insistenza. Ma in realtà l'invocazione del cieco è già una professione di fede, perché riconosce Gesù come «Figlio di Davide»; invocazione che esprime un rapporto personale, di familiarità, ed anche di venerazione e fiducia nella potenza dell'Inviato di Dio e nella forza del suo nome, Gesù, il Signore salva, l'unico nome che salva.
Così si può constatare che Bartimeo ha più fede della folla: lui cieco vede in Gesù ciò che gli altri, i vedenti, non sanno vedere. E Gesù lo fa chiamare, «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
E quando Gesù chiama (e lo fa sempre per liberare e rendere felici) non si può indugiare, si "balza in piedi" come il cieco, non ci si lascia bloccare dalla massa indifferente o mossa soltanto da interesse superficiale e non disposta a seguire Gesù.
Così il cieco, «Maestro mio, che io veda di nuovo!». E Gesù, «Va', la tua fede ti ha salvato».
Gesù vede nelle parole e nel comportamento del cieco la condizione perché si compia il miracolo: la fede. In questa risposta di Gesù si coglie la sua gioia nel constatare in una persona questa presenza della fede, che è così essenziale che Gesù quasi la personifica attribuendole la forza di guarire, anche se è Lui solo che lo può fare. E salva nel senso che non guarisce soltanto gli occhi spenti del cieco, ma l'uomo intero; e gli dona una salvezza che supera immensamente la riacquistata efficienza fisica: gli dona un rapporto profondo di comunione con Dio. Ed il segno appunto di questa "trasformazione", di questa "salvezza" è il recupero della vista, ma soprattutto il fatto che il cieco guarito «prese a seguire Gesù per la strada», decidendo di legarsi a Lui, condividendo il suo cammino e quindi il suo destino come un vero discepolo.
Così, la vista ricuperata è il segno del dono della fede.
Perché credere è "vedere" chi è Gesù, ma soprattutto è "seguire" il Maestro fino a Gerusalemme, fino al dono della vita. Questa è la fisionomia del vero discepolo.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Che cosa vuoi che io faccia per te? (Mc 10,51)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


sabato 20 ottobre 2012

Il diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 175 (luglio/agosto 2012)


Testimonianze di santità diaconale


Sommario

EDITORIALE
La preghiera di intercessione, via alla santità ministeriale (Giuseppe Bellia)

CONTRIBUTO
Testimoni di santità diaconale (Enzo Petrolino)

MEMORIA
In ricordo di Gian Paolo Cigarini (Luciano Pirondini)

REGGIO EMILIA
Testimoni del Vangelo (Gian Paolo Cigarini)

FOCUS
Don Altana: la sua profezia all'origine della mia vocazione diaconale (Enzo Petrolino)

APPROFONDIMENTO
La diaconia martiriale di san Lorenzo (Giovanni Chifari)

TORINO
Don Pignata e i primi testimoni: intervista a un diacono torinese (Giorgio Agagliati)

FORMAZIONE
"Quale diacono per quale chiesa?" (Gianfranco Girola)

RIFLESSIONI
Santità diaconale? (Andrea Spinelli)

VENEZIA
Un umile amore (Gino Cintolo)
Servi inutili (Gino Cintolo)

BRASILE
Il primo diacono "fidei donum" (Franco e Loredana Scaglia)

ROMA
Un'eredità preziosa (Giuseppe Colona)

NAPOLI
La credibilità della Chiesa (Gaetano Marino)
Tappe di luce (Giuseppe Daniele)

IL PUNTO
Tra l'imposizione delle mani e la preghiera consacratoria (Vincenzo Testa)

MESSINA
Lettera di un diacono (Tanino Cavallaro)
Un'orma indelebile (Nino Garofalo)
Ricordo di un diacono (Egidio Bellanti)


Rubriche

TESTIMONIANZA
Il cammino sponsale (Laurino Circeo)

PELLEGRINAGGIO
Diaconi con Cristo Servo in Terra Santa (Maria Pina Rizzi)



(Vai ai testi...)

