martedì 31 marzo 2009

Dialogo e Conversione

Ho inserito un mio intervento al blog di Paolo De Martino (Centro Studi Sociali) sul tema della "conversione" in occasione della trasmissione su primantennatv di Torino, nel programma in diretta ogni martedì alle 21.

Si legge:«La conversione non riguarda solo i non credenti, o quelli che si dichiarano "laici". Tutti indistintamente abbiamo bisogno di convertirci. Convertirsi non significa tornare indietro, ma significa piuttosto fare un balzo in avanti».

Pensando al tema della conversione mi è venuto spontaneo andare oltre al luogo comune di un cammino specifico di fede, ma di considerarlo piuttosto come una condizione essenziale per la nostra convivenza umana, al di là di un determinato cammino di fede, anche se questo aspetto è molto importante e non secondario.
Innanzitutto uno si converte (e quindi fa un balzo in avanti) per il semplice fatto di essere una persona.

Ho scritto nel mio intervento: «Quando si parla ci conversione si pensa subito a qualcosa che ha a che fare con la fede e comunque con una situazione "disordinata", per cui si dice "Si è convertito… Mi sono convertito…".
Infatti, risuona all’orecchio (soprattutto in questo periodo quaresimale) il monito evangelico "Convertitevi e credete al vangelo…".
È anche così. Ma non necessariamente in questa forma, e non per tutti allo stesso modo. La conversione esige innanzitutto un cambio di mentalità, una metànoia si direbbe; e questo non implica necessariamente un percorso di fede, come comunemente si può intendere.
Se la fede è un dono di Dio, non dipende da noi. Noi, semmai, ci disponiamo eventualmente a ricevere questo dono, ne prepariamo le condizioni.
Ad ogni modo la conversione è una cosa che riguarda tutti. Tutti, perché persone, siamo chiamati a dare senso al nostro essere, al nostro esistere: non solo al senso personale, preso individualisticamente, ma al mio esistere nella relazione con gli altri.
L’uomo trova nella relazione con gli altri il senso della propria vita. È la base di ogni dialogo; è l’urgente necessità di ogni conversione, a tutti i livelli».

A questo proposito vorrei citare il pensiero di Massimo Cacciari sulla "Ricerca della verità nella relazione". Prendo alcuni passi da un articolo apparso sul numero del 20 marzo scorso del Settimanale della Diocesi di Trieste, Vita Nuova:
«"Cos’è la laicità? È un colloquio continuo con l’altro, che consente di capire al meglio la realtà e, insieme, se stessi. (…) Io mi sono mosso per anni pensando che laicità fosse la cosa di cui abbiamo parlato (...) e che religione fosse sostanzialmente superstitio, superstizione. Ma per una ragione che non voglia scadere nel razionalismo, la verità non può lasciare fuori la dimensione che eccede la razionalità. Sennò non sarebbe razionale: come faccio a concepire la verità se la verità fosse solo una parte del tutto?".
Così la verità, per il laico, non sta più solo nelle idee, ma anche nelle persone: "Anche in quella Persona lì (in Gesù Cristo). (…) E come Deus est relatio, come Dio è relazione, così il metodo della ricerca della verità è la relazione. Il concetto di relazione deve essere carne e sangue del cristianesimo".
La relazione che è metodo valido per la ragione, tanto del laico credente che del non credente: "Certo, nel credente ci sarà un’eccedenza rispetto al non credente, ma anche il filosofo non credente può approssimarsi, per via di relazione, all’essenza del cristianesimo"».


sabato 28 marzo 2009

Il diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 154
(gennaio/febbraio 2009)



Discernimento,
formazione e stati di vita


Sommario

EDITORIALE
Quale discernimento oggi per il diaconato? (Giuseppe Bellia)

IL PUNTO
Arte o prassi del discernere? (Giuseppe Bellia)

SPIRITUALITÀ
L'antico esercizio nello Spirito (Carlo Maria Martini)

CONTRIBUTO
Discernere la vocazione al diaconato (Enzo Petrolino)

SERVIZIO
Una piccola vita da discernere (Andrea Santoro)

DISCERNIMENTO
Breve storia delle vocazioni di Gaeta (Vincenzo Testa)
I diaconi chiamati al servizio nella chiesa di Napoli (Gaetano Marino)
Formazione e discernimento a Torino (Giorgio Agagliati)

ANALISI
Per discernere i discernimenti (Redazione)


Rubriche

ANNO PAOLINO
La prima ai Tessalonicesi (Rosario Pistone)

TESTIMONIANZA
Servire con competenza (Berto Manzardo)

ANNUNCIO
Come catechizzare gli adulti? (Servizio Catecumenale Diocesano)

RIFLESSIONI
Per mettere le parole a posto (Giuseppe Costa)

PAROLA
Dalla Parola alla liturgia (I) (Pietro Sorci)


Riquadri

Reciprocità di discernimento e formazione
(Revisione del Direttorio per il diaconato nella diocesi di Milano)

Le virtù del candidato
(Dal Direttorio per il Diaconato permanente della Chiesa di Lodi)



venerdì 27 marzo 2009

Se muori per amore, trovi la vita

29 marzo 2009 – 5a domenica di Quaresima (B)

Parola da vivere

Se il granello di frumento caduto in terra muore,
produce molto frutto
(Gv 12,24)

