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sabato 7 febbraio 2009

L'avete fatto a me...

"Ho avuto sete e mi avete dissetato… alimentato… assistito…
Perché ogni volta che avete fatto tutto questo a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me…" (Cf Mt 25, 31 e seg.).

Queste parole di Gesù mi interpellano al di là di ogni discussione e posizione… e interpellano sempre, anche quando si conosce o si ignora a chi è indirizzato in definitiva il nostro essere per l'altro.




Sul "Caso Englaro" riporto il Comunicato stampa del Sif – Servizio Informazione Focolari, del 6 febbraio 2009.



PERCHÉ DICIAMO DI NO ALLA SOSPENSIONE DELL'ALIMENTAZIONE
NO ALLA MORTE DI ELUANA
Eluana è già morta? È accanimento mantenerla in vita?



Non si tratta di astenersi dall'accanimento terapeutico ed accettare l'evidenza di una vita che si sta spegnendo. Eluana non è un malato terminale (può benissimo vivere ancora per vari anni), né una persona che sta morendo con atroci sofferenze, né è "attaccata" ad alcuna macchina. Viene alimentata tramite un sondino naso-gastrico, si addormenta e si sveglia in modo regolare, ogni giorno viene alzata dal letto per eseguire la fisioterapia e viene seduta in carrozzina. Non ha lesioni da decubito o malattie in atto. Tante persone sono nelle sue condizioni, molte di queste sono accudite in famiglia.

Se esaminiamo la questione dal punto di vista medico, si può affermare inoltre che:

1) La scienza oggi non ha ancora raggiunto dati definitivi sullo stato vegetativo persistente: non può quindi pronunciarsi in modo certo sul grado di consapevolezza di sé e sulle interazioni con l'ambiente di queste persone, né sull'evoluzione di tali condizioni.

2) Da più parti si sta delineando una distinzione tra vita biologica e vita biografica, cioè vita capace di relazione, proponendo la presunta cessazione della vita biografica come confine del prendersi cura. Ma il criterio di dignità di vita non può coincidere con una evidente capacità di comunicazione e di relazione con il mondo esterno. La dignità della vita di ciascuno è un valore intrinseco, non dipende dalle circostanze esistenziali, né dal riconoscimento da parte degli altri di tale dignità. L'uomo o la donna di cui ci si prende cura, anche se gravemente impediti nell'esercizio delle loro funzioni cognitive, sono e rimangono sempre esseri umani (non "un vegetale").

3) Il "caso Eluana" rischia di creare un precedente che potrebbe avallare l'abbandono di altre persone in situazioni similari per lesioni cerebrali gravi che limitano fortemente la capacità di relazione.

4) Preoccupa inoltre il fatto che altre figure, con competenze diverse da quella medica, si stiano arrogando poteri decisionali nella prassi di cura. Il medico diviene in tal modo un mero esecutore di decisioni prese al di fuori del rapporto fiduciale con il paziente, rapporto che, da Ippocrate ai giorni odierni, rappresenta il fondamento della medicina.

Per tali motivi, sosteniamo che non si può sospendere l'alimentazione ad Eluana.

Alla famiglia va tutta la nostra vicinanza, rispetto e comprensione per una vicenda umana che indubbiamente comporta una grande sofferenza e decisioni non facili, certamente aggravate dal clima ideologico che circonda questa vicenda.

Nello stesso tempo questa situazione ci richiama ad un rinnovato impegno a difesa della vita in tutte le sue fasi, prima di tutto di solidarietà fattiva, verso ogni persona, specie se più debole e fragile un impegno non secondariamente anche culturale ed educativo.

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