venerdì 19 ottobre 2012

Un servizio secondo lo stile di Gesù

29a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù aveva annunciato per la terza volta la sua prossima passione e morte, a cui avrebbe fatto seguito però la risurrezione (cf Mc 10,32-34). Ma i suoi discepoli, in particolare i due fratelli Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, reagiscono nel modo più deludente. Non comprendono la logica del servizio che le parole del Maestro esprimono, manifestando invece una mentalità, un modo di pensare, che è agli antipodi del suo: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,37). Così, Gesù, senza mezzi termini, bolla la loro richiesta come insensata: «Voi non sapete quello che chiedete» (Mc 10,38).
Segue allora un insegnamento a tutto il gruppo dei discepoli. Mentre esprime un giudizio pesante e senza attenuanti sul modo di governare e di esercitare il potere nella società, dichiara: «Tra voi però non è così» (Mc 10,43). Non si tratta di una esortazione, ma semplicemente afferma che nella sua comunità il modo di gestire i rapporti è totalmente diverso da quello praticato nella società contemporanea, anzi è alternativo ad esso. L'autorità nella Chiesa deve essere svuotata del carattere di dominio sugli altri. Non dev'essere assolutamente un duplicato di quella civile: i rapporti sono semplicemente capovolti e rovesciati.
Gesù non mortifica l'aspirazione naturale a "primeggiare", a "essere grandi"; ne cambia però il contenuto, affermando che la vera grandezza, il vero primato, sta nell'amore che serve. «Chi vuol diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,44).
Il servo, il diacono, colui che opera in favore degli altri!
Lo schiavo (doulos), colui che non ha diritti, di cui tutti possono disporre, che non si appartiene, che è in balia degli altri, un uomo "mangiato" dagli altri!
Come «il Figlio dell'uomo, venuto non per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Servire e dare la vita!
Così, qualunque gesto, piccolo o grande, che posso compiere in favore di qualcuno, qualunque cosa io possa dare agli altri, se non esprime un dare la vita, se non è un dono di me stesso, non è un "servizio" secondo lo stile di Gesù, secondo il Vangelo.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
È venuto per servire e dare la propria vita (Mc 10,45)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi




mercoledì 17 ottobre 2012

Un ministero "collettivo"


Nel fare memoria, oggi, di sant'Ignazio di Antiochia, mi sono soffermato a considerare la sua visione del ministero ordinato, ministero che è per sua natura "collettivo", con l'urgenza di una concreta testimonianza di comunione "affettiva ed effettiva".

Riporto un passo tratto dalla Lettera ai cristiani di Tralle.


«Siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo, e perciò non vivete secondo gli uomini, ma secondo Gesù Cristo che è morto per noi. Credendo nella morte di lui, sfuggite alla morte. È necessario che, come già fate, nulla facciate senza il vescovo e che siate sottomessi anche al collegio presbiterale come agli apostoli di Gesù Cristo, nostra speranza, per essere trovati in comunione con lui.
È necessario che anche i diaconi, quali ministri dei misteri di Gesù Cristo, siano accetti a tutti in ogni cosa: non sono infatti ministri di cibi o di bevande, ma della Chiesa di Dio, e devono perciò tenersi lontani da qualsiasi colpa come dal fuoco. Da parte loro, tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, onorino particolarmente il vescovo, che è immagine del Padre, e i presbiteri quale senato di Dio e assemblea degli apostoli. Senza di essi non si può parlare di chiesa».



martedì 16 ottobre 2012

La pazienza di un ministero


Il 4 settembre scorso ho pubblicato in questo blog un intervento dal titolo La figura del diacono nelle omelie del card. Martini, a margine dell'articolo apparso sul numero 174 della Rivista Il diaconato in Italia.
Riporto ora nel mio sito di testi e documenti le cinque Omelie che il card. Martini ha pronunciato per le Ordinazioni dei diaconi permanenti della diocesi ambrosiana, dal 1990 al 1999.