I Greci vogliono vedere Gesù. Rappresentano l'aspetto più razionale della nostra ricerca di Dio. Cercano la sublimità di una dottrina, si confondono nel tempio con quelli che continuano a cercare il prodigio che può trasformare magicamente la vita. Superare con facilità la distanza tra il nostro limite e l'assoluto di Dio.
Gesù risponde senza dare soddisfazione né agli uni, né agli altri. Vuole che entriamo nella sua morte con la nostra, per partecipare insieme della risurrezione. Che sarà pure nostra.
Con la semplicità del contadino che coglie la vita tra le zolle della terra, proclama: "se il grano caduto in terra non muore, non porta frutto".
Nella legge che si nasconde in un minuscolo chicco, annuncia la legge universale della vita. Chi vuole la vita, deve perderla; il campo di frumento spunta da un cimitero di grani.
Il morire è esperienza di ogni giorno, Gesù ce ne svela il segreto.
Se muori per amore trovi la vita, quella vera che ha la sua matrice in Dio.
Dio è amore perché il Padre muore d'amore per il Figlio e viceversa. Questa è l'obbedienza di Gesù. La vita vera perché dura per sempre è amore. Anche noi dobbiamo fare l' "obbedienza" di morire per amore, continuamente, seminando ogni attimo presente di chicchi che, caduti, scuotano la terra come se fosse il sepolcro della Pasqua.

Testimonianza di Parola vissuta


HA SEMINATO DAVVERO TANTA "LETIZIA"

«Ciao Letizia», così vorrei salutare un'amica, una di quelle che chi la trova, trova un tesoro. Letizia è stata una persona cui, apparentemente, la vita ha serbato solo sacrifici e sofferenze. La morte prematura del padre ha costretto lei e i suoi fratelli a un duro lavoro nei campi. Il poco raccolto si doveva dividere con il padrone. Nonostante la povertà, la mamma riusciva a passare qualche pugno di farina e qualche patata a chi era più povero di loro. Poi, un matrimonio difficile e una gravidanza impossibile: avevano deciso di far morire il bambino per salvare la sua vita, ma lei pregava il Signore dicendo: «O tutti e due vivi, o tutte e due morti». A quarant'anni una brutta malattia l'ha resa parzialmente invalida. Un giorno mi confidò: «Mi avevano detto che non sarei sopravvissuta, ma io ho detto al Signore: "Non vedi questo bambino? È così piccolo, ha ancora bisogno della mamma, ti prego lasciami il tempo di crescerlo almeno un poco". Il Signore mi ha ascoltato ed esaudito, non solo mi ha concesso di crescere lui, ma mi ha dato la grazia di avere anche altri tre figli».
Letizia sapeva ringraziare il Signore di tutto, anche di una brutta malattia, perché quella pensioncina di assistenza le permetteva di vivere un po' meglio. Nonostante i limiti fisici, aiutava gli altri e provvedeva a chi stava peggio di lei. A tutti diceva che la "ricarica" per andare avanti la riceveva dall'annuale pellegrinaggio a Lourdes. Invitava tutti a recarsi alla grotta della Madonna, specialmente quelli che avevano qualche problema: "Venite, vedrete che la Madonna vi cambierà la vita". Anche quest'anno, nonostante la gravità del male, ripeteva: «Devo andare a chiedere la forza per fare l'ultimo tratto di strada, che è tutto in salita. Poi posso morire, perché la mia missione è finita». E così è stato. Anch'io voglio ringraziare il Signore perché mi ha fatto incontrare Letizia: il suo nome è stato tutto un programma di vita, perché ha saputo seminare davvero tanta "letizia".


Gina O., Genova,
da "Famiglia cristiana"

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 25 marzo 2009

Venire alla luce


"Gli uomini hanno preferito le tenebre" (Gv 3,19) Queste parole della conversazione di Gesù con Nicodemo (il quale raggiunge il Maestro di notte) sono sintomatiche di una situazione comune. Rileggo a questo proposito il commento di Caudio Arletti sulla Parola di domenica scorsa, 22 marzo.

"Nicodemo sceglie l'oscurità perché ha paura di rivelarsi come simpatizzante di Gesù davanti agli altri giudei. Dunque, la tenebra in quell'uomo non è solo esterna. La sua paura è il suo buio. Per questo Gesù esorta Nicodemo e ogni lettore del quarto vangelo a venire alla luce, sottraendosi alla tenebra. Si tratta di rinascere…, come il feto che quando esce dal grembo materno, viene alla luce". È un processo "tutt'altro che indolore", che esige riscoprire il proprio limite e la sua accettazione.
"Fare la verità comporta innanzitutto riconoscere e non rinnegare la propria ombra" e vivere l'esperienza del parto nuovo, sapendo che quando si viene alla luce si piange, come il bambino appena nato…
Se il processo non è indolore, tuttavia il suo evolversi, il nostro "fare la verità", ci apre una strada nuova.

"Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all'affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio" (Is 58, 9-10).
L'amore fa vedere; anzi io, perché amo, sarò luce che brilla nel buio. Anche ciò che in me non è luce si rischiarirà: la carità, infatti, "copre la moltitudine di peccati" (1Pt 4,8).
E sarò rinnovato e rinnoverò l'ambiente che mi circonda, pure esso avvolto dall'oscurità.
Se questo è per uno solo, cosa accadrà se questo UNO è formato dai "molti", resi "uno" dal Risorto presente ed operante in mezzo a loro? Così è di una comunità in cui la Parola ha preso forma umana.
Veramente la comunità diventa il vero soggetto di evangelizzazione, fermento di vita in un mondo che ama le tenebre.

lunedì 23 marzo 2009

Rocco racconta (Cittadinanza attiva)

Ho partecipato recentemente ad un convegno per sacerdoti e diaconi, dove tra l'altro si è parlato dell'incidenza nel tessuto sociale di chi esercita un ministero ordinato.
Tra le varie testimonianze presentate, trascrivo qui di seguito quella dell'amico diacono Rocco (altre sue esperienze sono raccolte nella rubrica "Rocco racconta"), che era presente al convegno, così come è stata raccontata.


