venerdì 30 ottobre 2009

Puntare in alto

1° novembre 2009 – Tutti i Santi

Parola da vivere


Beati i poveri in spirito
perché di essi è il regno dei cieli
(Mt 5,3)


La festa di tutti i Santi ci apre uno spaccato di paradiso, popolato - secondo la visione di san Giovanni - da "una moltitudine immensa di ogni nazione, razza, popolo e lingua". Essi, capolavori divini, stupiti contemplano Dio e le sue meraviglie.
È una visione che ci riempie di gioia e di speranza: perché figli di Dio, dopo questa vita parteciperemo anche noi a quella vita serena, piena e luminosa.
E la via per giungervi è quella che Gesù ci propone nel discorso delle Beatitudini, la via dell'amore, della santità. E la santità è fatta di cose comuni, semplici, fatte con amore, possibile a tutti.
La Parola che ci è proposta oggi "Beati i poveri in spirito" è per tutti noi un richiamo a non attaccare il cuore ai beni terreni, ma a puntare in alto, alla cultura del dare. Si tratta spesso di un piccolo superamento, un gesto concreto di amore, il perdere la propria idea per accogliere quella dell'altro, una rinuncia a un oggetto, un vestito o a qualcosa di non necessario per fare un dono al fratello.
Se fra di noi c'è l'amore, pur con tutti i suoi limiti, questa terra potrebbe diventare un piccolo anticipo di paradiso, perché Dio stesso sarà la nostra ricompensa.


Testimonianza di Parola vissuta



Sono in pensione da alcuni anni. Durante il mio ultimo mese lavorativo avvertii nei miei collaboratori un certo fermento. Con delicatezza ma con una certa insistenza cercavano di capire il mio interesse su qualche oggetto. Ora magnificavano la bellezza di un orologio, ora le qualità di un televisore, ora la funzionalità di un servizio da tavola o la bellezza di un quadro.
Notando la mia perplessità indifferente, uno di loro si decise a parlare con chiarezza: "Alla fine del mese lei andrà in pensione e tra tutto il personale è stata raccolta una certa cifra per comprarle un regalo, ma vorremmo che fosse di suo gradimento...". Gli risposi che l'unica cosa che mi era gradita era il ricordo del sentimento di amicizia che c'era fra tutti noi e suggerii di inviare lo somma raccolta ad un istituto per lo lotta contro la leucemia. Ho appreso poi che il mio comportamento è stato seguito da altri.

(G. V., Spagna)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

venerdì 23 ottobre 2009

L'incontro con Gesù

25 ottobre 2009 – 30a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere

Coraggio! Alzati, ti chiama! (Mc 10,49)


Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove avrebbe completata la sua missione di Salvatore con la sua morte e risurrezione. Con lui c'è molta folla che lo segue attirata dalla sua persona e dai miracoli che compiva.
Il passaggio di Gesù risveglia nel cieco la speranza. Gli nasce in cuore la fiducia di poter essere guarito. Alle sue grida di aiuto Gesù si ferma e lo chiama. "Coraggio, alzati - gli dice qualcuno - ti chiama". Il cieco si alza, getta via il bastone e va da Gesù. E Gesù gli ridà la vista e gli dice: "Va', la tua fede ti ha salvato". Il cieco, acquistata la vista, si mise a seguire Gesù.
L'esperienza del cieco è pure la nostra. Bisognosi di tutto, passiamo le nostre giornate vivendo di espedienti, mendicando un po' di soddisfazioni per arrivare a sera, Gesù passa accanto a noi, ma non lo vediamo, E nei momenti più difficili lo invochiamo anche, ma in mezzo al frastuono non cogliamo il suo invito a seguirlo.
Ma un giorno abbiamo aperto il Vangelo, abbiamo incontrato un amico, abbiamo visto persone contente che, dolcemente, ci dicevano: "Coraggio, alzati: Egli ti chiama!". E ci siamo incontrati con Gesù. L'incontro con Lui ha acceso in noi la luce, abbiamo colto il suo amore, la nostra vita è cambiata. Abbiamo sentito che era bello camminare con Lui anche sulla strada della croce. Lui ci ha dato il coraggio di seguirlo.
E a tutti possiamo raccontare l'incontro con Gesù e dire con la nostra vita: "È bello vivere per un mondo nuovo, migliore".