Accolgo con cuore una "raccomandazione" che il Cardinale ha fatto nell'omelia del 4/11/1992, perché mi tocca profondamente (e penso anche molti diaconi), e che riguarda la "presenza" di questo ministero nelle nostre chiese e la responsabilità di accoglierlo e di testimoniarlo adeguatamente.

Ecco il passo dell'omelia:
«Ricordando quanto ho detto, nel 1990, ai primi cinque diaconi, vorrei fare pure a voi una raccomandazione. Sarete ministri consacrati, ministri della Parola, dell'altare, della carità; avete dunque il diritto di essere accolti come tali dalle comunità cristiane. A voi però raccomando pazienza, comprensione delle varie sensibilità, proprio perché il vostro è ancora un ministero recente, pur se antichissimo, e solo a poco a poco il popolo di Dio scoprirà la fondamentale importanza della vostra presenza. Voi siete quindi ambasciatori di un ministero antico, ma anche di un ministero in qualche modo nuovo; in voi il popolo cristiano comprenderà la provvidenzialità di tale ministero se saprete rendervi come Gesù, disponibili a tutti e, in particolare, se saprete rispettare l'ufficio del sacerdote, cooperando generosamente con lui per il bene di tutta la parrocchia».




sabato 13 ottobre 2012

Il deserto, scuola di intimità divina


Sempre sull'onda del discorso di Benedetto XVI pronunciato in occasione dell'apertura dell'Anno della fede, mi torna alla mente questo scritto di Carlo Carretto, tratto da Un cammino senza fine:

«Se l'esodo è il simbolo del cammino dell'uomo verso la perfezione, il deserto ne è lo spazio vitale. È nel deserto che l'uomo impara a conoscersi, fare le sue scelte come dice il Deuteronomio: "pongo davanti a te due strade: il bene e il male, scegli" (Dt 30,15.19). È nel deserto che l'uomo matura la preghiera prolungata e vitale, che si abitua alla fatica della marcia, che impara a conoscer i suoi limiti, il suo egoismo, la sua pigrizia, la sua golosità e più di tutto le cose nascoste. "Ti ho condotto nel deserto per vedere ciò che c'era nel tuo cuore" (Esodo).
Ma c'è di più. Il deserto è la scuola dell'intimità divina, è lo spazio silenzioso e senza confini dell'incontro con l'Assoluto di Dio. Nel deserto la Legge diventa Amore e l'uomo scopre che Dio è Persona. I profeti hanno aiutato il popolo di Dio a trovare questa dimensione matura del rapporto con Jahvè proprio nel deserto e il rapporto è diventato amicizia, colloquio, conoscenza, vita».

«Resta la faccenda della mormorazione di cui abbiamo riempito tutte le tappe della marcia nel deserto. "Non potevi lasciarci in Egitto dove il pane era in abbondanza e non mancava?". Quando è mancata l'acqua abbiamo mormorato dicendo: "Perché ci hai condotto in questo luogo arido ombra di morte?". Quando è mancata la carne e la manna ci disgustava abbiamo mormorato dicendo: "Là in Egitto le marmitte erano piene di carne e tu ci hai condotto qui a mangiare questo cibo insipido" (Es 16-17).
Per tutta la marcia abbiamo mormorato. Di mormorazione abbiamo riempito il deserto. Ma non ne usciremo se non avremo prima trasformato le mormorazioni in beatitudini. Dovremo arrivare a dire: beati gli affamati. Beati gli assetati. Beati! Beati! Beati! Il deserto è veramente il luogo di Dio ed è il luogo dove l'uomo impara a divenire Dio. Figlio di Dio, s'intende, ma della stessa natura di Dio. Chi compirà la trasformazione è la carità e quando regnerà la carità non ci sarà più bisogno né della fede né della speranza, che avranno esaurito il loro compito».