«Mi chiamo Rocco, sono diacono sposato della Sicilia. Sono Ispettore capo della Polizia Municipale di Gela, la mia città, nel sud della Sicilia.
Data la bella esperienza dell’anno scorso, anche quest'anno sono stato incaricato dal mio Comando di tenere nelle scuole di ogni ordine e grado "Lezioni di Educazione alla Sicurezza e alla Legalità".
Quest’anno, in particolare in una scuola elementare, il Dirigente ha fatto una richiesta di iniziare anche un percorso "educativo" per gli insegnanti, presentando loro un "progetto educativo" da estendere successivamente poi agli alunni di 3° - 4° - 5° elementare.
"Investire in Educazione", "Cittadinanza attiva", "Partecipazione e Corresponsabilità": sono i temi di un messaggio che rappresentano una novità, soprattutto a livello educativo; contribuiscono a dotare il soggetto (in questo caso il bambino nella scuola) di un modello "pro-sociale" per la sua crescita, che limiti i danni e i pericoli che la strada presenta oggi.
È la sfida che il Comando della Polizia Municipale di Gela ha approvato, sposando il progetto che ho presentato. Così si è potuto dar vita ad un percorso alla partecipazione attiva, per iniziare a cambiare usi e costumi in un territorio in terra di mafia, sfilacciato da una frammentarietà culturale: mettere insieme varie agenzie educative, la scuola, la famiglia, le istituzioni pubbliche, in un percorso di dialogo educativo, proponendo di eliminare il "Contro" ed immettere il "Per".
Ho preparato un progetto orientato e formato dalla materia che debbo insegnare: Educazione stradale, Sicurezza - Osservanza delle regole - Legalità.
Sono partito dall'osservanza del codice della strada ed ho preso solo alcune parti che interessano i bambini della scuola elementare e cioè la parte dei Pedoni: la strada – la segnaletica orizzontale – la segnaletica verticale – come muoversi da casa fino ad arrivare a scuola in sicurezza. E poi come trascorrere il tempo libero: l'uso del primo mezzo che tutti abbiamo cavalcato, la bicicletta.
Ho cercato di coniugare l'interdisciplinarietà degli agenti educativi, quali: la scuola, la famiglia, l'Istituzione pubblica, l'Ente Comune da cui io dipendo. Facendo incontrare questi elementi in un unico soggetto "PER" i Bambini, mi sono messo ad insegnare: l'Educatore si è così "sposato" con il Diacono.
È venuto fuori un capolavoro d'intervento. È stata conquistata una scuola elementare, un Dirigente, 60 Insegnanti, un Vice Sindaco, un Comandante Maggiore della Polizia Municipale – nel territorio più a rischio della città, dove si trova la scuola.
Questo progetto di "Cittadinanza attiva" è già in atto, perché i bambini sono entusiasti, i genitori felici, le maestre esclamano: "Finalmente si opera nella concretezza".
L'assessore si fa intervistare tutti i giorni per sponsorizzare il progetto, che - a quanto sembra - già è diventato suo. Infine il comandante è ultrafelice, perché si vede protagonista, senza aver speso nulla ed io ringrazio Dio per la luce ricevuta.
Vediamo che piano piano la città si trasforma, operando su tre livelli, e cioè: Segnaletica orizzontale… che non si vede - Segnaletica verticale… inesistente o già divelta in parte – Spazi… come una pista ciclabile sicura per i bambini. Cose delle quali non si parla per niente, perché qui da noi, in terra di mafia, di queste cose non solo non si può parlare, ma manca persino il tempo per pensarle.
È davvero sbalorditivo riuscire a mettersi insieme e soprattutto far sì che diventi un pensiero ed un metodo educativo da proporre nelle scuole.
La "Cittadinanza attiva" rappresenta un modello, perché gli uomini, all'interno di essa, trovino una nuova fratellanza e insieme risolvano i problemi emergenti.
Sentiamo che questo progetto è un'occasione per continuare a sfidare l'utopia, perché anche nella nostra città possa aprirsi una breccia per quella che è e sarà per sempre una speranza: "Insieme è più bello e si può!"».

sabato 21 marzo 2009

La fecondità del digiuno

Nel messaggio per la Quaresima Benedetto XVI ha citato un passo di san Pietro Crisologo sul rapporto tra digiuno, preghiera e misericordia, tratto dai "Discorsi" (Disc. 43). Ne riporto qualche passo con la coscienza che quanto si desidera fare in questo periodo di particolare impegno spirituale non risulti vano. Solo l'amore infatti dà sapore e forma al nostro operare e ci apre il cuore, personalmente e come comunità, per guardare oltre, dove ho la conferma di aver incontrato Cristo, in quanti cioè sono nel bisogno e non solo materiale.