Testimonianza di Parola vissuta



Durante l'incontro mensile della Parola di Vita, un signore aveva sempre la testa bassa e non si capiva se seguiva o se era assente, Ma verso la fine ha alzato la mano per chiedere la parola. Si è levato in piedi e ha detto: «Ho compiuto da poco 76 anni. Ormai in parrocchia non ci sono più attività che io possa fare. Allora noi della terza età abbiamo pensato di organizzare qualcosa adatta per la nostra situazione. Abbiamo chiamato una persona esperta nel campo dell'anzianità e abbiamo parlato insieme su questo argomento, sapendo che nessuno potrà evitare questa fase della vita e quindi la necessità di essere curato dagli altri con tanti nuovi problemi come il morbo di Alzheimer, ecc... Alla fine dell'incontro ci siamo detti che d'ora in poi dobbiamo affrontare più seriamente la nostra situazione... Ma sentivo dentro di me una certa pesantezza e mi sembrava che prima o poi avrei dovuto accettare di gravare sugli altri. Oggi, però, entrando qui, ho visto un fumetto che comincia così: "Non ci è rimasto più niente da dare?". Questa domanda rifletteva in pieno il mio sentimento. Man mano che andavo avanti nel leggere, una luce mi ha riscaldato il cuore ed ho capito che noi anziani abbiamo ancora tanto da dare: il sorriso, il coraggio, il benvenuto.
E con grande gioia ho ripetuto le parole del personaggio del fumetto: "Non sapevo di essere così ricco!". Oggi ho trovato il programma per il resto della mia vita: posso "dare amore", fino all'ultimo momento!».

(Masao Arakaki, Giappone)



(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

domenica 18 ottobre 2009

Servi per amore


Ho inserito nel mio sito di testi e documenti il secondo capitolo del volumetto "Come il Padre…/2", pensieri sull'anno sacerdotale, dal titolo "Servi per amore".
Il vangelo di questa domenica (Mc 10,35-45) parlava appunto della caratteristica essenziale dei discepoli di Gesù: essere servi come lo è il Maestro che "non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita".

Nel contesto della Giornata missionaria voglio riportare un passo di Giovanni Paolo II, all'udienza generale del 4 aprile 1979, Solidarietà universale, tratta sempre dal volumetto citato: «La chiamata di Cristo ad aprirsi "all'altro" ha un raggio d'estensione sempre concreto e sempre universale. Riguarda ciascuno perché si riferisce a tutti. La misura di questo aprirsi non è soltanto - e non tanto - la vicinanza dell'altro, quanto proprio le sue necessità: avevo fame, avevo sete, ero nudo, in carcere, ammalato...
Rispondiamo a questa chiamata cercando l'uomo che soffre, seguendolo perfino oltre le frontiere degli stati e dei continenti. In questo modo si crea - attraverso il cuore di ciascuno di noi - quella dimensione universale della solidarietà umana.
La missione della Chiesa è di custodire questa dimensione: non limitarsi ad alcune frontiere, ad alcuni indirizzi politici, ad alcuni sistemi. Custodire l'universale solidarietà umana soprattutto con coloro che soffrono; conservarla con riguardo a Cristo che proprio tale dimensione di solidarietà con l'uomo ha formato una volta per sempre».

Ed un altro passo dello stesso libretto, tratto dalla Pastores dabo vobis (nr. 21), Capo, cioè Servo: «Gesù Cristo è Capo della Chiesa, suo Corpo. È "Capo" nel senso nuovo e originale dell'essere servo, secondo le sue stesse parole: «Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45). (…)
L'autorità di Gesù Cristo Capo coincide dunque con il suo servizio, con il suo dono, con la sua dedizione totale, umile e amorosa nei riguardi della Chiesa. E questo in perfetta obbedienza al Padre: egli è l'unico vero Servo sofferente del Signore, insieme Sacerdote e Vittima.
Da questo preciso tipo di autorità, ossia dal servizio verso la Chiesa, viene animata e vivificata l'esistenza spirituale di ogni sacerdote.
In questo modo i ministri potranno essere "modello" del gregge, che, a sua volta, è chiamato ad assumere nei confronti del mondo intero questo atteggiamento sacerdotale di servizio».