venerdì 12 ottobre 2012

Col cuore veramente libero

28a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

«Un tale corse incontro a Gesù e gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?"» (Mc 10,17). Domanda di un tale, in cui ognuno di noi può identificarsi, che contiene l'aspirazione più profonda di ogni uomo: non fare naufragio nella vita, "realizzarsi", assaporare la felicità tutta intera. Ed il Maestro dichiara che la condizione di una esistenza "riuscita" è attuare la volontà di Dio espressa nei comandamenti, da Lui elencati in quelli che riguardano l'amore al prossimo. Che Gesù voglia forse sottolineare con forza e quasi paradossalmente che l'amore per Dio ha il suo test di autenticità nell'attenzione concreta al prossimo, dato che i primi tre comandamenti non vengono menzionati? La risposta la possiamo trovare nel seguito del colloquio, nel rapporto personale che il discepolo instaura con Gesù che fissa lo sguardo su di lui, uno sguardo penetrante e carico di simpatia e di affetto che raggiunge l'interiorità della persona e l'afferra sconvolgendola. È l'effetto di quel «Lo amò»! Un amore che si fa proposta ben precisa: «Va', vendi quello che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (Mc 10,21).
Se Gesù ti chiama, è perché ti ama! Ed è un amore esigente che apre orizzonti nuovi: non fare abbondanti elemosine, regalando il superfluo di beni, di tempo, di energie, ma di vendere tutto, decidendo di vivere nella dimensione del dono e della condivisione, affidandosi incondizionatamente a Gesù. Il vendere ed il donare i propri beni ai poveri costituiscono la libertà necessaria per appartenere a Cristo.
Gesù ci rivela che aderire a Lui è ormai il modo vero e unico di osservare i comandamenti, compresi quelli che richiedono l'obbedienza a Dio. Tale obbedienza a Dio ormai si esprime nel "seguire" Gesù, nel quale Dio si fa presente in modo supremo. In altri termini, si può dire che Gesù riformuli il primo comandamento in modo nuovo e sbalorditivo, applicandolo alla sua persona.
Ma donarsi a Gesù è una scelta irrevocabile. Significa tagliare i ponti dietro di sé, rinunciando ad ogni appoggio e sicurezza che non sia Dio solo. La prospettiva di lasciare quei beni che garantiscono una sicurezza umana, fa paura; può mancare il coraggio di giocarsi per intero e di lasciarsi "sedurre" dal Dio che è apparso in Gesù, giudicando troppo alto il prezzo da pagare: «Egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni» (Mc 10,22).
L'attaccamento alla ricchezza, il timore di perdere le possibilità e la sicurezza che essa offre, smorza anche gli slanci più generosi. Ed allora chi può salvarsi? Ma a Dio tutto è possibile! Dio può cambiare il nostro cuore, donandogli la libertà interiore ed esteriore dai beni materiali, e metterci nella condizione di appoggiarci solo a Lui, con una ricompensa centuplicata.
Tutti, indistintamente, siamo chiamati da Gesù a far parte del suo seguito, ad avere il cuore libero di amare senza condizionamenti, a vivere questa sequela non da soli, ma inseriti in una comunità, dove si sperimenta che la ricchezza non si tiene per sé ma si condivide, nel recupero di infiniti fratelli, sorelle, figli, madri; dove la famiglia naturale è piccola cosa davanti alla grande famiglia dei discepoli di Gesù, in cui ognuno si sente "portato" dall'amore di tutti.
L'appello di Gesù rivolto al ricco è per tutti noi: metter Dio al primo posto, legarsi incondizionatamente a Gesù!



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Se ne andò rattristato, possedeva infatti molti beni (Mc 10,22)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



giovedì 11 ottobre 2012

Nel deserto, la vita!


Al termine di questa giornata nella quale il Papa Benedetto XVI ha aperto l'Anno della Fede, faccio mie alcune sua parole pronunciate all'omelia della messa di apertura, perché mi indicano il senso profondo di questo impegno personale e comunitario, di una speciale "diaconia" da vivere per essere segno di quella speranza che non delude:

«Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n'è bisogno, ancor più che 50 anni fa! … In questi decenni è avanzata una "desertificazione" spirituale... È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall'esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c'è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza».