«Tre sono le cose per cui sta salda la fede, perdura la devozione, resta la virtù: la preghiera, il digiuno, la misericordia. Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l'una dall'altra.
Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica.
Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare. Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno. Abbia compassione, chi spera compassione. Chi domanda pietà, la eserciti. Chi vuole che gli sia concesso un dono, apra la sua mano agli altri. È un cattivo richiedente colui che nega agli altri quello che domanda per sé.
O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi misericordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te.
Perciò preghiera, digiuno, misericordia siano per noi un'unica forza mediatrice presso Dio, siano per noi un'unica difesa, un'unica preghiera sotto tre aspetti.
Quanto col disprezzo abbiamo perduto, conquistiamolo con il digiuno. Immoliamo le nostre anime col digiuno perché non c'è nulla di più gradito che possiamo offrire a Dio, come dimostra il profeta quando dice: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 50, 19).
Offri a Dio la tua anima ed offri l'oblazione del digiuno, perché sia pura l'ostia, santo il sacrificio, vivente la vittima, che a te rimanga e a Dio sia data. Chi non dà questo a Dio non sarà scusato, perché non può non avere se stesso da offrire. Ma perché tutto ciò sia accetto, sia accompagnato dalla misericordia. Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. Il digiuno inaridisce, se inaridisce la misericordia. Ciò che è la pioggia per la terra, è la misericordia per il digiuno. Quantunque ingentilisca il cuore, purifichi la carne, sradichi i vizi, semini le virtù, il digiunatore non coglie frutti se non farà scorrere fiumi di misericordia.
Tu che digiuni, sappi che il tuo campo resterà digiuno se resterà digiuna la misericordia. Quello invece che tu avrai donato nella misericordia, ritornerà abbondantemente nel tuo granaio. Pertanto, o uomo, perché tu non abbia a perdere col voler tenere per te, elargisci agli altri e allora raccoglierai. Dà a te stesso, dando al povero, perché ciò che avrai lasciato in eredità ad un altro, tu non lo avrai».


venerdì 20 marzo 2009

Il Crocifisso-Risorto, mistero di Dio

22 marzo 2009 – 4a domenica di Quaresima (B)

Parola da vivere

Bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato,
affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna
(Gv 3,14-15)

Questa espressione, per l'evangelista Giovanni, significa nello stesso tempo essere innalzato in croce ed essere glorificato.
Giovanni vede nella morte di Cristo la grande dimostrazione dell'amore di Dio per l'umanità. Questo amore è così potente che merita la risurrezione e frutta per tutti la vita eterna.
La croce non è più segno di maledizione e di morte, è trasformata in strumento di vittoria sulla vera morte che è il peccato.
Non si può più separare la croce dalla gloria, il Crocifisso dal Risorto: sono due aspetti dello stesso mistero di Dio che è amore.
È questo amore che attrae: Gesù chiama i suoi a condividere la sua gloria e per essa li porta ad amare tutti come Lui, fino a dare la vita.
Come rispondere a tanto amore? Offri-remo a Gesù ogni dolore come espressione del nostro amore, come una goccia nel mare della sua passione perché frutti il bene di tutti, di chi ci è caro, della Chiesa, del mondo.
Abbracciando le croci di ogni giorno e unendoci a Gesù crocifisso possiamo partecipare alla sua vita di Risorto. Diventeremo così strumento di gioia per molti, di felicità, di quella felicità a cui ogni essere umano ambisce.

Testimonianza di Parola vissuta


… MA LA VITA CONTINUA

A un mese dalla data di matrimonio, scopro di avere un tumore tra il cuore e il polmone. Vengo operata e, grazie e Dio, mi fanno un taglio solo di 5 centimetri sul petto. Dopo l'intervento, i medici mi dicono che dovrei fare subito la chemio, anche perché il cuore è gravemente sofferente. Mi faccio due calcoli e m'accorgo che la data del matrimonio con Luca (che tanto amo), coincide con l'inizio della chemio. Non so che fare, mi affido al Signore. Il medico mi consiglia di sposarmi subito, o di rimandare all'anno dopo.
Luca è triste, vorrebbe che io divenissi subito sua moglie. Ma come fare? Non c'è pronto nulla: documenti, vestiti, prenotazioni... Anche i parenti non sanno nulla. lo, però, non demordo, mi consiglio con padre Maurizio, che mi dice: "Non preoccuparti, vieni domani, il resto lo faccio io". In men che non si dica, sono stati avvisati i parenti, e tutti si sono dati da fare, perché a questo matrimonio non mancasse nulla, come avvenne col vino alle nozze di Cana, grazie all'intervento di Maria. Così ci siamo sposati, Luca piangeva mentre, al suono della marcia nuziale, io entravo in chiesa. E pensare che, fino al giorno prima, facevo fatica a stare in piedi e a respirare! Come si fa a non commuoversi davanti a tanta generosità?
Ma la storia continua: il giorno dopo il matrimonio, i medici non mi chiamano per il ricovero, e qualcuno ha organizzato al volo una viaggio di nozze di tre giorni. I medici poi hanno continuato a non chiamare, così scopro di avere un linfoma molto raro, mandato ad analizzare a Madrid. Ma non importa: la grazia che Gesù sta donando a me e a mio marito non ha prezzo. Non so quel che sarà domani, oggi, però, voglio dire a tutti la mia gioia, e una parola di coraggio per chi soffre.


Enza,
tratto da "Famiglia cristiana"

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 18 marzo 2009

Non di solo pane... (2)

Riprendo dal "Messaggio" del Papa per questa Quaresima.
Il digiuno ci apre alla preghiera e alla misericordia. "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica (san Pietro Crisologo)".
Il digiuno invita quindi "ogni cristiano a non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e ... anche a vivere per i fratelli".
In altre parole ci aiuta ad "allontanare tutto ciò che distrae lo spirito per intensificare ciò che nutre l'anima aprendola all'amore di Dio e del prossimo".
Se amo di più Dio, amo di più il mio prossimo. Al tempo stesso volgere il cuore a chi è nel bisogno è entrare nella dimensione del cuore di Dio.
Mi privo di qualcosa per essere, ed essere un dono per gli altri, con la mia persona e con le mie cose.
"Il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli". Infatti, "se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio? (1Gv 3,17)".
È nell'amore che io scopro la necessità di privarmi di qualcosa, perché l'amore fa circolare i beni e mi fa sperimentare Dio presente in mezzo agli uomini. Mi facilita l'ascolto della sua Parola, per uniformarmi ad essa, per "saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio".
Ma non amo Dio, se non amo il mio prossimo!
"Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente. Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, dando ai poveri quanto, grazie al digiuno, è stato messo da parte, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo".
È questa una prassi comunitaria di vivere il digiuno; è essere poveri per sostenere chi è nel bisogno e crescere così come comunità di persone che sanno accogliersi reciprocamente, perché l'amore che le spinge è un amore che ha in Dio la sua origine. E a Dio si dà tutto: infatti, "il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi a fare di sé dono totale a Dio".