Ogni ministro ordinato, sacerdote o diacono, come anche qualsiasi fedele, è chiamato ad essere nel mondo segno e modello di questo atteggiamento sacerdotale di servizio.


venerdì 16 ottobre 2009

Al servizio di tutti

18 ottobre 2009 – 29a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Chi vuole essere il primo tra voi
sarà schiavo di tutti
(Mc 10,44)


Tutte e tre le letture di oggi pongono l'accento sull'annuncio messianico di Gesù, inteso non come dominio, ma come servizio.
Gesù si identifica nel Messia, predetto dai profeti e atteso da secoli, che era venuto a liberare il popolo non con la forza, ma condividendo i loro dolori fino a offrire in sacrificio la propria vita.
Questa visione di un Messia che non si impone con la forza, mette in crisi anche Giacomo e Giovanni. Gesù dà allora ai suoi discepoli e a noi una lezione di vita: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita". Questo è lo stile di vita dei suoi discepoli. Questa è la vera grandezza: mettersi al servizio di tutti. Dice loro Gesù: "Chi vuole essere primo tra voi, sarà schiavo di tutti".
Viene da pensare a Gesù che nell'ultima cena lava i piedi agli apostoli, gesto che nell'antico Israele non poteva essere imposto neanche agli schiavi tanto era umiliante. E invece dice: "Se io, che voi chiamate maestro e signore, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri".
Il metterci al servizio della gente è per noi un contribuire con Gesù alla salvezza di tutti.


Testimonianza di Parola vissuta



C'è all'ospedale una giovane colombiana che ha tentato il suicidio. Io abito in Italia da diversi anni, ma sono colombiana, quindi parlo la sua lingua. Per questo mi hanno chiesto di andarla a trovare.
Pur con qualche timore, vado a fare la sua conoscenza e, dopo i primi momenti di diffidenza vedo affiorare in quella ragazza il desiderio prepotente di vita che si apre al colloquio, allo sfogo.
Vado a casa, coinvolgo marito e figli che subito prendono a cuore la cosa: chi va a parlare con i medici, chi porta alla ragazza biancheria, oggetti da toilette e quanto le serve; chi inizia la ricerca di un lavoro e di un posto dove farla abitare appena dimessa dall'ospedale.
Pian piano quella creatura avvilita e priva di speranza, riacquista salute e fiducia. Il rapporto con me e la mia famiglia si rafforza e continua. Non è più sola, non è più in un paese straniero.

(T.R., Italia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 14 ottobre 2009

Giornata missionaria: l'anima spalancata sul mondo intero


In questo mese di ottobre dedicato alle missioni e pensando soprattutto alla prossima domenica, giornata missionaria mondiale, ho cercato di fare mio il messaggio che Benedetto XVI ha fatto per questa occasione.

Nel Direttorio per il ministero dei diaconi, al nr. 27, si legge :«I diaconi ricordino che la Chiesa è per natura sua missionaria… Di questa Chiesa sono ministri e perciò, anche se incardinati in una Chiesa particolare, essi non possono sottrarsi al compito missionario della Chiesa universale e devono, quindi, rimanere aperti anche alla missio ad gentes
La dimensione del servizio è legata alla dimensione missionaria della Chiesa…».

Questa apertura su tutto il mondo è una esigenza prioritaria e imprescindibile; è un sentire con la Chiesa; è essere Chiesa; è un saper leggere i segni dei tempi, soprattutto in questo mondo globalizzato.

Sentire con la Chiesa significa aver la sua anima, «sentire l'ansia e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo – dice il Papa -, perché tutti si raccolgano nell'unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio».
«La Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il suo dominio [quanto è importante – aggiungo io - questa dimensione aliena al potere per tutti quelli che sentono essenziale nella propria vita la testimonianza della diaconia nella Chiesa!], ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo. Noi non chiediamo altro che di metterci al servizio dell'umanità, specialmente di quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo che "l'impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo... è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l'umanità" (EN, 1), che "conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza" (RM, 2)».
«La missione della Chiesa, perciò, è quella di chiamare tutti i popoli alla salvezza operata da Dio tramite il Figlio suo incarnato. È necessario pertanto rinnovare l'impegno di annunciare il Vangelo, che è fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di unità e di pace (cfr AG, 8). Voglio "nuovamente confermare che il mandato d'evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa" (EN, 14)».
«È necessario riaffermare che l'evangelizzazione è opera dello Spirito e che prima ancora di essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo (cfr RM, 26)».

È primariamente un "essere" prima che un "fare": nell'ambiente dove sono chiamato ad operare è "essere animazione" di quella diaconia che è vocazione primaria di tutta la Chiesa, condizione indispensabile per avere l'anima spalancata sul mondo intero.


domenica 11 ottobre 2009

Una cosa sola…


Il vangelo di questa domenica (Mc 10,17-30) mi riporta all'essenziale, a riconoscere prioritario e al di sopra di ogni cosa (fossero ricchezze materiali o spirituali o affetti familiari) il rapporto personale con Dio. La vicenda del giovane ricco che rifiuta la proposta di Gesù è sintomatica. Claudio Arletti nel suo commento dice: «Il rischio dell'uomo religioso è certamente vivere il culto dimenticando il fratello che soffre accanto alla sua porta».
Mi viene spontaneo chiedermi se effettivamente Dio è al primo posto nella mia vita, nonostante abbia impiegato energie e volontà; e posposto tante cose alla sequela di Gesù e alle esigenze del vangelo. O se le delusioni di questa sequela sono più forti dello slancio con cui ho risposto alla chiamata.
Ho scelto Dio o le cose di Dio? Il mio rapporto personale con Lui sa dare colore e gusto alle cose che faccio per Lui e per i fratelli? O anch'io ho le mie ricchezze, cioè il mio cuore attaccato alle cose che faccio, anche con fatica, per il Regno di Dio?
È una prova ed una tentazione alla quale non ci si può sottrarre.
Mi vengono in mente le parole del card. Van Thuan, durante la "lunga tribolazione di nove anni di isolamento" nelle prigioni vietnamite: «Una notte, dal profondo del cuore una voce mi disse: "Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che hai compiuto e desideri continuare a fare: visite pastorali, formazione dei seminaristi, religiosi, religiose, laici, giovani… missioni per l'evangelizzazione dei non cristiani... tutto questo è un'opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Dio (...) affiderà le sue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!". Questa luce mi ha portato una pace nuova…».
Oppure l'esperienza del card. Miloslav Vlk, quando il governo comunista gli proibì ogni attività e fu costretto a pulire "per dieci anni i vetri dei negozi per le strade di Praga". E si chiede quale fosse la sua "identità sacerdotale, senza ministero, senza apparente utilità": «Eppure Gesù, quando fissato alla croce non poteva fare i miracoli, predicare ma - abbandonato solo tacere e patire, ha raggiunto il vertice del suo sacerdozio. Ho trovato in lui la mia vera identità sacerdotale, che mi ha riempito di gioia e di pace. Poi ho capito che questa identità non si acquista per sempre in un momento d'illuminazione e di grazia, si deve cercare di continuo, soprattutto nei momenti bui, dolorosi».
Tutto questo mi riporta all'identità più profonda del mio essere diacono, seguace di quel Gesù che non è "venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita". E, come ho scritto altre volte in questo blog, con lo sguardo rivolto soprattutto a Lui, nel momento del suo abbandono, quando fattosi "nulla" d'amore e per amore, ha dato a noi la vita e la pienezza dell'essere.


venerdì 9 ottobre 2009

Il segreto della felicità

11 ottobre 2009 – 28 a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri;
e vieni! Seguimi!
(Mc 10,21)



Il vangelo ci presenta l'incontro di Gesù con un giovane insoddisfatto delle regole e delle pratiche religiose. Questi chiede a Gesù: "Cosa devo fare per essere felice?".
Gesù lo guarda con particolare amore e gli fa la sua proposta: "Vendi ciò che hai, dallo ai poveri e poi vieni e seguimi". Quell'uomo se ne andò triste, perché aveva molti beni.
Questa parola non è solo per chi ha fatto la scelta di rinunciare alle ricchezze, ma vale per tutti. Tutti infatti corriamo il pericolo di attaccarci alle cose e alle persone. E così il cuore non è libero di seguire Gesù. Tutto ci è stato dato in dono, nulla ci appartiene, ci è dato solo in uso.
E come hanno fatto i primi cristiani, anche noi possiamo mettere in comune i nostri beni, affinché si realizzi quella comunione che caratterizzava le prime comunità cristiane.
Questo richiede un superamento che libera l'anima e dona la pace. E così, animati dalla Sapienza, ci apriamo alla Parola di vita per correre nella via dell'amore.

Testimonianza di Parola vissuta


Insieme ai nostri due figli, abbiamo sentito fortemente l'esigenza di fare qualcosa di più per il nostro piccolo paese, schiacciato da tanti problemi sociali: coppie smembrate, ragazze madri, immigrati clandestini, povertà e miseria morale.
E così il grazioso appartamentino, ereditato dai nonni, è diventato un centro d'ascolto a servizio del territorio. In paese sono stati felicissimi di questa iniziativa: i parenti, gli amici e tanti altri sono stati coinvolti nel volontariato.
In questo modo ci sono state date nuove possibilità per aiutare concretamente tante persone in difficoltà: l'accoglienza di Sonia, una ragazza madre slava, sostenuta prima e dopo la nascita del piccolo Piero, le cene per le donne ucraine che lavorano nel paese, una mini-scuola per genitori e la collaborazione con vari giovani per la realizzazione di alcuni progetti in Africa... Abbiamo l'impressione che in quell'appartamento abiti ormai "un piccolo mondo unito".

(T.P.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

lunedì 5 ottobre 2009

Una famiglia come le altre, ma…


Ripensando al vangelo di domenica scorsa (Mc 10,2-16) sul progetto di Dio sulla famiglia, mi viene spontaneo guardare alla mia, che, pur essendo una famiglia come tutte le altre con tutti i suoi limiti, le difficoltà che tutti incontrano e con tutte le sue gioie, ha ricevuto anche il dono del ministero diaconale; un dono di cui non ringrazieremo mai abbastanza.
Ho avuto modo di parlarne in questo blog: vedi per esempio gli interventi raggruppati in "famiglia diaconale" ed il primo (per conoscerci, la nostra esperienza) con cui ho aperto questo "lavoro" ed abbiamo raccontato l'inizio di questa nostra "avventura".
Il segreto è la preziosità dell'esperienza di essere, nella nostra naturale e spirituale diversità, una "cosa sola". La "stessa carne", di cui parla il vangelo, è una realtà oggettiva, ma di cui si prende progressivamente coscienza col "viverla" giorno per giorno.
Alle volte mi viene chiesto come faccio a conciliare il mio essere sposo e padre con il mio essere diacono: non è una questione di tempo da suddividere tra famiglia e chiesa, quanto piuttosto un essere, nel momento presente, la stessa realtà, sia nel pubblico che nel privato: essere me stesso, con la medesima disponibilità e il medesimo stile di servizio e di attenzione verso gli altri, sia che siano figli o moglie o persone della parrocchia o colleghi di lavoro.
Fin da quando ci siamo conosciuti, mia moglie ed io, abbiamo sentito la necessità di comunicarci sempre tutto quello che ci veniva in cuore, con molta libertà in modo da aiutarci reciprocamente anche a limare certe nostre “spigolature” che ciascuno ha. Però questo venirci incontro l’un l’altro non era uno scendere a compromessi, ma un aiutarci a scegliere meglio e prima di tutto Dio, che sentiamo avere il primo posto nella nostra vita: abbiamo avuto la fortuna di capire da subito che il nostro "essere insieme" nasceva e si sviluppava a partire dal nostro personale rapporto con Dio.
Per questo dialogo che c’era tra noi è stato spontaneo, da parte mia, comunicare a mia moglie Chiara quanto sentivo in cuore riguardo alla chiamata al diaconato. È stata una progressiva scoperta e conoscenza reciproca.
Insieme ci confrontiamo quotidianamente, sforzandoci di andare al di là dei nostri limiti, perché la forza della nostra unità nasce dalla comunione con la Parola vissuta e comunicata, con semplicità, nella gioia e nel dolore che ogni famiglia sperimenta, nelle delusioni che la nostra vocazione ecclesiale comporta e nella gratitudine per aver ricevuto un dono così grande, sperimentando così che l'essere "una sola carne" è essere "uno" in Gesù che ci ha uniti e come tali ci vede.
Solo in questo contesto si può comprendere nella sua pienezza il consenso che viene richiesto alla moglie per l'ordinazione diaconale del marito.
È straordinario costatare come le persone si accorgano se nella mia vita di diacono, nelle parole che dico, nelle omelie che faccio, è presente la persona di mia moglie; se la mia vita evangelica che cerco di trasmettere non è solo mia, ma è frutto della nostra unità.
Sperimentiamo così la bellezza della famiglia diaconale, che sentiamo speciale, perché, famiglia come tutte le altre, è però al servizio non solo della comunità in cui si è presenti, ma anche al servizio del mondo sacerdotale, per il legame profondo che attraverso il marito diacono ha con il sacramento dell'ordine.


venerdì 2 ottobre 2009

Una comunione d'amore, una sola esistenza

4 ottobre 2009 – 27a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Lascerà suo padre e sua madre,
e i due diventeranno una carne sola
(Mc 10,7)



A Gesù sta a cuore la bellezza e il valore del rapporto: Il nostro rapporto con Dio e con i fratelli. Questo vale in modo particolare nella relazione d'amore fra l'uomo e la donna nel matrimonio.
È una visione stupenda quella che Gesù propone del matrimonio: "i due saranno una carne sola". Una comunione d'amore da renderli una sola esistenza. Una comunione d'amore che non si spegnerà neppure con la morte. Perché l'amore, se è autentico, dice "per sempre". E sulla terra è un segno del rapporto d'amore di Dio Trinità.
Di conseguenza l'amore fra un uomo e una donna è frutto di una vocazione: "Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi". È una chiamata stupenda a una donazione reciproca, fino a dare la vita uno per l'altro. Non un amore chiuso in se stesso, ma aperto alla vita di nuove creature e aperto alla comunità.
Un amore impegnativo dunque, che deve essere continuamente rinnovato reciprocamente e alimentato da un rapporto personale e comunitario con Dio e con i fratelli.


Testimonianza di Parola vissuta


Siamo sposati da 10 anni - dice Clara - ed abbiamo un bambino di 5 anni, Riccardo, e una bambina di 3 mesi, Laura. Già da fidanzati le distinzioni fra noi erano particolarmente marcate e, come sempre accade, con il matrimonio i confronti sono diventati più accesi. Alla base però c'era sempre un forte amore che ci faceva ricominciare con tanta gioia ed entusiasmo e spesso quelle stesse diversità (ad esempio, troppo organizzato Roberto, troppo improvvisatrice io) servivano proprio a dare un giusto equilibrio al nostro vivere quotidiano.
Oggi siamo davvero contenti e soddisfatti di questi 10 anni trascorsi insieme. I contrasti non mancano neanche adesso, tuttavia, diversamente da quanto ci accadeva nei primi anni di matrimonio, siamo convinti che la ricerca e la conquista dell'armonia passa attraverso il rispetto dell'altro, soprattutto accettandolo nelle diversità che lo caratterizzano. In particolare siamo più consapevoli che nel momento del contrasto, più che rimarcare le divisioni, occorre cercare e valorizzare ciò che ci unisce.
A tal proposito - continua Roberto - una domenica dello scorso carnevale è accaduto un episodio significativo. lo ero in poltrona a seguire le partite di calcio (da sempre motivo di scontro) mentre Clara, considerata la bella giornata, gradiva andare a vedere una sfilata di carri insieme a me e a Riccardo. La cosa non mi trovava particolarmente (per non dire affatto) concorde, visto che preferivo gustarmi il pomeriggio sportivo alla tv. Tuttavia ho assecondato il desiderio di Clara con grande sacrificio e il mio umore era davvero nero: sentivo di aver rinunciato a qualcosa a cui tenevo molto. Immaginate quale potesse essere l'atmosfera!
Poi però tutto è diventato occasione in cui la nostra famiglia trovava un momento di forte unione e alla fine della giornata abbiamo scoperto di aver trascorso un pomeriggio veramente importante con amici e con le persone più care. Il cattivo umore iniziale aveva lasciato il posto a una grande serenità e gioia perché, nonostante fossimo partiti da due posizioni totalmente diverse, siamo riusciti a far emergere ciò che in quel momento ci univa: il desiderio di agire concretamente nell'amore l'uno per l'altro. Il risultato è stato un pomeriggio di gioia per tutta la famiglia.

(Clara e Roberto)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

giovedì 1 ottobre 2009

Carità, dono e arte da apprendere


Oggi si fa memoria di santa Teresa di Liseux.
Penso spesso a lei, perché è stata una delle persone che più hanno inciso, soprattutto nella mia giovinezza, sulla mia vita spirituale.
Mi ricordo il mio primo incontro con lei, quando ai primi anni del liceo, lessi la Storia di un'anima. Pur vivendo in un ambiente cattolico e molto impegnato ed evangelicamente motivato, l'incontro con l'esperienza spirituale di quest'anima mi ha dato un impulso determinante nella mia vita e nella mia "scelta di Dio": maturo un rapporto più personale e intimo con Gesù e dedico molto tempo alla preghiera. Ma quello che ha dato un'impennata alla mia anima è stata la "scoperta" di Gesù presente nel mio prossimo, guardando alla vita di Teresa. Dico questo, perché il fatto di "vedere Gesù nel prossimo" era una novità negli ambienti cristiani di quel tempo. Il fatto di averlo comunicato ai miei "amici" provocava una certa incomprensione ed alle volte derisione.
Ora, dopo tanti anni, rivedo la "vocazione di Teresa" ad essere "l'amore nella chiesa" come un qualcosa che mi appartiene intimamente, anche per quello che Dio adesso chiede a me.
"La carità – scriveva santa Teresa – mi offrì il cardine della mia vocazione".
La carità, di cui anche il diacono ne è testimonianza speciale nella comunità, è un dono ed al tempo stesso "un'arte" che si apprende.
Nel riquadro a lato (Zoom…) ho riporto alcuni passi del libro L'arte di amare di Chiara Lubich.
Scrive Chiara (in Le esigenze dell'amore vero):
«Arte impegnativa, con forti esigenze...
È un'arte che vuole si superi il ristretto orizzonte dell'amore semplicemente naturale diretto spesso quasi unicamente alla famiglia, agli amici… Qui l'amore va indirizzato a tutti…
È un amore che spinge ad amare per primi, sempre, senza attendere d'essere amati...
È un amore che considera l'altro come se stesso, che vede nell'altro se stesso...
Quest'amore non è fatto solo di parole o di sentimento, è concreto. Esige che ci si faccia "uno" con gli altri, che "si viva" in certo modo l'altro nelle sue sofferenze, nelle sue gioie, nelle sue necessità, per capirlo e poterlo aiutare efficacemente.
Quest'arte vuole che si ami Gesù nella persona amata… Cristo ritiene fatto a sé quanto di bene e di male si fa loro...
Quest'arte di amare vissuta da più persone porta poi all'amore reciproco: in famiglia, sul lavoro, nei gruppi, nel sociale…
Queste sono le caratteristiche dell'amore vero. Le esigenze che lo rendono speciale…».