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giovedì 15 gennaio 2009

Di fonte alla sofferenza altrui

Può succedere che, incontrando persone che nella loro vita personale e familiare vivono situazioni di sofferenza e di disagio, cerchi in buona fede di sollevarle e di venire loro in aiuto.
Ho sperimentato che se non ti metti nell'atteggiamento di ascolto disinteressato, puoi essere più di peso che di aiuto; soprattutto quando ti scappa di dire "Quanto ti capisco…" o parole simili. È il momento che si frappone tra noi e gli altri una sorta di muro di difesa. Questo perché, invece di accogliere in me la persona che sto ascoltando, faccio entrare dentro di lei la mia esperienza, forse analoga ma che è sempre qualcosa che, magari inconsciamente, mette le distanze; invece di essere quel "silenzio" che sa accogliere e sa aspettare a parlare e dice solo quello che l'amore e lo Spirito suggeriscono, e niente più.
Solo così riesco con frutto a fare mie le parole della Lettera agli Ebrei «Gesù, per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18).
Il "soffrire personalmente" mi deve rendere adatto ad "accogliere" e non a "presentarmi": effettivamente non ho nulla da dare, se non quell'amore che ho sperimentato accostandomi "personalmente" alle sofferenze di Cristo.

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