lunedì 16 marzo 2009

Non di solo pane... (1)

In questo periodo di Quaresima sto rileggendo e meditando sul messaggio che il Papa ha fatto quest'anno: la Quaresima quale "cammino di più intenso allenamento spirituale".
Ci si allena per raggiungere con profitto una meta. La nostra meta è l'incontro col Signore Risorto. Noi, il Risorto, lo incontriamo ogni giorno; ma è in un giorno particolare (dal quale tutti gli altri giorni prendono valore e forma) che Lo incontriamo e celebriamo: è nel giorno di Pasqua, nel giorno della sua Risurrezione. Celebriamo quel giorno per renderlo presente ed attuale, perché la Pasqua informi tutta la vita, ogni attimo della mia vita.

L'allenamento che quest'anno Benedetto XVI ci propone è il "digiuno", antica pratica ascetica cha ha il suo inizio del Giardino dell'Eden, nel comando di Dio di "non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male".

Anche Gesù ha digiunato…
Ma il digiuno non è un'ascetica fine a se stessa… È nota infatti l'accusa fatta a Gesù di non digiunare, ma di essere un mangione e un beone
"Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l'atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste che vede nel segreto… (cfr Mt 6,18)", perché "non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il vero cibo, che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34)".
Nutrirsi della Parola di Dio è fare, compiere, la sua volontà. E l'amore, che è Dio, sottende ad ogni sua Parola.
Se l'amore è il mio nutrimento, non mi nutro di altro… L'amore è l'essere della persona… Quando non amo, non vivo, rimando nelle tenebre, come direbbe san Giovanni.
Per una sorta di paradosso, il digiuno che è di per sé una privazione, diventa nutrimento che mi fa vivere. Il fatto è che quando si ama, non ci si priva, ma si dona… ed ogni mio non-essere, perché donato, è vivere in pienezza, è essere.
Se c'è privazione materiale, altro non è che far spazio a qualcosa di più grande, di più bello: la luce, anche se poca, quando entra in una stanza buia, scaccia l'oscurità.

sabato 14 marzo 2009

A Chiara

È un anno che Chiara Lubich è partita per il Cielo. Oggi ho avuto l'occasione di vivere una giornata tutta particolare: al mattino, alla concelebrazione nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore presieduta dal card. Paul Poupard; al pomeriggio presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolofo per un programma "Con Chiara – un dialogo che continua".
Leggo nel sito del Movimento dei Focolari: «Non un convegno, né una commemorazione, ma una “conversazione” a tu per tu con Chiara, scandita da supporti video, interviste, brani artistici.
Si apriranno pagine inedite della vita di Chiara sfogliando l’album della famiglia d’origine, per poi aprire quello dei primi passi e degli sviluppi nel mondo della rivoluzione evangelica iniziata nella sua città natale. Per passare poi ad oggi, con le voci di chi ha raccolto la sua eredità e di chi, tra le personalità, ha avuto con lei un dialogo profondo.
Seguirà una pagina intima di Chiara nella vita quotidiana, sino ai momenti della prova finale. Per chiudere con una consegna dalla sua viva voce».

È stato proprio così!
Una commozione intensa, continua, fino alle lacrime…
Una presenza del divino da mozzare il fiato…
Era ieri, quando un anno fa scrissi qualcosa sul mio incontro con lei!
Chiara è sempre presente, anzi più presente che mai nella nostra vita e nella vita del suo Movimento, una presenza palpabile!

Oggi, una giornata di ringraziamento a Dio per la sua vita spesa tutta per il dialogo e la fraternità universale: un canto corale di ringraziamento allo Spirito Santo per il carisma elargito a Chiara a beneficio della chiesa e dell’umanità.
Benedetto XVI ha detto di lei: «Tanti sono i motivi per rendere grazie al Signore del dono fatto alla Chiesa in questa donna di intrepida fede, mite messaggera di speranza e di pace, fondatrice di una vasta famiglia spirituale che abbraccia campi molteplici di evangelizzazione.
Guida sicura da cui farsi orientare era per lei il pensiero del Papa. Anzi, guardando le iniziative che ha suscitato, si potrebbe addirittura affermare che aveva quasi la profetica capacità di intuirlo e di attuarlo in anticipo».

venerdì 13 marzo 2009

Il Crocifisso, mistero d'amore

15 marzo 2009 – 3a domenica di Quaresima (B)

Parola da vivere

Noi predichiamo Cristo crocifisso,
potenza e sapienza di Dio
(1Cor 1,23-24)

San Paolo è stato folgorato dal mistero d'amore nascosto nel Crocifisso. Lui che era ebreo e riteneva stoltezza la morte di un Dio, nella croce ha trovato l'essenza di Dio, l'amore. Di cultura greca, non ha trovato sapienza più grande che dare la vita, per amore.
Per noi è stoltezza quotidiana perdere, diminuire, farsi niente, essere schiacciati dal dolore, finire...
Ma se troviamo tutto questo in Gesù crocifisso, i nostri volti di dolore nel suo volto di dolore, la nostra morte nella sua morte, il nostro peccato nel suo farsi da innocente peccatore e tutto questo per l'amore che il Padre vuole donarci attraverso il Figlio, allora tutto cambia.
Ce lo insegna Chiara Lubich in una delle intuizioni più profonde della sua esperienza spirituale:
"Ho un solo Sposo sulla terra: Gesù crocifisso e abbandonato; non ho altro Dio fuori di Lui.
In Lui è tutto il Paradiso con la Trinità e tutta la terra con l'Umanità... Così per gli anni che mi rimangono: assetata di dolori, di angosce, di disperazioni, di distacchi, di esilio, di abbandoni, di strazi, di... tutto ciò che è Lui, e Lui è il dolore.
Così prosciugherò l'acqua della tribolazione in molti cuori vicini e, per la comunione con lo Sposo mio onnipotente, lontani.
Passerò come fuoco, che consuma ciò che ha da cadere e lascia in piedi solo la verità
".

Testimonianza di Parola vissuta

UNA GRANDE LEZIONE DI VITA

Il dolore più grande per un genitore è sopravvivere al proprio figlio. Voglio raccontare la mia esperienza per dare conforto a chi ha provato lo stesso dolore. La semplice parola tumore mi ha sempre spaventato e tuttora mi terrorizza ancora. Pensavo che mai sarei stato in grado di stare vicino a un figlio in un letto d'ospedale, tanto meno in quel reparto. Invece mi sbagliavo. E alla grande. A una delle due mie bambine (gemella tra l'altro), alla tenera età di 9 anni, è stata diagnosticata una grave patologia. Dopo l'iniziale smarrimento, ho cercato di far forza a mia moglie e all'altra figlia, cercando di vivere nel modo più normale possibile.
Il periodo della malattia di Sara è stato duro e pieno di sacrifici (l'intervento prima, la radioterapia con la chemio poi, i vari day hospital per i controlli...), ma è proprio in questo periodo che è successo qualcosa di straordinario. Normalmente, in una situazione simile, sono i genitori a sostenere i figli, nel nostro caso è stata Sara a darci una grande lezione di vita. Illuminata, senz'altro, da Colui che per la prima volta aveva ricevuto nell'Eucaristia. Ha accettato pienamente il suo stato, si è fidata ciecamente, non ha avuto paura e ha confortato la mamma con parole dolcissime, dal sapore strettamente cristiano. Sara si è fidata del suo vero Padre, non parlo di me, che sono stato solo il suo custode su questa terra.

Fabio C.,
tratto da "Famiglia Cristiana"

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


mercoledì 11 marzo 2009

Potere o servizio

Il vangelo della messa di oggi (Mt 20,17-28) mi mette dinnanzi la grande tentazione di considerare il proprio ministero alla stregua di una spartizione di potere: "I capi… dominano ed i grandi esercita il potere…, ma fra di voi non è così". È d'altronde l'argomento trattano nella pubblicazione dell'otto marzo scorso (Riscoprire il ministero diaconale") di questo blog.
Mi vengono in mente, tra l'altro, i vari interventi fatti sull'argomento (per esempio: "Far vedere la novità del diaconato", 11/10/2008; "Vino nuovo in otri nuovi", 6/9/2008; o comunque i vari interventi segnati dall'etichetta "diaconato") in cui emerge la ricerca di farsi in qualche modo una ragione del proprio operato, ragioni che possono illuminare l'esercizio del mio ministero diaconale, che è spesso – come direbbe Giuseppe Bellia – obliato e povero di quello spirito profetico che lo rende attuale.
Le esperienze che si tentano di porre in atto nelle varie diocesi, lodevoli per molti versi perché si cerca di valorizzare il ruolo del diacono affidandogli incarichi di responsabilità e a volte di prestigio, sia a livello diocesano che parrocchiale, tuttavia non soddisfano, a mio parere, la spinta profonda e profetica che il ministero diaconale è chiamato a portare nella chiesa oggi.
Non è quindi una spartizione ed organizzazione di incarichi pastorali o una emergenza di supplenza per la mancanza di preti (che si deve anche fare), ma un vivere, assieme ai preti ed a tutta la comunità, una comunione che renda visibile al mondo, non una struttura ben organizzata, ma la possibilità dell'esperienza della presenza del Signore Risorto vivo ed operante nella comunità.
Ho scritto in un commento dell'11/10/2008 citato sopra ("Far vedere la novità del diaconato"): «La comunione si vive (e quindi crea una mentalità), non viene data a priori...
Il diaconato troverà una attenzione ed una attuazione consone solamente in una vita di chiesa in cui prima del dato istituzionale viene la vita di comunione, anche all'interno dell'istituzione.
Io sono convinto che le "novità" evangeliche non cadono mai dall'alto... nascono dalla base, creano un consenso, una stima, una vita... L'autorità poi, secondo il suo carisma, "ordina" questa vita esistente, dà indirizzi specifici... taglia, "pota perché frutti di più"... la fa propria... e diventa di tutti».


domenica 8 marzo 2009

Riscoprire il ministero diaconale


Ho ripreso in mano l'articolo di Giuseppe Bellia apparso sul numero 152/153 (settembre/dicembre 2008) della rivista "Il Diaconato in Italia", dal titolo "Per riscoprire il ministero diaconale".
Quanto l'Autore dice mi interpella sul mio essere diacono, in quanto ministro ordinato, e sul mio rapportarmi con la comunità cristiana e col mondo che sono chiamato a servire.
Viene esplicitamente ricordato come "il ministero ordinato evochi un ruolo di guida e una funzione direttiva", appiattendo il significato sacramentale in una "esperienza di potere gerarchico del mondo, perdendo quella costitutiva configurazione profetica di servizio modellata sull'esempio normativo di Cristo, venuto per «servire e non per essere servito». In realtà il servizio cristiano, non soltanto è caratterizzato dall'originaria impronta cristologica, ma s'inscrive all'interno della missione ecclesiale che vuole i battezzati chiamati a compiere un'opera di mediazione per fare conoscere e rendere partecipi tutti gli uomini della vita divina".
"Questa mediazione non è impresa della carne e del sangue ma effetto dell'azione dello Spirito Santo sui credenti che li anima facendoli diventare soggetti nuovi, singolari e adatti a compiere ciò per cui li ha suscitati. La caratterizzazione è di natura oggettiva per i carismi ordinati, a motivo della fedeltà di Dio che si dona all'uomo senza pentimento, e tuttavia i doni offerti alla chiesa non si devono intendere come oggetti amorfi che operano a prescindere dalla soggettività delle persone accolte nella diversità della loro attività carismatica. I carismi, essendo suscitati dalla fede in Cristo, coinvolgono totalmente la soggettività del credente. La diaconia ordinata nasce all'interno di questi carismi di fatto gratuitamente dispiegati dall'operazione dello Spirito nel concreto dell'esistenza dei singoli cristiani e costituiscono uno dei criteri di discernimento della stessa chiamata ai ministeri".
La storia però ha visto il ministero ordinato sempre più uniformato "su modelli sempre più coincidenti con la società civile", rivolti prevalentemente ai membri della stessa comunità cristiana, venendo meno la spinta missionaria sul mondo circostante. "Lo stesso popolo cristiano non sarà più visto come soggetto compartecipe della comune missione evangelizzatrice, ma come semplice destinatario della cura pastorale", con una "deriva individualistica del ministero" ed una "progressiva emarginazione ed eliminazione di altri soggetti carismatici dalla conduzione della comunità/parrocchia"; la stessa "funzione diaconale diventa aleatoria ed evanescente".
"Riscoprire il primato dei poveri e ridare alla diaconia ordinata la sua funzione di mediazione sacramentale, per i padri del Concilio Vaticano II furono momenti di un unico processo; ma senza un movimento corale che punta verso il recupero della missione della Chiesa attraverso il riconoscimento di una ministerialità diffusa, ordinata e no, anche la restaurazione del diaconato nella sua forma permanente è destinata a non produrre esiti apprezzabili. Ne è prova l'impaccio che teologi, vescovi e cristiani comuni provano nel definire l'identità del diacono senza fare riferimento alla gestione di uno specifico potere diaconale: si fatica a credere che l'esperienza della comunione sia realtà ben più vantaggiosa e trainante delle distinzioni di attribuzioni e compiti".
"Il ministero del diacono deve allora con pazienza ricollocarsi dentro l'alveo della fedeltà al vangelo e ai poveri, in una ricerca ecclesiale di autenticità, senza la quale si producono esiti individualistici".

Da quanto esposto sono sempre più convinto (e l'esperienza quotidiana me lo conferma) che il diacono è una "grazia", all'interno della "comunione ecclesiale", per "quello che è" (segno di quella carità che porta all'unità, accoglienza personale e comunitaria di coloro che sono gli ultimi, in tutti i sensi…), e non tanto per "quello che fa", se quello a cui è stato deputato è una "spartizione di compiti" che in ultima istanza è una "spartizione di poteri", sul modello della società civile.


venerdì 6 marzo 2009

Dalla morte, la vita

8 marzo 2009 – 2a domenica di Quaresima (B)

Parola da vivere

Dio ha dato il proprio Figlio per noi tutti (Rm 8,32)

Se c'è un campione della fede nella storia sacra del popolo eletto è proprio Abramo. Per amore a quel Dio unico, immenso come i cieli stellati e profondo come gli oceani, ha lasciato tutto e Dio lo ha ricompensato con un figlio. Per amore allo stesso Dio che gliela chiede, come se fosse un capretto per l'altare delle offerte, è pronto a sacrificarlo, a distruggere il frutto del suo sangue. Riceve una promessa inebriante: sarai padre di tutti i popoli.
Quello che Dio non ha permesso ad Abramo, Lui stesso lo fa: sacrifica il suo Figlio perché l'amore di Gesù, infinito come quello del Padre, rigeneri ognuno di noi come figlio prediletto.
È un mistero che stordisce, come quello della Trasfigurazione davanti ai tre apostoli prescelti. È luce piena, certezza, piacere indicibile, inspiegabile quando ritorniamo a camminare sulle vie dolorose del nostro mondo. Bisogna che il figlio dell'uomo soffra molto, muoia... Senza la crocifissione, non c'è trasfigurazione. Solo se moriremo con Lui riusciremo a capire la Pasqua e a proclamarla come gioco di morte e di vita, di luce che sconfigge le tenebre. Buttiamoci a vivere la passione di Cristo con la tenacia del suo amore, per diventare annuncio di novità che conquista. Non possiamo dire niente a nessuno, come Gesù chiede agli Apostoli, finché Lui non sia risorto e vivo in noi.

Testimonianza di Parola vissuta


Quando giunsi nell'attuale parrocchia, trovai un giovane collaboratore verso il quale avevo mille attenzioni; tuttavia qualcosa non è funzionato bene, dopo qualche mese ho notato una strana sofferenza in lui, fino a un mattino in cui, con voce alterata, ha cominciato a protestare per cose che secondo lui non andavano; una cosa del genere proprio a me, che avevo la certezza di aver trattato il mio collaboratore come il mio prossimo del Vangelo. Ma mi resi conto che ero io fuori strada. Capii che l'unica cosa da fare era di donare al mio collaboratore un supplemento d'amore, e così feci. In breve tempo tornò il sereno in tutte e due le parti.
Passarono alcuni anni e il Vescovo affidò al collaboratore una parrocchia. Egli stesso mi chiese di accompagnarlo con la mia vettura e di presentarlo alla nuova comunità; nei mesi seguenti mi telefonava sovente, oppure chiedeva di andarlo a trovare per aiutarlo nell'attività pastorale. Anche ora i nostri rapporti sono sempre momenti di festa.
All'inizio del ministero in parrocchia, ricevetti da una persona amica un preciso suggerimento: "Creare rapporti, creare rapporti!". Era una buona comunità, vivace; cercai di "fare famiglia", e in breve crebbe a dismisura una speciale vitalità: un impulso nuovo alle vocazioni (tre sacerdoti novelli negli ultimi anni, uno studente di teologia, diversi seminaristi, alcuni giovani in attesa di finire le scuole pubbliche per entrare in teologia, e da ultimo l'ordinazione di due diaconi permanenti: un medico geriatra e un meraviglioso professionista); la liturgia, diventata una festa di famiglia dove tutto parlava; la catechesi, che si allargava a macchia d'olio. Tante volte mi sono sentito dire: "A te non si può dire di no!"; ma io correggevo: "A Dio non si può dir di no!".
Forza portante di questo clima di famiglia era un certo gruppo che viveva una forte spiritualità. Che poi non era numeroso, ma col suo stile decisamente "mariano" non appariva, ma c'era e io lo avvertivo. A volte bastava guardarsi per capirsi nel fondo dell'animo... ma specialmente era garanzia della divina presenza.

(Un parroco)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


mercoledì 4 marzo 2009

Il luogo del giudizio


"Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori...".
"Perdonate e vi sarà perdonato...".
"Nella misura con cui misurate sarà misurato a voi...".
"Non giudicate e non sarete giudicati...".


Gli uomini continueranno a giudicarmi...
Ma alla fine sarà Gesù che mi giudicherà, secondo quanto detto: è il suo giudizio che conta!
Non giudicare, in ultima istanza, è accogliere, reciprocamente, nella misericordia.
È la comunità, perché formata da persone che vivono in comunione, il luogo dove farmi giudicare... Gesù presente fra coloro che sono uniti nel suo nome, in Lui, nella sua Persona, nell'amore, è il vero giudice di Se stesso, perché Lui ama noi come Sé. Porta a compimento nella reciprocità il comando antico dell'amore.
Ognuno è corresponsabile di questo "luogo del giudizio" che è il Corpo di Cristo, ciascuno secondo la propria chiamata. Chi è animatore di questa comunione, come chi esercita un servizio qualificato, è a sua volta "animato" dai fratelli che gli sono affidati, perché noi siamo sì "per" gli altri, ma siamo contemporaneamente anche "con" gli altri: insieme formiamo l'unico Corpo.


domenica 1 marzo 2009

Ritiro: Il cammino quaresimale

Oggi, prima domenica di Quaresima, ritiro con la comunità del diaconato della diocesi di Velletri-Segni.
Il tema trattato dal vescovo mons. V. Apicella verteva su "Il cammino quaresimale".
Riporto alcuni pensieri e riflessioni.
Innanzitutto la serietà di un cammino quaresimale non fine a se stesso, con risvolti puramente moralistici o solamente individuali, ma che mi coinvolga pienamente nell'incontro col Signore Risorto, personalmente ed in relazione alla comunità che sono chiamato a servire. Il digiuno e tutte le pratiche quaresimali mi inseriscono così più pienamente nel mio servizio alla Chiesa.
Il digiuno visto, non tanto e non solo, come pratica penitenziale di mortificazione del corpo con la tentazione di sentirmi a posto dopo averlo effettuato, vanificando ogni grazia ad esso legata; ma come uno strumento adatto, affinché tutta la mia persona, corpo e spirito armonicamente congiunti, possa incontrare Dio ed in Lui l'umanità che incontro. Il corpo serve allo spirito per esprimersi e relazionarsi. In questa visione positiva della realtà il digiuno mi appare come un mezzo per entrare in equilibrio con me e con gli altri: se mi sacrifico troppo rischio di non essere presente a me stesso ed in grado di amare concretamente gli altri; come, al contrario, se eccedo nel cibo od in altro, mi appesantisco e con più difficoltà posso esprimere la mia carità.


Ci ha toccato la preghiera del diacono san'Efrem, che la chiesa d'Oriente recita nei giorni di quaresima: «Signore e Sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di ozio, di scoraggiamento, di desiderio di potere, di parlare vano.
Ma concedi al tuo servo uno spirito di castità, di umiltà, di pazienza e di amore.
Si, Signore e Re, dammi di vedere le mie colpe e di non giudicare il mio fratello, perché tu sei benedetto nei secoli dei secoli. Amin
».
Quanto chiediamo nell'espressioni negative (ozio, scoraggiamento, potere, vaniloquio) mi hanno richiamato ad una situazione che ho costatato essere ricorrente in quei diaconi che non si sentono gratificati nel loro ministero. Infatti, quando vien loro tolto lo spazio di azione si trovano a non saper cosa fare, tentati di "tirare i remi in barca", e si scoraggiano. Ma per non morire, si creano una propria attività pastorale, un proprio campo di azione in cui "essere qualcuno", dove purtroppo molto spesso non si parla sapienza, perché manca quella carità che nasce dall'essere in comunione nella parte di chiesa in cui Dio ci ha messi a servire.
È una tentazione che spesso non superiamo! La nostra "castità" invece ci fa essere puri, limpidi, in Dio, pieni di sapienza, partecipi della castità di Dio; e quindi pieni di umiltà e di quella carità che, perché vera, porta all'unità, a costruire la comunità.


Infine le parole di sant'Agostino sulle tentazioni di Gesù ci hanno fatti sentire di appartenere all'unico Corpo di Cristo, nel quale siamo tutti, nella nostra umanità e nella nostra divinità.
«La nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l'umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.
Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato
» (dal Commento ai Salmi, Sal 60).