E la strada maestra per attuare quanto proposto è la "via del fratello". L'amore per ogni uomo ed ogni donna che incontro nella giornata della vita e trasmettere ad ognuno almeno un briciolo di quella luce che ha invaso l'anima mia e di molti.
A questo proposito scrive, tra l'altro, Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, per la giornata di oggi: «L'umanità ha bisogno di incontrare Dio attraverso l'amore dei fratelli. È questa la via di evangelizzazione intuita da Chiara Lubich e fatta propria dai membri dei Focolari: un impegno vissuto nel quotidiano, a fianco delle persone, teso a realizzare sempre e ovunque la preghiera di Gesù al Padre, "Che tutti siano una cosa sola", a fare, cioè, già in questo tempo, dell'umanità, un'unica famiglia».

venerdì 5 ottobre 2012

Immagine della fedeltà di Dio

27a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

Il tema del matrimonio domina la liturgia di questa domenica. Le parole di Gesù, riportate nel vangelo di oggi, vanno inquadrate nel cammino formativo che il Maestro fa percorrere ai discepoli: che cosa comporta il "seguire" Lui per quanti sono impegnati in un legame coniugale e familiare?
I farisei, nella loro domanda sulla liceità del divorzio, pensano al legame giuridico che per determinati motivi può essere sciolto. Gesù invece sposta l'attenzione sul progetto originario di Dio riguardante il matrimonio. Tale progetto, espresso chiaramente nei testi della Genesi, fanno della persona umana, maschio e femmina, una relazione espressa ad immagine di Dio stesso.
«Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (Gen 2,18). L'uomo, l'ha adam, non è ancora "maschio": è una umanità non ancora completa. Manca qualcuno che la renda pienamente se stessa, come Dio l'ha pensata. Così la donna, come uno che sta "di fronte a lui", in rapporto di comunione, non è presentata come il "completamento" dell'uomo, ma entrambi, quali partners e alleati, sono persone già "autosufficienti", in qualche modo complete in se stesse. Il nuovo essere creato è della stessa "pasta" dell'uomo, condivide la stessa dignità, lo stesso destino, la stessa vocazione: ambedue, l'uomo e la donna, sono chiamati a vivere in comunione permanente: «È carne della mia carne»; «I due una carne sola».
I due cioè fonderanno insieme le loro vite, diventeranno una sola esistenza nella distinzione delle persone. "L'io della moglie diventa per amore l'io del marito e viceversa", dice Giovanni Paolo II.
Sono immagine di quel Dio che ha stretto un'alleanza eterna d'amore col suo popolo; alleanza che Gesù ha portato a compimento col sacrificio della sua vita.
I discepoli che si trovano impegnati nel matrimonio sono chiamati a vivere quindi la logica di questa alleanza. Sono chiamati a vivere quella solidarietà senza compromessi e definitiva che Gesù ha vissuto e che lo ha condotto sulla croce, cioè una donazione totale e irrevocabile.
In questa luce le prime pagine della Genesi acquistano tutto il loro significato: è il Signore che ha legato i due in un'alleanza che li coinvolge e impegna le loro persone in maniera definitiva. Immagine di quel Dio che non è solitario, ma pluralità di Persone legate fra loro da un'alleanza eterna e infinita. Egli è un Dio che ama nella fedeltà assoluta.
Allora come una persona può dire "Ti amo!" senza aggiungere "per sempre"? Non può esserci un modo diverso di concepire e vivere l'amore, perché esso è "dono", un dono che Dio offre, un dono da custodire con cura, un dono da implorare continuamente.
Nessuna condanna allora per coloro che non rimangono fedeli a quel "per sempre", ma piuttosto misericordia e solidarietà concreta, senza esitare nella consapevolezza che il disegno sulla coppia, sulla famiglia, in vista della vera felicità dell'uomo, rimane quello che il Signore ha rivelato nei testi della Genesi e che Gesù ha riaffermato con forza nel vangelo.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
L'uomo non divida quello che Dio ha congiunto (Mc 10,9)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi