venerdì 31 dicembre 2010

Gratitudine


Al termine di questo anno, quando si è portati a fare il bilancio di quanto vissuto, ho nel cuore un sentimento profondo di gratitudine per quanto l'Amore di un Dio, che si è dato tutto a me, a noi, mi ha fatto sperimentare: di dolore, di sospensione, di abbandoni, di profonda gioia, di pace, di fiducia, di speranza… in seno alla mia famiglia, nella comunità che sono chiamato a servire, nella comunità dei diaconi e dei sacerdoti con i quali sperimento il nostro "essere al servizio" dell'umanità…
Penso a tutte le persone incontrate, a quanti ho fatto felici e a quanti, purtroppo, ho contribuito a far soffrire… Tutto e tutti sono il tocco della carezza di Dio…
A Lui solo affido tutta la mia vita. E da Lui mi sento ripetere quanto il Padre misericordioso della parabola disse al figlio che era sempre stato in casa: «E tutto quello che io ho è tuo!». Maria, la Mamma, mi stia accanto nel cammino ancora da percorrere.

venerdì 24 dicembre 2010

Venne ad abitare in mezzo a noi



Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

(Gv 1,9-14)

sabato 18 dicembre 2010

La speranza del Natale


Ho ricevuto una bella notizia da Fortaleza, Brasile, dall'amica Agnieszka della Comunità di Nuovi Orizzonti, che mi ha riempito il cuore di gioia. È la speranza che il Dio Bambino ci porta!

Scrive Agnieszka: «(…) Siamo appena stati a celebrare la S. Messa di Natale dentro il carcere.
Che esperienza fantastica!!!!
Siamo arrivati in carcere con un altare artigianale fatto da una piccola tavola di legno, realizzato da uno dei nostri ragazzi accolti ed incastrato tra le sbarre delle celle. Le porte che prima sembravano chiuse si sono spalancate davanti a Gesú Bambino. I ragazzi in carcere si sono molto commossi lasciandosi coinvolgere e partecipando con tutto il cuore. Pure noi non abbiamo scherzato a commozione. Uno dei carcerati durante la Messa è stato sempre inginocchiato con un'aria così assorta che ha colpito tutti quanti. Alla fine della celebrazione il custode ci ha confidato che questo ragazzo proprio ieri aveva cercato di impiccarsi alle grate ed è stato soccorso dai compagni di cella.
Che bello aver visto rinascere il sorriso sul suo volto!!!
Durante la Messa rimbombava l'Alleluia gridato dai carcerati e l'eco arrivava fino al Cielo.
Ti ringraziamo, Signore, per averci donato di assistere a questa pioggia di grazie e vedere che anche i poliziotti sono rimasti profondamente toccati.
Ogni volta che riusciamo ad essere quegli arcobaleni che uniscono il Cielo con la terra, che incarniamo con tutto il cuore il nostro carisma cercando di donarlo agli altri, sperimentiamo una Gioia indescrivibile.
Lode e gloria al Signore!!!».

mercoledì 15 dicembre 2010

Crescere sempre più nella comunione


Rileggendo l'omelia che il Papa ha pronunciato domenica scorsa nella parrocchia romana di San Massimiliano Kolbe, ho colto con gioia questo appello e questa urgenza di comunione nella comunità, compito particolarmente caro per chi ha a cuore quella diaconia che porta all'unità, soprattutto in questi tempi e negli ambienti in cui la diversità è tentazione alla disunità.

Ne riporto uno stralcio: «Sforzatevi di crescere sempre più nella comunione con tutti: è importante creare occasioni di dialogo e favorire la reciproca comprensione tra persone provenienti da culture, modelli di vita e condizioni sociali differenti. Ma occorre soprattutto cercare di coinvolgerle nella vita cristiana, mediante una pastorale attenta ai reali bisogni di ciascuno. Qui, come in ogni Parrocchia, occorre partire dai "vicini" per giungere fino ai "lontani", per portare una presenza evangelica negli ambienti di vita e di lavoro. Tutti devono poter trovare in Parrocchia cammini adeguati di formazione e fare esperienza di quella dimensione comunitaria che è una caratteristica fondamentale della vita cristiana. In tal modo saranno incoraggiati a riscoprire la bellezza di seguire Cristo e di fare parte della sua Chiesa.
Sappiate, dunque, fare comunità con tutti, uniti nell’ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia».

"Crescere sempre più nella comunione con tutti" e "fare esperienza della dimensione comunitaria della vita": è l'impegno e l'augurio per questo scorcio di tempo che ci separa al Natale, evento divino in cui la pace è sperimentata quale dono prezioso che ci viene dall'Alto.


sabato 11 dicembre 2010

Accogliere con amore


Leggo dal vangelo di Matteo: «Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto, anzi hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro» (17,12). Difficilmente coloro che manifestano la volontà di Dio e la sua presenza nella storia degli uomini hanno una vita facile e sono accolti "a braccia aperte".
Queste parole mi portano a guardare in modo particolare e nuovo a coloro che a vario titolo mi esprimono la volontà di Dio, così anche quando mi pongo di fronte ad un mio superiore.
Sento che posso accogliere pienamente questo segno della presenza di Dio nella mia vita solo se sono nell'amore. Allora non sarò un esecutore di ordini, sia pur illuminati, ma sarò l'espressione concreta della volontà del Padre, la sua manifestazione in me e negli altri.
Così il diacono nel suo rapporto col sacerdote: nell'accoglienza reciproca essi esprimeranno, nella comunità, la particolare volontà di Dio nell'essere segno speciale della presenza di Gesù.

martedì 7 dicembre 2010

Madre di Dio


Solennità dell'Immacolata Concezione
Riporto un passo di Chiara Lubich del 19 luglio 1949, da Maria, trasparenza di Dio, p. 88.


Guardai sopra di me, dove stava una bella statua della Mamma, e compresi come Ella fosse soltanto Parola di Dio e La vidi bella ogni dire: tutta rivestita della Parola di Dio che è Bellezza del Padre, segreta custode dello Spirito in sé.
E, appena L'amai, mi amò e mi mostrò con chiarezza di Cielo tutta la sua bellezza: Madre di Dio!

Fuori il cielo era d'un azzurro mai visto… Allora compresi: il cielo contiene il sole! Maria contiene Iddio! Iddio L'amò tanto da farLa Madre sua ed il suo Amore Lo rimpicciolì di fronte a Lei!


sabato 27 novembre 2010

Parola che si fa vita


I lettori di questo blog sono abituati a vedere pubblicato, settimana per settimana, la "parola-sintesi" proposta per ogni domenica, corredata da un commento e da una testimonianza: Parola che si fa vita, tratta da Camminare insieme (vedi anche Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia).

Ho pensato di continuare a pubblicare queste Parole del Vangelo nel mio sito di testi e documenti, raggruppandole secondo il periodo liturgico, in concomitanza dell'inizio del ciclo A, con la prima domenica di Avvento.

Un richiamo alla Parola della domenica sarà presente nel riquadro a lato.

venerdì 19 novembre 2010

Il nostro Re, lo riconosce chi ama

21 novembre 2010 – Cristo Re - 34a dom. del T. Ord. (C)

Parola che si fa vita

Benedetto colui che viene nel nome del Signore (Mt 11,9)


In una visione più ampia, la storia di tutti noi, con i suoi smarrimenti e contraddizioni, zone d'ombra e squarci di luce, arriva a questo centro nodale: Gesù Cristo, Re, principio e fine di tutto, "tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui".
"È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio", dice Paolo: liberati da un re 'perdente'.
Il Vangelo di oggi ha come teatro il Calvario: al centro si staglia non un trono maestoso, ma una croce, il patibolo degli schiavi. Dove c'è la croce, non c'è posto per i segni della forza. Per questo Gesù Cristo vuole essere riconosciuto quale Re unicamente attraverso una adesione libera, senza alcuna costrizione o imposizione: è solo una questione d'amore.
Questi è il nostro re. Lo riconosce chi ama: la madre del condannato, le donne, Giovanni. Lo riconosce il ladrone crocifisso con lui che si abbandona alla sua misericordia e ottiene il perdono: "Oggi con me sarai nel paradiso".
Spetta ora, soprattutto a noi cristiani, di impostare la vita in modo nuovo: qualunque sofferenza può diventare un'opportunità di crescita e di salvezza.
Dall'amore viene la luce e la forza di pregare con le parole del Salmo: "Regna la pace, dove regna il Signore".

Testimonianza di Parola vissuta


Con due signorine della parrocchia arrivo da una ragazza in fin di vita che loro assistono: è una prostituta e si chiama Eliete. Sulla porta incontro il medico che sta uscendo. "Padre - mi dice - questa poveretta al massimo avrà due o tre giorni di vita. Stia molto attento però, perché si tratta di una malattia venerea contagiosa". Trovo una diciottenne fisicamente disfatta, con piaghe su quasi tutto il corpo. Eliete mi racconta una storia dolorosissima: senza aver mai sperimentato l'amore vero, è andata a finire sul marciapiede per sopravvivere. Esprime il desiderio di confessarsi per ricevere l'Eucaristia: "Voglio morire come una figlia di Dio, anche se sono una grande peccatrice".
Prima però di darle l'Unzione degli Infermi, ricordando le parole del medico, mi sento come paralizzato dalla paura. Ma una voce mi risuona dentro: Sei sacerdote per tutti, anche per lei. Cerco di vincere il timore di perdere la buona reputazione e faccio il mio dovere. Eliete sorride, è pronta per l'incontro finale, ma non riesco a convincermi che quella creatura debba morire nel fiore degli anni. "E se Gesù ti guarisse, cosa faresti?" le chiedo. "Tornerei a casa dai miei e direi loro che è meglio morire di fame piuttosto che vivere in questo inferno". Chiediamo insieme nel nome di Gesù la grazia della guarigione. Dopo qualche tempo le due persone che l'assistevano mi portano la sorprendente notizia: Eliete è guarita, ha abbandonato per sempre quel luogo di dolore ed è tornata a casa dai suoi.

(E.P., Brasile)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



mercoledì 17 novembre 2010

Martiri dell'Iraq


Faccio partecipi i lettori del mio blog dell'appello dell'amico sacerdote Houssam dell'Iraq a pregare per i cristiani del suo Paese ed a portare con loro il peso di questa persecuzione.
Mi segnala un sito (http://www.h2onews.org/), nel quale si può leggere ed ascoltare la testimonianza sull'ultimo attentato alla chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso.
Per leggere l'articolo: http://www.h2onews.org/italiano/1-eventi/224447121-chi-siamo-noi-cristiani-dell

Si legge, tra l'altro: «(…) I cristiani dell’Iraq hanno sperimentato in maniera profonda il senso della vita perché ne hanno vissuto le gioie dopo averne gustato l’amaro delle tristezze; ne hanno vissuto la speranza dopo aver sperimentato la potenza della tragedia; ne hanno vissuto il riso dopo aver versato le lacrime; e ne hanno vissuto il sorriso dopo aver visto la volontà rotta dalla violenza. Questi sono realmente i cristiani dell’Iraq. Volete un esempio di tutto questo?!
Ve lo mostra la chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, che vi parlerà a nome di tutti i cristiani dell’Iraq e vi darà esempi scritti col sangue dei suoi martiri.
(…) E voi cristiani dell’Iraq, se la tristezza riempie le vostre anime e non vedete il futuro, guardate lassù, al Dio dei Cieli e della Terra, e ricordatevi bene di chi siete e fatelo sapere al mondo!
Che le coscienze vedano quanto ci sta accadendo, e che sentano coloro che hanno tappato gli orecchi e parlino coloro che hanno serrato le labbra e dicano che siamo noi, i cristiani dell’Iraq!»
.

Attualmente si trovano 26 vittime dell’attentato di Bagdad a Roma, al policlinico Gemelli. Altri sono in Francia. Sembra che nessuno voglia più ritornare in Iraq. Allora, dice l'amico Houssam, è un successo per gli aggressori: promuovere sempre di più l'esodo dei cristiani.
Ho notizia che il giorno 25/11 prossimo, alle ore 17:00, ci sarà una S. Messa a Roma in S. Pietro per la pace nell'Iraq.


domenica 14 novembre 2010

Quello che doni


Ho ricevuto alcune settimane fa la somma di 50 euro per un servizio pastorale particolare. Ho cercato di rifiutare, ma la persona che me l'ha data, non volle sentire ragioni, dicendomi alla fine di farne l'uso che avrei pensato meglio, magari per le persone in necessità. Accettai ringraziando, pensando come impiegare al meglio quella somma. Intanto la inserii come voce di "provvidenza" nel bilancio familiare, come altre voci dello stesso genere in questo ultimo periodo. Ho pensato infine che effettivamente avrebbe potuto essermi utile tutta quella "provvidenza", dato che attualmente stiamo sostenendo delle spese straordinarie, non preventivate. Così non ci pensai più.
Questa mattina, alla porta della chiesa c'era una persona, un immigrato, che trovo sempre ogni domenica. Mi fermo a parlare con lui e sto per dargli qualcosa, come faccio di solito. Parliamo un po' della sua situazione, dello sfratto che sta per subire dal posto (una baracca) dove vive con la sua famiglia.
Poi all'improvviso mi chiede un favore personale. Deve recarsi a giorni in patria per delle pratiche con l'ambasciata di là e ha bisogno di un aiuto. Mi trovo preso alla sprovvista, ma reagisco subito e mi faccio spiegare la situazione. Capisco che non posso tirarmi indietro, ma che il mio amore deve essere concreto. Apro il portafoglio e gli do tutto quello che ho. Erano 50 euro!
Dopo la Messa, lo riaccompagno in macchina verso casa, sotto gli sguardi increduli di alcuni parrocchiani. Ci salutiamo con molto affetto.
Rientrando, mi sono ricordato delle famose 50 euro che avevo ricevute di provvidenza e di quanto avevo letto questa mattina in uno scritto di sant'Agostino: "Da chi proviene quello che doni, se non da lui? Se tu dessi del tuo sarebbe un'elemosina, ma poiché dai del suo, non è che una restituzione! «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1Cor 4,7)".
Ho ringraziato Gesù per la sua puntuale fedeltà, che non viene mai meno.


sabato 13 novembre 2010

Il diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 163 (luglio/agosto 2010)



Servire nel sociale e nel politico:
una diaconia per l'uomo



Sommario

EDITORIALE
Diaconia politica, un miraggio? (Giuseppe Bellia)
In ricordo di Lorenzo Tagliaferro (Enzo Petrolino)

CONTRIBUTO
Per un paese solidale: chiesa italiana e Mezzogiorno (Enzo Petrolino)

ATTUALITÀ
«Non consegnerai lo schiavo al suo padrone» (Giuseppe Ferretti)

ANALISI
Spiritualità e diaconia politica (Giuseppe Bellia)

SPIRITUALITÀ
Dalla sequela alla diaconia nel sociale (Giovanni Chifari)

FORMAZIONE
La politica, una via alla santità (Carlo Maria Martini)

RIFLESSIONI
Impegno politico tra profezia e conversione (Emiliano Luca)

IL PUNTO
Laicità del servizio in politica (Bartolomeo Sorge)

TESTIMONIANZA
Adeguare il servizio ai tempi (Roberto Bernasconi)

STUDIO
La diaconia del Pastore (Giuseppe Barracane)


Rubriche

SERVIZIO
Per approfondire la lettura di Atti 6 (Piergiorgio Roggero)

TEOLOGIA BIBLICA
La celebrazione eucaristica (I) (Luca Bassetti)

PAROLA
La creazione della donna (Elisabetta Granziera)


Riquadri

La nostra vocazione sociale (Giorgio La Pira)



venerdì 12 novembre 2010

Oltre ogni paura

14 novembre 2010 – 33a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto (Lc 21,18)


Oggi ci viene proposto il discorso sulle realtà ultime: ciò che finisce e ciò che deve cominciare.
La Parola di Dio ci presenta, con immagini apocalittiche e sconvolgenti, la distruzione del tempio di Gerusalemme e la fine dei tempi.
È sì importante saper vedere ciò che deve finire, è urgente però sapere ciò che deve cominciare.
Nel Vangelo di Luca, Gesù si dilunga a parlare delle calamità naturali e dei mali provocati dagli uomini. E questo non per incuterci paura, ma per ravvivare in noi la fede, suscitando l'impegno quotidiano, serio e sereno, a vivere bene e a sperare. Perché esiste sì il male, alla fine però trionferà il bene: "Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto".
Paolo, testimone fedele e luminoso, ci sprona ad essere operosi, operatori di pace e di giustizia, costruttori di una nuova umanità: fare tutta la nostra parte, nel momento presente, come se tutto dipendesse da noi, e "perseverare", ricominciando sempre.

Testimonianza di Parola vissuta


In un grembo vennero concepiti due gemelli.
Passarono le settimane e i bambini crescevano. Nella misura in cui cresceva la loro coscienza, aumentava la gioia: «Di', non è fantastico che siamo stati concepiti? Non è meraviglioso che viviamo?».
I gemelli iniziarono a scoprire il loro mondo. Quando scoprirono il cordone ombelicale che li legava alla madre dando loro nutrimento, cantarono di gioia: «Quanto è grande l'amore di nostra madre che divide con noi la sua stessa vita!».
A mano a mano che le settimane passavano, però, trasformandosi poi in mesi, notarono improvvisamente come erano cambiati.
«Che cosa significa?», chiese uno.
«Significa», rispose l'altro, «che il nostro soggiorno in questo mondo presto volgerà alla fine».
«Ma io non voglio andarmene», ribatte il primo, «vorrei restare qui per sempre».
«Non abbiamo scelta», replicò l'altro, «ma forse c'è una vita dopo la nascita!».
«E come può essere? - domandò il primo, dubbioso - perderemo il nostro cordone di vita e come faremo a vivere senza di esso? E per di più altri prima di noi hanno lasciato questo grembo e nessuno di loro è tornato a dirci che c'è una vita dopo la nascita. No, la nascita è la fine!». Così uno di loro cadde in un profondo affanno e disse:
«Se il concepimento termina con la nascita, che senso ha la vita nell'utero? È assurda. Magari non esiste nessuna madre dietro tutto ciò».
«Ma deve esistere», protestò l'altro, «altrimenti come avremmo fatto a entrare qua dentro? E come faremmo a sopravvivere?».
«Hai mai visto nostra madre?», domandò l'uno.
«Magari vive soltanto nella nostra immaginazione. Ce la siamo inventata, perché così possiamo comprendere meglio la nostra esistenza».
E così gli ultimi giorni nel grembo della madre furono pieni di mille domande e di grande paura. Infine, venne il momento della nascita. Quando i gemelli ebbero lasciato il loro mondo, aprirono gli occhi. Gridarono. Ciò che videro superava i loro sogni più arditi.

Un giorno, finalmente, nasceremo…


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



domenica 7 novembre 2010

L'abbraccio di Dio


In questo periodo, molto intenso per la verità, impegnato presso il soggiorno per anziani dove svolgo il mio servizio pastorale (vedi post Una nuova pagina dell'11 ottobre scorso), ho avuto modo di incontrare e dialogare con tante persone. Gli argomenti di conversazione sono vari, ma tutti alla fine vertono su aspetti importanti della vita, la fede in Dio, il rapporto con la Chiesa, la morte…
Così è successo con N. che molto seriamente, ma serenamente e con grande lucidità, mi rappresenta le sue perplessità riguardo alla religione in genere. Non frequenta la chiesa, ma è una persona aperta e molto spesso mi racconta del suo rapporto con Dio.
È convinto che le religioni dividono più che unire… e l'umanità invece ha bisogno di unità.
Sono rimasto molto colpito quando l'altro giorno, parlandomi della morte e di cosa ci si aspetti dopo questa vita, criticò le posizioni ufficiali delle varie religioni sull'aldilà, bocciandole praticamente tutte. E mi disse con grande serenità: "Non capisco quando mi dicono che dopo morti si va di là, in quel luogo, in quell'altro… Per me morire è essere abbracciati da Dio che mi tiene sempre con sé; è perdermi in quell'abbraccio…".
Lo ringraziai di cuore, perché mi aveva fatto partecipe, penso, della cosa più preziosa che possedesse. Il lavoro di Dio in un'anima è molto originale!


venerdì 5 novembre 2010

Dio dei vivi

7 novembre 2010 – 32a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Dio non è dei morti, ma dei viventi (Lc 20,38)


La Parola di oggi, presentandoci due fatti in cui agiscono sette fratelli, vuole evidenziare lo stesso tema: la risurrezione dai morti.
Nel libro dei Maccabei il caso è reale e rappresenta un esempio luminoso di fede nella vita eterna. Significativa la dichiarazione del quarto fratello: "È bello morire per attendere da Dio l'adempimento della speranza, di essere da lui risuscitati".
Nel Vangelo di Luca, Gesù, superando il tranello teso dai Sadducei - dicevano che nessuno può risorgere dopo la morte - afferma: "È certo che i morti risorgono. Dio è il Dio dei vivi e non dei morti, perché tutti da lui ricevono la vita".
Quale la nostra fede?
A noi credenti, resta il dovere fondamentale della fermezza, di non cedere di fronte alle forme di idolatria della vita presente, che ci allontanerebbero dall'orizzonte della vita nuova ed eterna.
Affidarci a Dio Padre e, stupiti, scoprire che siamo fatti per la VITA, che consiste nell'essere con Lui, senza che questo rapporto di ineffabile amore si interrompa mai. E nelle difficoltà ricordiamo le parole di san Francesco: "Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto".

(nella foto Chiara luce Badano)



Testimonianza di Parola vissuta


Chi è Chiara Luce?
A lungo attesa, nasce a Sassello il 29 ottobre 1971 e cresce in una famiglia semplice che la educa alla fede. Ricca di doti naturali, bella e sportiva, ha molti amici che la considerano, al tempo stesso, normale e straordinaria. Scopre Dio come Amore e ideale della vita, e si impegna a compiere in ogni istante, per amore, la sua volontà. Coltiva l'amicizia con Gesù, che riconosce presente nel prossimo; predilige i piccoli, gli umili e i poveri, tra cui i bimbi dell'Africa, ove sogna di recarsi come medico.
A 17 anni, colpita da tumore osseo, affronta la malattia affidandosi all'amore di Dio. Di fronte alla sofferenza ripete: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io». A chi l'avvicina comunica serenità, pace e gioia. Chiara Luce lancia un messaggio ai suoi coetanei: «I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. Hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene».
Il 7 ottobre 1990 saluta la mamma dicendo: «Sii felice, io lo sono!» e va incontro allo Sposo. La sua vita è la testimonianza di un sì incondizionato all'amore di Dio, un sì ripetuto fin da piccola, un sì che ha saputo trasformare la malattia in un cammino luminoso verso la pienezza della Vita. Immediato l'eco della sua santità che si è divulgato progressivamente.
Il Processo diocesano per la Causa della sua Beatificazione, aperto nel 1999 da Mons. Livio Maritano, vescovo di Acqui, ha avuto seguito con la fase romana. Nel 2008 la Serva di Dio è dichiarata Venerabile; successivamente è stato esaminato e riconosciuto un miracolo di guarigione, avvenuto a Trieste.
Il 25 settembre 2010 viene dichiarata Beata.



Link al sito di Chiara Luce Badano: http://www.chiaralucebadano.it



(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 29 ottobre 2010

Vita che Dio non spegne

31 ottobre 2010 – 31 a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Il Figlio è venuto a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10)



Nel versetto dal Libro della Sapienza "Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato", Dio si rivela amante della vita. Tutte le cose vivificate dal soffio di Dio recano il segno della sua tenerezza.
Bisogna amare la vita!
Nell'incontro di Gesù con Zaccheo, il peccatore, Dio manifesta il suo amore misericordioso, donandoci il Figlio suo venuto a cercare e salvare ciò che era perduto. Ci stupisce l'atteggiamento di Gesù nei confronti di Zaccheo, un uomo piccolo, miserabile, poco di buono, disprezzato. Gesù vede in Zaccheo non "il guasto", ma cerca e scopre quel frammento di bellezza che è nascosto in lui, peccatore, lo riscopre e lo salva.
Zaccheo si sente amato, fa breccia in lui l'amore, si spezzano le catene, spunta una voglia di liberazione, esplode la vita e la gioia: si apre all'amore a Dio e ai fratelli: "la metà dei miei beni la do ai poveri e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto".
E noi?
È bene non dimenticare mai che la vita si svolge al di sotto delle nuvole. Abbiamo anche noi l'opportunità di essere una piccola presenza di Gesù. La gioia dell'incontro con Gesù anche per noi diventa un'opportunità per contribuire e realizzare la fraternità universale.


Testimonianza di Parola vissuta



Stavo preparando tutto per la festa del mio compleanno che si sarebbe tenuta nel pomeriggio.
Andando a fare la spesa ho incontrato Emanuele, un ragazzo paraplegico che da quando aveva 10 anni è condizionato a vivere su una carrozzella. Lui abita in un casolare un po' isolato, insieme alla mamma e al nonno perché il papà l’ha lasciato. Questa situazione lo ha chiuso verso il mondo circostante, facendogli perdere l’uso della parola. I medici dicono che Emanuele ha perso la volontà di parlare e che se continua così gli rimarranno pochi anni di vita. Trovandomelo davanti mi è venuta l’idea che avrei potuto essere uno strumento dell’amore di Dio per lui e l’ho invitato alla festa del mio compleanno.
Il pomeriggio sono arrivati tutti gli invitati ed anche il mio “speciale” amico che mi ha portato come regalo una forchetta di legno con il mio nome inciso. Con la torta abbiamo cantato gli auguri. Al termine abbiamo udito una voce fioca fioca che diceva “Auguri!”.
Dapprima abbiamo pensato che fosse stato il vento, ma poi abbiamo visto le labbra di Emanuele muoversi. Allora sì che è scoppiata la vera festa! È stato un fatto fantastico che ci ha sconvolto tutti. Era come vedere una fiamma spenta riaccendersi improvvisamente.

(Simone)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 22 ottobre 2010

La preghiera del povero

24 ottobre 2010 – 30a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

La preghiera del povero attraversa le nubi (Sir 35,21)


La preghiera non è qualcosa di statico, è un'amicizia che implica uno sviluppo e spinge a una trasformazione, a una somiglianza sempre più forte con l'amico, dice Santa Teresa D'Avila.
E chi più di Gesù può dirci cos'è la preghiera che arriva fino a Dio?
Nel Vangelo di oggi, Gesù conclude così la parabola del fariseo e del pubblicano: "Vi assicuro che il pubblicano tornò a casa perdonato; il fariseo invece no".
Il fariseo, pregando, non esprime l'azione di grazie, ma la soddisfazione di sé; più che fare l'esame di coscienza, fa l'esame di compiacenza. Il pubblicano, al contrario, non moltiplica le parole, si riconosce peccatore, è consapevole della propria indegnità, delle proprie miserie e si fida. La sua fede gli apre il cuore, vede il suo nulla e il tutto di Dio. La sua è la preghiera del povero che "attraversa le nubi" e quindi ottiene risposta: chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.
Quale insegnamento per noi!
La preghiera non è questione di gesti, di segni esteriori, ma di atteggiamenti di fondo che investono la persona. Gesù ci fa capire che non basta obbedire, osservare, essere in regola, ma di amare nella semplicità e nella gratuità.


Testimonianza di Parola vissuta


Questa mattina ero al Pronto Soccorso per una radiografia; dopo una lunga attesa, l'infermiere mi accompagna davanti ad una porta e mi invita ad attendere la chiamata al mio turno. Nell'attesa, adagiato sulla carrozzina, tiro fuori il Rosario e incomincio a pregare. Per chi? Tra le tante necessità ho scelto di pregare per il mio prossimo più vicino: ho iniziato recitando un'Ave Maria per quell'ammalato che mi passava vicino, per quel dottore che usciva ed entrava tutto indaffarato, per l'infermiere che correva e imprecava un po' per lo stress... Sono riuscito a pregare i misteri gloriosi e metà di quelli gaudiosi.
Ad un certo momento un infermiere e mi fa entrare per la radiografia; il medico fa una battuta provocatoria alla quale rispondo sorridendo, solo per volergli bene. Lui si accorge che cerco di infilare nella tasca il rosario e mi chiede cosa sia. Rispondendo, gli dico che ho pregato anche per lui. Davanti al suo stupore, gli dico che, prima di essere prete, avevo scelto Dio e non la "carriera", come lui precedentemente aveva insinuato nella sua battuta, un Dio che non delude. Ringraziandomi mi chiede il numero di telefono per continuare un dialogo con me e per affidarmi le intenzioni di preghiera! Anche così Maria è entrata in Ospedale.

(don Fabrizio)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 15 ottobre 2010

Annuncio e preghiera

17 ottobre 2010 – 29a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Annuncia la Parola (2Tm 4,2)


L'ammonimento di Paolo a Timoteo si inquadra nell'ambito specifico della fede: rimani saldo. Ossia, sforzati di diventare uno che resiste, puntando sulla Parola che si trasforma - se vissuta in un annuncio coraggioso di nuove iniziative - in gioioso conforto. Gesù, nel Vangelo di Luca, dice di "pregare sempre senza stancarsi mai".
Poi continua: "Ma il Figlio dell'uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?". Occorre chiederla insistentemente e con fiducia come ha fatto Lui. Pertanto è bene sintonizzare il nostro cuore sull'onda di quello di Dio: non arrendersi mai. Significa saper pregare anche nell'aridità, nel vuoto, nel buio, nell'angoscia, nella non risposta, nell'abbandono.
Pregare anche quando la preghiera sembra impossibile: Dio amore, Padre che non delude mai, attende la fedeltà di un amore disposto ad accettare qualsiasi prova, e continua a rispondere: non aver paura, io ti amo immensamente.


Testimonianza di Parola vissuta


La piccola Cetti, di 11 anni, ha visto la sua amichetta e compagna Giorgina, della stessa età, molto triste. Vuole tranquillizzarla, ma non ci riesce. Vuole allora andare fino in fondo e sapere il perché della sua angoscia. Le è morto il papà e la mamma l'ha lasciata sola presso la nonna, andando a vivere con un altro uomo. Cetti intuisce la tragedia e si muove. Chiede, pur piccola, alla compagna di poter parlare con la sua mamma, ma Giorgina la prega di accompagnarla prima sulla tomba del suo papà. Cetti la segue con grande amore e sente Giorgina implorare nel pianto il babbo perché venga a prenderla.
A Cetti il cuore si spezza. C'è lì una piccola chiesa diroccata, entrano. Sono rimasti soltanto un piccolo tabernacolo ed un crocifisso. Cetti dice: "Guarda, in questo mondo tutto verrà distrutto, ma quel crocifisso e quel tabernacolo resteranno!". Giorgina, asciugandosi le lacrime, risponde: "Sì, hai ragione tu!". Poi, con garbo, Cetti prende Giorgina per mano e l'accompagna dalla mamma. Arrivata, con decisione le rivolge queste parole: "Guardi, signora, non sono cose che riguardano me; ma io le dico che lei ha lasciato la sua figlia senza un affetto materno di cui ha bisogno. E le dico ancora una cosa: che lei non sarà mai in pace finché non l'avrà presa con sé e non si sarà pentita".
Il giorno dopo Cetti sostiene con amore Giorgina che ritrova a scuola. Ma ecco il fatto nuovo: una macchina viene a prendere Giorgina: la guida la mamma. E da quel giorno la macchina ritorna, perché Giorgina ormai vive con lei, che ha abbandonato decisamente l'amicizia con quell'uomo. Dalla piccola e grande azione di Cetti, si può dire "tutto è compiuto". Ha fatto bene ogni cosa. Fino in fondo. E c 'è riuscita.

(C.L.)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



lunedì 11 ottobre 2010

Una nuova pagina


Penso proprio che si stia aprendo una nuova pagina della mia vita di ministero diaconale. Ho infatti appena iniziato un nuovo servizio, secondo le indicazioni del vescovo, presso una casa soggiorno di anziani. Gli ospiti, essendo tutti autosufficienti, hanno possibilità di muoversi e di organizzare come meglio credono la loro giornata. Ieri la presenta ufficiale del nuovo cappellano e del diacono.
Non ci saranno tante attività da organizzare (almeno nell'immediato), quanto piuttosto una opportunità unica di instaurare rapporti sinceri e profondi con gli ospiti. Un signore mi diceva: "Non abbiamo tanto bisogno di sentir parlare, quanto di essere ascoltati". Ed un altro: "Ad una certa età capita di affrontare problemi esistenziali non indifferenti: occorre avere una persona di fiducia con cui dialogare"…
Uno dei problemi più seri è appunto la solitudine e la tendenza a chiudersi agli altri. Sarà veramente un servizio non da poco, quello che mi aspetta: fare in modo che questi rapporti non siano solo a senso unico, personali, ma che si sviluppino anche tra gli ospiti, in modo da creare tra tutti un clima di famiglia.
A tutto questo, che ritengo la parte più importante, farà da supporto tutta l'azione più prettamente religiosa, nella preparazione alla messa o alle varie celebrazioni, alla catechesi per chi lo desideri, ecc.
Ho affidato tutto a Maria, sapendo che avrò una cosa sola importante da fare: amare quelle persone, così come sono, senza pretendere niente… con la preghiera a che nessuno mi sfiori accanto invano.


venerdì 8 ottobre 2010

Gratitudine

10 ottobre 2010 – 28a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Si prostrò davanti a Gesù per ringraziarlo (Lc 17,16)



Il Libro dei Re e il Vangelo ci presentano due miracoli di guarigione dalla lebbra. Due fatti che ci sorprendono, perché le due persone "miracolate" non sono né religiose né credenti, ma squisitamente riconoscenti.
Dei dieci lebbrosi guariti del Vangelo, solo il samaritano, considerato un eretico, tornò indietro per ringraziare.
"La tua fede ti ha salvato" dice Gesù. Sì, perché la comunione con Dio passa attraverso la fede. Il nostro grazie sia ora espresso con coerenza: l'amore di riconoscenza a Dio e fatti concreti di amore al prossimo.
L'uomo della riconoscenza è l'opposto dell'individuo che rivendica, pretende, reclama. Sperimentiamo quindi la vita come un ricevere e non un pretendere.
Quale lezione!
Purtroppo ai tanti doni ricevuti, forse ritenuti un diritto, è mancato l'amore di riconoscenza a Dio, ai fratelli e alle sorelle. Tutti abbiamo un compito "eucaristico": fare memoria dei doni e meraviglie regalatici e dire con gioia: grazie!


Testimonianza di Parola vissuta


«Era l'inizio di giugno quando, in seguito all'asportazione di un neo, la "strana cosa" asportata risultò un melanoma maligno, un tumore per il quale purtroppo si muore con incidenza molto elevata. Sono sempre stata consapevole del fatto che la salute è un dono preziosissimo. Però talvolta, presi dalle attività quotidiane, si perde di vista ciò che è importante davvero e si va avanti... fino a che non arriva un annuncio e i problemi di ogni giorno tornano come per magia al loro posto, ad avere la loro relativa importanza».
E la battaglia di Serena ha inizio, appena dopo la sorpresa mozzafiato e il primo senso di vertigine.
«Nonostante tutto, mi scoprivo fortunata: una famiglia bellissima mi aveva trasmesso una fede che mi insegnava a cogliere il positivo in ogni cosa e mi permetteva di affrontare ogni ostacolo; non solo, ma avevo un vero "esercito" a disposizione: tante persone che erano vicine ai miei e pregavano per me intensamente, pur magari conoscendomi appena».
Nella sua lotta quotidiana con la malattia, Serena, guardando oltre la propria soglia, si sente spinta a pregare per altri che riconosce ancora più sofferenti e abbandonati. La giovane età fa il resto, la famiglia l'accompagna e il dolore cede ad una gioia composta e lieve, assolutamente incomprensibile per chi non sa. «È stato quando sono riuscita ad accettare quello che mi stava accadendo e qualsiasi cosa Dio avesse in serbo per me».
Nel bussare a molte porte, Serena fa tesoro della testimonianza di persone speciali. Poi l'incontro con l'amore di Andrea: quanti doni ancora! Manca però un tassello del mosaico: dopo altri approfondimenti in vari ospedali si giunge ad una nuova diagnosi. Il tumore è invece un "neo benigno". Sollievo, gratitudine immensa e un pensiero: «Questi mesi mi hanno insegnato tanto e mi hanno anche dato tanto. Anche se può sembrare strano a dirlo, sarei disposta a riviverli per sentirmi così amata e così vicina a Dio, così vicina a quel mistero che dà un senso alla nostra vita».



(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 1 ottobre 2010

Una fede autentica

3 ottobre 2010 – 27a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Accresci in noi la fede! (Lc 17,6)


Gesù in vista dell'annuncio del Regno di Dio, richiede un'autentica fede, anche se piccola quanto un granellino di senapa.
Come agli apostoli di fronte alle difficoltà: delusioni, imprevisti, perdite dolorose, preoccupazioni..., pure noi ci sentiamo impreparati e inadeguati e ci perdiamo d'animo: "Fino a quando, Signore?"...
Gesù ci incoraggia e ci esorta a respingere ogni tipo di paura aprendoci alla fiducia, ravvivando in noi la fede, credendo nell'azione dello Spirito che abita in noi.
Quale docilità allo Spirito?
Occorre vivere un tipo di fede che lasci un piccolo segno dove agisco: mettermi, con umiltà e gratuità, al servizio della gente: è con l'amore che la mia fede cresce e diventa credibile e lascia il segno.


Testimonianza di Parola vissuta


Sto rientrando a casa dopo aver girato tutto il giorno per Roma a fare spese. Ho freschi nell'anima gli incontri fatti e i posti visitati... ma una cosa soprattutto mi viene da dire come bilancio della giornata: quanto sia vero che «una volta assaggiata una buona torta, non può avere buon gusto una carota cruda». Dopo essermi abituato a stabilire con alcune persone un rapporto vero, trasparente, «creativo», di reciproca accettazione - cristiano insomma -, non posso non soffrire vedendo i rapporti «normali» tra le persone: l'indifferenza per strada, l'interesse e i «sorrisi commerciali» in bottega, l'impazienza, il giudizio, l'egoismo, il menefreghismo... Al punto che vorrei rifiutare quel mondo lì...
Ma proprio a questo punto mi accorgo che qualcosa in me non va, che sono io fuori strada e che sto rischiando di soffocare, spento nella mia libertà, sotto quel mondo sbagliato. Avverto allora di essermi posto fuori dell'amore, di essermi dimenticato di vedere Cristo in ognuna delle persone incontrate. E capisco ora, con una forza nuova, che veramente non c'è «né greco né giudeo, né uomo, né donna» (né antipatico, né ripugnante, né...) ma uno solo, Cristo, da servire in tutti: quel Dio che si è fatto uomo per fare «una» l'umanità, ma prima di tutto per darci quell'unità e libertà interiori, senza le quali l'unità dell'umanità è una utopia.

(Enrique)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



giovedì 30 settembre 2010

Possedere la pace


Una delle caratteristiche essenziali di colui che è mandato nel mondo ad annunciare il Regno di Dio è che sia un uomo di pace. In particolare per i diaconi, "chiamati ad essere uomini di comunione" (Ratio 67) è detto che "si proporranno come animatori di comunione, in particolare laddove si verificassero tensioni, promuovendo la pacificazione" (cf. Direttorio 71).
Quando Gesù manda i settantadue "davanti a sé" (cf Lc 10,1-12) ha in mente uomini così: inviati nel mondo come "agnelli in mezzo ai lupi", liberi, che non facciano affidamento sulla forza delle ricchezze o dei beni economici né sull'appoggio dei potenti.
Il cristiano, inviato da Gesù come uomo di pace, trasmette questo dono a coloro che incontra solamente se lui stesso possiede questa pace, se la sua via e la sua azione sono immerse nella pace che proviene dall'unione col Cristo che l'ha mandato.
Solo così anch'io posso "entrare" nella casa di altri, nella loro vita intima, e donare quella pace che mi viene da Dio e che Lui mi ha donato… e irradiarla senza paure.


mercoledì 29 settembre 2010

Aprirsi alla volontà di Dio


"Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'Uomo" (Gv 1,51).
Nella festa degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele la visione dei "cieli aperti" mi sollecita a quell'apertura del cuore che mi introduce alla contemplazione del Paradiso, ad aprirmi io stesso all'amore di Dio nella sua volontà.
Il brano del vangelo (Gv 1,47-51) a cui si rimanda è quello del colloquio di Gesù con Natanaele, che rimane stupefatto da come il Maestro lo conosca fin nel profondo.
Sapere che Gesù mi conosce nel mio intimo e farne concreta esperienza, apre il cuore ad un atto di fede in Lui, ad un consegnarmi a Lui in piena fiducia.
Ma sorprendentemente, a questo nostro atto di fede, Gesù ci risponde: "Vedrai cose più grandi!".
Capire che Gesù mi conosce è ancora troppo poco per Lui. È la festa in Paradiso, è il Paradiso stesso che Lui ci dà. È nell'atmosfera di Dio, insieme a tutti gli abitanti del Cielo, che vuole portarci. Questo è il frutto della Fede: "Vedrai cose più grandi di queste…", il Paradiso.




lunedì 27 settembre 2010

Con la semplicità dei bambini


Vivere con semplicità, con quella semplicità dei bambini di cui parla il vangelo (cf Lc 9,46-48): esempio di vero servizio evangelico, per tutti, ma in particolare per chi è chiamato ad un servizio specifico, come il sacerdote o il diacono:
«Nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: "Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande"».
Come i bambini… che come tali hanno un rapporto vero con il Padre e di conseguenza con tutti.
È la semplicità di chi ama, di chi si pone in un atteggiamento continuo di amore con chiunque, di chi vede e ama Dio dappertutto e sempre, di chi si abbandona a Lui.

Ricordando oggi san Vincenzo de' Paoli, mi tornano alla mente le sue parole, quando parla dell'amore verso i poveri: «Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell'orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. È una grande signora: bisogna fare ciò che comanda».
"Lasciare Dio per Dio…", tanto è lo stesso Gesù che amo, dentro di me nella preghiera o fuori di me nei fratelli.
È essere semplici, della semplicità di Dio.


sabato 25 settembre 2010

Se lo vuoi tu…


"Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io" era la frase che ricorreva spesso nei momenti di sofferenza di Chiara Luce Badano, che questo pomeriggio è stata proclamata beata nel suggestivo santuario del Divino Amore, alla periferia di Roma.
Cerimonia toccante… Esperienza travolgente e coinvolgente… fino alle lacrime: una commozione che era un inno di ringraziamento all'Amore di Dio.
I media ne hanno parlato a livello planetario…
Un pensiero mi torna in mente e sempre ricorrente in tutte le testimonianza e discorsi: Chiara era innamorata di Gesù e per questo non faceva altro che la Sua volontà. Una volontà che si esprimeva nelle circostanze dolorosissime, che la sua malattia comportava, e alla quale Chiara aderiva con tutta la gioia dei suoi diciotto anni e con la freschezza di un cuore innamorato, pur nella fragilità del suo fisico.
Mi risuona dentro questo "aderire" che sento vero soprattutto nei momenti di buio, di sofferenza, di sospensione. E mi auguro che l'entusiasmo per le opere belle che possono coinvolgermi non mi facciano perdere di vista che solo attraverso la "croce" posso giungere alla pienezza della vita.
Guardando a Chiara sento senza ombra di dubbio, al di là del mio non essere, che questo aderire è un essere compartecipe della persona e della vita di Gesù: è adesione a Lui, totale; come totale è il Suo amore per me.
Aderire alla volontà di Dio è essere uno con Lui.
L'anima non desidera altro.


venerdì 24 settembre 2010

Preferenza per gli ultimi

26 settembre 2010 – 26a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Il Signore dà il pane agli affamati (Sal 146,7)


Il salmo responsoriale di questa domenica è stato comparato da un celebre studioso tedesco dei Salmi, Gunkel, ad un "carillon di campane che incessantemente cantano la lode al Signore creatore, redentore, liberatore, re". Si tratta di un ritratto eseguito attraverso la successione delle sue azioni all'interno della creazione e della storia. Il primato è comunque riservato all'azione di amore e di giustizia che Dio compie nei confronti dei poveri e degli ultimi. Dio dedica tutta la sua tenerezza al mondo degli emarginati: gli oppressi, gli affamati, i prigionieri, i ciechi, i caduti, i giusti, lo straniero, l'orfano e la vedova. Anche Gesù nella sinagoga di Nazaret inaugurerà il suo ministero pubblico proclamando un testo di Isaia affine al salmo 146.
Noi siamo figli di questo Dio e come figli siamo invitati a imitarlo. Nella vita concreta di ogni giorno: aperti alla sua presenza, siamo chiamati a costruire fraternità e solidarietà. Papa Benedetto ci ricorda che noi cristiani siamo impegnati a "rendere divina perciò più degna dell'uomo la vita sulla terra... L'anelito del cristiano è che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come Padre nostro!" (Caritas in veritate, 79). Per questo siamo fatti: per la fraternità universale che è attenzione all'altro, condivisione, solidarietà, ascolto, farsi uno, servizio. Che nessuno mai ci sia indifferente e ci sfiori invano.


Testimonianza di Parola vissuta


A volte è duro il lavoro in ospedale.
Oggi è Pasqua e sono di turno.
Ho appena dato la notizia ad un giovane marito della grave malattia della moglie; poi sono venuti il fratello, la madre…
Ho pianto insieme a loro, nell'inutilità delle parole.
A volte pesa questo fardello di dolore: malattie, solitudini, situazioni limite, vite che bruscamente si spengono. Uscendo, passo davanti alla cappella e penso al concentramento della sofferenza di tanti che sono passati e passano continuamente in questo luogo a gridare la loro angoscia, e l'ospedale mi è parso come la cattedrale del dolore.
Ogni dolore è quasi una spia luminosa ed intermittente che indica a tutti la precarietà della vita. Ma oggi è Pasqua, mi son detto, è la festa di uno che di dolori ne ha avuti tanti. E la grande gioia è che lui è risorto.


(R.S.)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



lunedì 20 settembre 2010

Il frutto di un rapporto vero


"Mio cibo è fare la volontà del Padre…". Pensando a queste parole di Gesù od ad altre simili viene da chiedermi quanto distante da questo modello sia il mio, il nostro, "fare" la volontà di Dio.
Ho sperimentato che per "fare" veramente la volontà di Dio, non servono tante cose né farsi tanti problemi: occorre solamente avere un rapporto filiale, vero, profondo con Lui che ci è Padre. Allora tutto è fatto, tutto è più semplice, tutto è possibile.
Se non è così, corro il rischio di fare sì il mio dovere, di adempiere sì ai comandi di Dio, ma senza anima… Corro il rischio di rimanere con l'animo turbato, perché debbo eseguire la volontà di un altro, che magari mi rappresenta Dio, o di accettare situazioni particolari, anche dolorose, che le circostanze mi pongono e non avere la pace nell'anima.
Ma se la mia vita è un continuo "essere in Dio", con tutti i limiti umani, ed un continuo "colloquiare con Lui", magari servendo un prossimo o facendo il mio lavoro quotidiano, allora fare la Sua volontà è parte costitutiva di me, della mia persona, della mia dimensione umana… È il modo unico per realizzarmi veramente come persona.
Ogni paura irrazionale scompare e, pur nella sofferenza che certe situazioni comportano, riesco ad affidarmi a Colui che si fida sempre di me.


venerdì 17 settembre 2010

Il dio denaro

19 settembre 2010 – 25a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Nessuno può servire due padroni (Lc 16,13)


La Parola di questa domenica si concentra sul corretto uso della ricchezza, che tanto attrae le creature umane. La ricchezza, che spesso è fonte di disuguaglianze e di lotte, poiché crea una separazione tra ricchi e poveri, può diventare strumento di fraternità. L'annuncio infatti del regno di Dio, se viene accolto con fiducia, può sconvolgere anche l'ordine sociale. Il Vangelo di oggi infatti ci mette in guardia dicendoci del pericolo che la principale fonte di divisione tra gli uomini sia il denaro quando viene trasformato in "mammona", ossia una realtà nella quale si ripone tutta la propria fiducia. L'assolutizzazione del denaro, che lo trasforma in un fine, impedisce di utilizzarlo come mezzo per la solidarietà tra le persone e lo mette al posto di Dio. La vera furbizia è quella di chi sa che tutto ciò che c'è è dono di Dio ed è un mezzo per entrare in comunione con il Padre e con i fratelli.
Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di tenere il piede in due scarpe: si sta male e non si può camminare. L'uomo è; sempre conteso tra due signorie. Ma esse sono incompatibili tra loro. Lo sappiamo per esperienza: diventiamo ciò dinanzi a cui stiamo: ne rispecchiamo l'immagine. Per questo siamo invitati a camminare davanti a Dio usando dei suoi beni a noi affidati per essere sempre più suoi figli e fratelli di tutti. I beni ci servono per vivere secondo il fine che è quello di amare il Padre amando i fratelli.


Testimonianza di Parola vissuta


Nei primi anni di matrimonio ero io ad occuparmi della gestione economica della famiglia. Se ci arrivavano segnalazioni che occorreva aiutare qualcuno, decidevo da sola se farlo e l'ammontare dell'aiuto, contando sul fatto che per mio marito sarebbe andato tutto bene. Walter veniva a sapere le cose se, dopo qualche tempo, riceveva ignaro dei ringraziamenti.
In seguito però abbiamo capito che affidare la contabilità della casa ad una persona sola non era giusto; abbiamo sentito l'esigenza di condividere fino in fondo anche questo aspetto e quindi di redigere un bilancio economico insieme. Sono stati momenti di profonda comunione, che ci ha fatto più famiglia. Ora ogni spesa cerchiamo di deciderla insieme. Così i nostri figli, ormai cresciuti, hanno visto che è venuta a crearsi un'attenzione particolare all'uso dei beni. Si è trovato anche il posto per la una solidarietà costante e non solo saltuaria.


(M.C., Svizzera)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



martedì 14 settembre 2010

"Da questo sapranno…"


«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). La testimonianza dell'amore ci caratterizza come cristiani e invece "quante volte ci lasciamo prendere da tante cose… magari belle…", scrive Chiara Lubich ne L'arte di amare.
Queste parole mi fanno ritornare alla mente una scena assai significativa a cui ho assistito.
Io e mia moglie stiamo per entrare al supermercato. Mentre salutiamo la persona che troviamo sempre alla porta a chiedere qualcosa e che ci risponde con il suo solito sorriso (ci conosciamo ormai…), due suore escono dal supermercato con il carrello stracolmo di viveri.
Il povero va loro incontro chiedendo l'elemosina. Ma, come era prevedibile, la più giovane delle suore, che spingeva a fatica il carrello, gli fa cenno che non hanno niente da dargli…
Amareggiato e sconcertato il povero ritorna sui suoi passi commentando tra sé: "Ma non sono cristiani?...".




lunedì 13 settembre 2010

"Obbedire" è essere!


Rientro da un breve periodo di ricovero ospedaliero. L'esperienza è sempre arricchente nonostante il luogo, la situazione, le incognite, le persone che si incontrano e con le quali convivi per un po'… e ringrazi l'amore di Dio per tutto.
Mi piacerebbe raccontare tante cose. Preferisco soffermarmi su una esperienza ed una considerazione che mi hanno fatto riflettere... Ho visto, vivendo assieme a persone che hanno bisogno di tutto, di assistenza, di conforto…, che in certi momenti della vita emerge il profondo del tuo essere e del tuo relazionarti con gli altri. Il tuo dipendere dagli altri, il tuo pretendere i servizi, l'attenzione, le cure, esprimono la maturazione della tua persona, della tua umanità più o meno realizzata.
Ho sempre creduto (ma non so se sempre l'ho realizzato) che la propria personalità si realizza nell'essere "per gli altri", nella vita espressa come dono, soprattutto nella quotidianità. È lì che sperimento la mia libertà, pur nell'inevitabile condizionamento della situazione particolare in cui mi vengo a trovare. Aver bisogno di tutto e non pretendere nulla, non comandare…
Solo se si fa l'esperienza di una "obbedienza" al fratello, che le circostanze mi pongono accanto, che non è formale, ma che è dettata unicamente da un rapporto vero, umano, evangelico, d'amore si direbbe, si sperimenta la vera libertà e si cresce in umanità.
Questo per tutti. Ma se una persona, che per professione ha il compito di comandare, ha una strada più faticosa da percorrere, e quando si è arrivati al fondo, le cose si complicano un po'.
Ho scritto poco tempo fa un pensiero su questa originale libertà. Credo proprio che in questo "saper obbedire" si manifesti la cosa più intelligente che una persona possa fare.


venerdì 10 settembre 2010

La gioia della rinascita

12 settembre 2010 – 24a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore
che si converte
(Lc 15,7)


La parola del Signore di questa domenica rivela il centro del vangelo: Dio come padre di tenerezza e di misericordia. Egli trasale di gioia quando ritrova la pecora smarrita o la moneta perduta. Egli è felice e invita tutti a gioire con Lui quando vede tornare a casa il figlio lontano. La gioia di Dio, nominata ripetutamente in questo racconto, lascia intravedere la sua angoscia e la sua tristezza di Padre quando uno dei suoi figli manca all'appuntamento.
E anche noi siamo invitati ad entrare in questa gioia. Perché questo avvenga Gesù ci chiama a convertirci a Colui che per primo si è convertito a noi nel suo amore. Convertirsi è volgere lo sguardo del proprio io a Dio, e vedere l'occhio di Colui che da sempre ci guarda con amore. Il nostro centro non è più il nostro io, ma Dio. Quel Dio che Gesù ci ha mostrato: un Dio che cerca chi è perduto, che riporta a casa chi gli ha voltato le spalle. Si sa che l'uomo è fragile e incline al male. Per questo Gesù rivela la passione di Dio per noi peccatori. Vuol farci sapere con quanta attenzione, con quanta cura e affetto Dio ci cerca e come gioisce una volta che ci ha ritrovato. E Lui, il pastore, è tutto contento quando ha trovato la pecora smarrita e condivide la gioia con gli amici. Anche la donna invita le amiche a partecipare alla sua gioia per aver ritrovato la moneta persa. Il Padre organizza una festa per il figlio ritrovato. E questa è una gioia contagiosa... perché dà a noi la possibilità di far contento Dio stesso quando ci lasciamo trovare, quando ritorniamo a Lui.



Testimonianza di Parola vissuta


Un sabato pomeriggio ero in turno al lavoro con due colleghe che non sopportavo. Forse anch'io quel pomeriggio ero già un po' più stanco e più pensieroso del solito.
Noi sappiamo che dove non c'è unità... c'è disunità e caos... Ebbene è stato un pomeriggio vissuto così.
In diverse occasioni ho fatto chiaramente capire alle colleghe, con gesti o parole, che non le sopportavo. Poi il pomeriggio prosegue. Si fa tutto quello che si deve fare. Quando manca mezz'ora al termine dei turno e abbiamo completato il grosso del lavoro, posso tirare un sospiro di sollievo. Ma dentro di me non c'è pace, non c'è gioia. "Perché?", mi chiedo più volte. Posso raccogliermi un minuto con Gesù. Avverto subito di "essere fuori nota". Sono chiamato a vivere per l'unità, mi ripeto; ed invece ho creato disunità con le colleghe. Mi rimetto in pista prendendole personalmente e chiedendo loro scusa...

(F.M.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 3 settembre 2010

Scelta radicale

5 settembre 2010 – 23a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Chiunque non rinuncia a tutti i suoi averi,
non può essere mio discepolo
(Lc 14,33)



Dopo averci fatto riflettere e decidere sulla proposta evangelica del primo/ultimo, oggi la liturgia della Parola ci invita ad una scelta radicale per Gesù. La scelta di fede si fa concreta nell'aderire pienamente alla persona di Cristo: questa radicalità è espressa dal vangelo di oggi come invito alla rinuncia al mondo. Non è un invito a fuggire dal mondo, ma ad assumere ogni realtà umana per orientarla completamente a Cristo. La rinuncia che Gesù chiede è motivata dall'amore per Lui. E solo se è dettata dall'amore non indurisce verso gli altri. L'unica ricchezza del discepolo è la sua povertà. Ciò che deve avere è avere nulla. Questo ci rende simili a Lui, il servo di tutti. La povertà è il volto concreto dell'amore: chi ama dà tutto quello che ha. È la condizione per seguire Gesù.
Le esigenze proposte da Gesù a chi vuoi essere cristiano sono: staccarsi da ogni affetto e appoggio di chi ci è caro; amare ciò che è odioso al mondo per andare dietro a Gesù; valutare prudentemente per non restare a metà dell'impresa o venire sconfitto; trovare la propria forza nel perdere tutto. In fondo Dio ci propone di amarlo di un amore esclusivo, totalitario, che prende ogni fibra del nostro essere. Vuole che lo amiamo con tutto l'affetto del cuore, con l'adesione sincera e convinta alla sua parola, col mettere a servizio corpo ed energie, doti e fantasia che lui ci ha donato. Perché Lui sia l'unico amore, che pervade tutto e tutto trasforma.


Testimonianza di Parola vissuta


In questi ultimi tre anni abbiamo avuto problemi economici crescenti, dovuti alla recente recessione del nostro paese. Per me è stata una vera prova del fuoco. Vedevo diminuire il lavoro e le entrate diventare sempre più esigue. Cominciammo a chiamare i nostri clienti, a presentare nuovi progetti con preventivi convenienti, ma non arrivavano più ordini. Che fare? In casa abbiamo ridotto sempre più le spese, cercando di vivere con meno. Imparai ad addormentarmi nonostante i debiti, a stare più con i bambini perché non pesasse loro la situazione. Ripresi a pregare, a chiedere con fede aiuto al cielo. L'economia di Dio è diversa dalla nostra. Nel vangelo dice: "Date e vi sarà dato" e noi questo l'abbiamo verificato sulla nostra pelle ogni giorno, dalle cose più piccole fino alle cose grandi. Intanto facevamo tutto il possibile, raccogliere giornali, cartoni, lattine e bottiglie di vetro da vendere; i bambini andavano a vendere sacchetti di dolci e così via. Nel nostro quartiere molte persone bussano chiedendo qualcosa e a volte abbiamo dato l'unica cosa che rimaneva. Una volta mia moglie regalò un chilo di riso e la stessa sera abbiamo ricevuto 2 chili di lenticchie… Anche i bambini hanno ricevuto vestiti e giochi. Poi un giorno ci è arrivata un'auto, lasciata davanti alla porta della nostra casa da una vicina che ci ha detto: "Disponetene, ce la pagherete quando potrete". Così, in macchina, abbiamo potuto portare la nostra terza figlia, nata con la sindrome di Down, a fare le cure necessarie.

(M.T., Cile)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 27 agosto 2010

La beatitudine della gratuità

29 agosto 2010 – 22a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Sarai beato perché non hanno da ricambiarti (Lc 14,14)


La Parola di questa domenica ci invita alla scelta di metterci "all'ultimo posto per servire". Il primo posto compete solo a Dio che ama circondarsi di poveri ed emarginati. Lo riconosciamo come Padre degli umili, ai quali viene annunciata la bella notizia della sua vicinanza. Anche noi per "essere grandi" possiamo scegliere l'ultimo posto e sull'esempio di Gesù farci servitori di tutti. Il nostro rapporto con il prossimo deve rispecchiare quello di Gesù, che ci chiama a comportarci con gli altri come Lui si è comportato con noi. La scelta, l'impegno e il servizio cristiano per i poveri non sono strumento di dominio a buon mercato; non sono neanche uno sgravarsi la coscienza da sensi di colpa. Scaturiscono invece dalla conoscenza di Dio, che ha scelto i poveri e si è identificato con loro. Il povero è il "luogo" per eccellenza dove noi possiamo incontrare Dio. Per questo Gesù ci dice "beati".
A prima vista sembra una strana beatitudine, ma è vera: è la somiglianza con Dio, che è amore gratuito, che è grazia e misericordia. Non esige contraccambio, ma è contento che partecipiamo alla sua vita divina. La carità come "amore gratuito", che dà il primo posto al povero, è essenziale al nostro esser cristiani: per amore del Padre e per amore di Gesù. Mettere l'altro al primo posto: stimarlo, facilitarlo nel lavoro, aiutarlo, capirlo quando sbaglia, gioire dei suoi successi... perché l'altro, ogni altro, è mio fratello, è mio corpo. Questo ha fatto Gesù. E l'amore per Lui è pienezza di vita e di beatitudine.


Testimonianza di Parola vissuta


Eh sì, siamo una classe tutta intera, di un piccolo paese al centro Italia. Lo scorso anno abbiamo lavorato intensamente per raccogliere materiale scolastico da inviare a dei ragazzi oltre oceano.
Siamo riusciti a raccogliere 12 scatoloni stracolmi di materiale, che abbiamo chiamato: «Scatole del Dare». Che gioia quando abbiamo visto gli amici della Repubblica Dominicana usare questi quaderni, matite, astucci...
Alla base di questa nostra esperienza abbiamo messo proprio l'amore reciproco. Vivendo infatti la Regola d'Oro: «Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te», abbiamo cercato di vivere nelle attività che facevamo questa semplice e fantastica norma. Ognuno di noi ha coinvolto anche tante altre persone, sperimentando così che questa Regola d'oro è davvero contagiosa.
Tanti nella scuola hanno voluto partecipare a questo nostro invito, e siamo riusciti a coinvolgere anche le nostre famiglie...

(I Ragazzi di Cecchina (RM))

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



domenica 22 agosto 2010

Quella porta stretta!


Mi ritorna sempre alla mente il pensiero di questa "porta stretta" di cui parla Gesù nel vangelo. Anzi, mi immagino la scena di quella folla che si accalca per poter entrare nell'unica porta che conduce alla vita. Molti, come spesso succede, fanno i furbi cercando di entrare per una porta laterale, secondaria. Ma non c'è… O meglio, loro credono che ci sia, ma poi s'accorgono che hanno sbagliato strada e tornano indietro, ma è troppo tardi… Oppure si perdono, allettati da altre mete.
Certo, quella porta è "troppo" stretta per tutta quella moltitudine…
Ma Gesù si è identificato per quella porta; anzi è lui stesso quella porta stretta.
Il fatto che sia stretta, rimanda sicuramente alla difficoltà per potervi entrare, magari alle penitenze che bisogna fare… Tutto vero.
Ma a me piace vedere che quell'essere "stretto" non è nient'altro che il "nulla d'amore" di Gesù attraverso il quale tutti passano. Egli si è fatto nulla, si è svuotato, quale perfetto "diacono" del Padre… Ed in quel nulla ci passano le moltitudini…
Anche noi, che lo vogliamo seguire, abbiamo l'ardire di fare la stessa scelta di "svuotamento", sperimentando la "strettezza" di quella Porta, che altro non è se non il nulla d'amore di un Dio fattosi come noi. E ci troviamo al di là, nel seno del Padre…
È l'invito a farsi "vuoto" davanti ad ogni prossimo… e questo costa fatica…
La Chiesa è strumento di quella Porta di salvezza. Per essa passerà la moltitudine delle genti, se i suoi membri sapranno, sulle orme del loro Fondatore, farsi quel "vuoto" d'amore che tutti accoglie.


sabato 21 agosto 2010

Nella volontà di Dio, libertà piena


Mi è passato tra le mani uno scritto di Silvano Cola che parla dell'obbedienza come libertà da se stessi. Il pensiero è pubblicato sul 3° volumetto Come il Padre…, riportato anche nel mio sito di documenti e testi, in occasione dell'anno sacerdotale.
Ecco il testo:

«L'obbedienza è povertà di se stessi. Si dice che è la cosa più difficile, perché è ancora facile rinunciare a qualcosa o a qualcuno che sono sempre "fuori" di me, ma rinunciare a se stessi sembra arduo.
Forse è perché non abbiamo capito quanto sia necessaria e costruttiva questa rinuncia: perché i condizionamenti più forti alla nostra libertà ci vengono proprio dall'attaccamento a noi stessi. Perché siamo portati, in quanto creature, ad affermare noi stessi nei confronti degli altri, mentre la legge della vita è proprio negarsi per affermare l'altro. (...)
Cos'è in definitiva l'obbedienza? È totale carità. Quando sei totalmente amore, (...) non fai più la tua volontà, ma quella dell'altro, non scegli più la tua iniziativa personale ma cerchi di promuovere l'iniziativa dell'altro. E se per caso l'altro prossimo che ti sta accanto o che vive con te fa la stessa cosa nei tuoi confronti, in questo scambio di amore c'è l'Amore.
Allora non è più la tua iniziativa o l'iniziativa dell'altro, la tua volontà o la volontà dell'altro che vengono in evidenza, ma la volontà di Dio».

La volontà di Dio!

Allora, mi sono detto, non è tanto fare o non fare questo o quello, quanto piuttosto abbandonarsi totalmente all'abbraccio paterno/materno di Dio. Ed in Lui, respirare l'aria del Paradiso. Non mi chiedo più se fare o non fare quanto mi viene chiesto, ma, perso nel respiro di Dio, mi sento parte della Sua presenza nel mondo.
È come tuffarsi nell'acqua…

Fabio Ciardi l'ha descritto molto bene nel suo blog: «Vai nell’acqua ed essa si apre, ti accoglie, ti avvolge. Come tuffarsi in Dio, direbbe Jan Dobraczynski: "Vi sono misteri nei quali bisogna avere il coraggio di gettarsi, per toccare il fondo, come ci gettiamo nell’acqua, certi che essa si aprirà sotto di noi. Non ti è mai parso che vi siano delle cose alle quali bisogna prima credere per poterle capire?"».

È proprio così! E solo con Lui lo puoi fare!

venerdì 20 agosto 2010

Gesù è la porta!

22 agosto 2010 – 21a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere


Sforzatevi di entrare per la porta stretta (Lc 13,24)


Il Regno di Dio è certamente dono che va accolto con fede. Questa accoglienza impegna la vita del discepolo in una scelta continua. "Sforzatevi di entrare per la porta stretta": possiamo capire questa immagine guardando all'esempio di Gesù, che dona la sua vita fino alla fine. La porta è Gesù: attraverso di Lui tutti gli uomini sono salvati. Ognuno può entrare. Unico biglietto di ingresso è l' ''aver bisogno". Per entrare basta riconoscersi peccatori davanti al perdono di Dio: nessuno si salva per i propri meriti, ma tutti siamo dei salvati. La salvezza è un dono. Costa solo la fatica di aprire il cuore e la mano per accoglierlo. Ma è una lotta grande, perché spesso il cuore è duro e la mano è paralizzata (Lc 6,6). Il dono non toglie l'iniziativa. E la prima grande iniziativa è di farci piccoli, umili, capaci cioè di vivere soltanto della sua misericordia, gioiosi di vivere di Dio e della sua grazia.
La porta è detta "stretta" perché l'io e le sue presunzioni non vi passano. La porta stretta della salvezza richiama la necessità della effettiva corresponsabilità di ciascuno: bisogna fare come se tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto dipende da Dio. Il cristiano è sempre un chiamato che accoglie il richiamo del Signore a varcare la porta stretta in diversi modi: nella gioia, nel dolore, nell'impegno costante al suo dovere, nella vita di comunità e di singolo fedele. Prendiamo sul serio l'offerta della salvezza che il Signore ci fa e affrettiamoci, corriamo: ora, qui, subito devo decidermi per Te.


Testimonianza di Parola vissuta


Abbiamo una società immobiliare dove lavoriamo con tre impiegati.
Un lavoro impegnativo che ha alti e bassi e che cerchiamo di condurre con serietà e serenità.
Un giorno ci è arrivato un fax anonimo che ci rinfacciava tanti nostri difetti e sbagli commessi. Aggiungeva poi che non meritavamo di avere una figlia come la nostra e tante altre cose molto spiacevoli.
Insieme alle figlie abbiamo analizzato la lettera e abbiamo concluso che non importava sapere chi ce l'aveva mandata; intanto noi potevamo cominciare a perdonarlo come dice il vangelo e coglierla come un invito a diventare migliori. Non erano vere le accuse contenute nella lettera, ma certo non siamo perfetti. Così quello che in un primo momento sembrava poter dividere e danneggiare la nostra famiglia, si è mutato in una occasione positiva di unità.

(G.L.S. - Colombia)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



mercoledì 18 agosto 2010

Uomini di speranza


Davanti alla situazione attuale di una Italia in cui si fa fatica a dialogare, l'editoriale di mons. Mariano Crociata, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), apparso su Avvenire del 15 agosto scorso, mi ha riportato a quanto altre volte ho scritto su questo blog riguardo alla rivitalizzazione dei cristiani che cercano di essere presenti nel vivere comune.
È l'attuazione di quella diaconia che dà sapore al nostro appartenere alla comunità degli uomini, è quel sale evangelico che i cristiani sono chiamati ad essere, prima di tutto (e soprattutto) con la propria vita e testimonianza.
Mons. Crociata parla di "persone rinnovate", prima che di programmi. E si chiede “come uscire da tale situazione" e da un certo "andazzo che rimpicciolisce il nostro cielo, rendendo irrespirabile la convivenza".
"Bisognerebbe innanzitutto intendere l’indole spirituale del malessere che ci affligge: siamo poveri di idealità, di pensiero, di orizzonti, di speranza”.
"Ci ricorda Benedetto XVI: «Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune»".

La comunità cristiana è pienamente tale se è il luogo privilegiato di questa porzione di umanità rinnovata, in cui si attua quella diaconia, quel servizio reciproco che è carità che porta all'unità.

"Dobbiamo imparare a scrutare - conclude mons. Crociata nel suo editoriale - ciò che avviene nel tessuto molecolare di una società che custodisce riserve e fermenti di comunione, e spesso sente il bisogno di proteggersi dal chiasso superficiale e dalla dispersione caratteristica della spettacolarizzazione di massa. In quei fermenti troviamo, insieme a un segno di speranza, l’invito a coltivare l’arte di rientrare in se stessi e scoprire inedite possibilità di incontro e di alleanza per trasformare dal di dentro una società che appare a volte insensata".