martedì 20 marzo 2012

Vocazione diaconale e vita familiare


Il mensile La Fiaccola, dell'Associazione "Amici del seminario" di Milano, nel penultimo numero dello scorso anno ha pubblicato, nella rubrica Diaconato, la testimonianza di Cristina Formenti, moglie del diacono Cesare Bidinotto, dal titolo Vocazione diaconale e vita familiare. La riporto integralmente.


L'omelia dell'arcivescovo Scola per le ordinazioni diaconali dell'ottobre scorso è stata oggetto di riflessione nell'incontro con le mogli dei diaconi permanenti, guidato da don Giuseppe Como, durante il primo "giovedì diaconale". In questa occasione si sono condivisi tanti pensieri e tante testimonianze, fra le quali quella di Cristina, sposata con Cesare Bidinotto, diacono dal 2005, che qui riportiamo.


Nella mia vita ci sono stati alcuni passaggi che hanno rappresentato uno spartiacque: il matrimonio con Cesare (passaggio da una vita spensierata a una vita più responsabile); l'incontro con il movimento RnS (passaggio da cristiana "impalata" a cristiana più attiva); la chiamata al diaconato di Cesare, che ha coinvolto due terzi degli anni del mio matrimonio.

«Come Maria ho accettato tutto, nonostante non capissi fino in fondo»

Infine la destinazione di mio marito in un luogo di sofferenza e di emarginazione (l'Ospedale neuropsichiatrico "Corberi" di Limbiate), che mi ha fatto entrare in un mondo completamente sconosciuto. La domanda è: "Come è stata riplasmata la mia vita coniugale e personale?». Come modello ho sempre tenuto Maria, negli anni di cammino verso l'ordinazione di Cesare, pregando, tacendo, pazientando, sostenendo mio marito nelle difficoltà, rinunciando ai miei bisogni per lasciargli spazio per lo studio, gli incontri, i ritiri, custodendo quindi la sua vocazione, come ci suggeriva di fare l'allora rettore per il diaconato don Pierantonio Tremolada.
Ho tenuto Maria come modello fino all'ordinazione, accettando tutto nonostante non capissi fino in fondo quello che mi aspettava, quali ricadute avrebbe effettivamente avuto questo evento sui nostri progetti a livello coniugale; mi sono fidata degli accompagnatori e ho affidato la nostra coppia al Signore; ho trovato forza e incoraggiamento anche grazie agli altri compagni di cammino di Cesare che, con le loro mogli e le loro famiglie, mi hanno mostrato esempi alti di fede e di servizio alla Chiesa e al prossimo.
Ma la questione scottante è avvenuta con l'ordinazione di Cesare. Dopo essere entrata per la prima volta in vita mia in un luogo dove dimora il disagio psichico, mi sono domandata: «Perché Cesare è stato inviato proprio in questo posto emarginante, contradditorio, sconvolgente, dove è difficile affermare che l'uomo è a immagine di Dio?».
Anche dinanzi a questa situazione ho chiesto aiuto a Maria, ho lasciato i miei incarichi in parrocchia a Desio ed ho cominciato ad osservare e a cercare di conoscere tutto e tutti al "Corberi": i volontari, gli operatori e infermieri, i dirigenti, gli ammalati, ma soprattutto ho iniziato a cercare e a individuare la presenza di Dio e l'azione dello Spirito Santo in questi malati, in noi e intorno a noi.

CON I RAGAZZI DEL "CORBERI"
I ragazzi del "Corberi" mi hanno insegnato molto: non avendo "filtri", capiscono benissimo se tu li ami o se li sopporti, e quindi, ti scelgono o meno secondo questo criterio.
Quando sei troppo indaffarato ed emani agitazione non ti si avvicinano, perché hanno bisogno di certezze e di pace; non riuscendo a trovarla in se stessi, la cercano negli altri.
Non avendo una famiglia "tradizionale", la ricostruiscono identificando chi li frequenta come fratello, sorella, padre, madre. Ognuno ha un proprio rituale e un proprio linguaggio spesso analogico, che tu devi capire velocemente, attivando ogni senso e intuizione, altrimenti ti scartano e con te non vogliono più relazionarsi.
Tra loro sono molto legati, tanto che se uno piange, piangono tutti, se uno manifesta allegria, tutti si rallegrano. Vivono il lutto con molta serietà e pregano con cuore puro.
Sono molto più normali di quello che potremmo pensare, o siamo noi più anormali di quello che pensiamo di essere, o forse, come diceva Basaglia «da vicino nessuno è normale».
Con loro ho trascorso i momenti più belli della mia vita di questi ultimi anni, anche se non ho mai cercato gratificazioni per l'impegno che metto nell'aiutare Cesare nel suo ministero; tra l'altro al "Corberi" si arriva ad un certo punto e poi si deve ripartire da zero, perché si nota che tutto ciò che si è cercato di insegnare o trasmettere è andato come in fumo, meglio così, almeno si rimane umili!

«Dobbiamo imparare ad aspettarci, a correggerci in maniera fraterna»

Sono comunque molto felice per le amicizie che ho trovato tra le persone che ruotano intorno al mondo del "Corberi", per le condivisioni, per gli sforzi fatti per dar voce a questi "fratellini".
Intorno a Cesare si è creata una piccola comunità dove ognuno, con i propri difetti e capacità, ha un compito. Cesare dice sempre che è Gesù a tenerci insieme ed è così, infatti è la celebrazione eucaristica il centro di ogni nostro incontrarci. Dopo viene il resto.
Cesare dice anche che non ci salviamo da soli, ma tutti insieme e per grazia, pertanto dobbiamo imparare ad aspettarci, a correggerei in maniera fraterna, a non escludere alcuno; fatto sta che ho visto molte conversioni in questi anni. Anch'io mi sto convertendo e mi vergogno se penso a tutto quello che ho ricevuto dalla vita senza merito alcuno e mi lamento con Dio se le cose non vanno secondo i miei desideri.
Ringrazio anche il Signore perché, con l'ordinazione di Cesare, sono entrata maggiormente nel cuore della Chiesa e ne ho conosciuto le fragilità, i punti di forza, le dinamiche che la spingono comunque ad annunciare il Vangelo di Cristo.
Il problema aperto del diacono resta quello di riuscire a mantenere in equilibrio ministero, formazione, lavoro e impegni familiari; nel nostro caso, per esempio, sono sempre io a dover rinunciare a qualcosa.
È vero però che sto ricevendo il centuplo dal punto di vista spirituale e delle relazioni!
Cristina Formenti



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