domenica 31 agosto 2008

Ascoltare e vivere


Leggo dai "Discorsi" di sant'Agostino:
«Siamo veramente beati se quello che ascoltiamo o cantiamo lo mettiamo anche in pratica. Infatti il nostro ascoltare rappresenta la semina, mentre nell'opera abbiamo il frutto del seme. Premesso ciò, vorrei esortarvi a non andare in chiesa e poi restare senza frutto, ascoltare cioè tante belle verità, senza poi muovervi ad agire».

Riporto questo passo, perché, come ai tempi di Agostino, anche oggi molto spesso succede che ci accontentiamo dell'ascolto della parola di Dio (che consideriamo evidentemente importante, quasi un balsamo per l'anima e di cui non possiamo farne a meno), magari ricavandone qualche buon proposito, ma che forse questa parola non è sufficientemente decisiva per la nostra vita o non concorre "efficacemente" a cambiare la nostra mentalità, così compromessa…
Chissà se dalle nostre liturgie nasce una vita che trascina!

sabato 30 agosto 2008

Adorna il tempio, ma non trascurare i poveri


Ho letto oggi questo passo di san Giovanni Crisostomo, tratto dalle "Omelie sul vangelo di Matteo", che voglio riportare, perché mi ricorda in maniera chiara ed inequivocabile come vivere la mia diaconìa. Non aggiungo commenti, perché lo scritto parla da sé; solo mi auguro di suscitare meno scandalo possibile.

«Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l'avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.
Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell'onore che egli ha comandato, fa' che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d'oro, ma di anime d'oro.
Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l'elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.
Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d'oro e non gli darai un bicchiere d'acqua? Che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?
Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l'ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello».

venerdì 29 agosto 2008

Essere dono

31 agosto 2008 – 22a
domenica del Tempo ordinario (A)
Parola da vivere
Il Figlio dell'uomo (…) renderà a ciascuno secondo le sue azioni (Mt 16,27)

La professione di fede è la premessa fondamentale per seguire Gesù. Seguirlo, sia personalmente sia comunitariamente, vuol dire abbandonare il modo di ragionare "secondo gli uomini" e orientarsi al modo di ragionare "secondo Dio". La rinuncia ai propri vantaggi e ai relativi compromessi è considerata dal Vangelo come la strada verso l'affermazione più autentica del valore e della dignità di ogni uomo e ogni donna. "Perché il Figlio dell'Uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni".
L'uomo non è padrone della sua vita: se la perde, inseguendo dei vantaggi fasulli, non è in grado di "riscattarla" di riaverla indietro, pagasse pure tutto l'oro del mondo. Perdere la vita per ritrovarla significa entrare nell'ottica del dono. Ogni azione ha valore solo se è vissuta come quelle di Gesù dono del Padre all'intera umanità. Anche noi se diventiamo dono realizziamo la parola del "non chi dice Signore, Signore ma chi fa la Parola costruisce una casa che resiste ad ogni intemperie".
Sii dono e riceverai tutto in dono.

Testimonianza di Parola vissuta

Nel mio lavoro di impiegata, uno dei compiti è depositare ogni settimana il denaro in banca. Prima c'era sempre una signora oltre lo sportello che, vedendo la mia fretta, incassava il denaro, mi lasciava partire e faceva dopo le operazioni di registrazione.
Il nuovo impiegato ora invece registra una alla volta le varie somme che consegno e questo prende molto tempo. Un giorno cominciavo a innervosirmi e mi sono azzardata a dirgli: "Non potrebbe registrare dopo come faceva la sua collega". Seccato mi ha risposto: "Adesso è lei che viene a dettare nuove disposizioni in banca?". Sono uscita a disagio e offesa.
La settimana seguente me lo sono ritrovato di fronte e fra noi è calato un silenzio glaciale; che si è ripetuto per diverse settimane, finché un giorno ho capito che dovevo fare il primo passo e dimostrare rispetto per il suo lavoro. Non so cosa ho detto, ma è bastata una sola frase per rompere il ghiaccio e avviare una breve chiacchierata. Adesso quando vado in banca, tra noi non c'è tensione, ma cordialità.
(K.V.L., Belgio)
(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)



venerdì 22 agosto 2008

Risposta di fede

24 agosto 2008 – 21a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Ma voi chi dite che io sia? (Mt 16,15)


Il Vangelo di oggi presenta la risposta di fede degli apostoli, di cui si fa interprete Pietro. Aggiunge poi il dialogo tra Gesù e Pietro, che è uno dei testi più importanti per comprendere la vita ecclesiale: la professione di fede in Gesù, quale Messia inviato di Dio; questa è infatti il presupposto per poterlo poi seguire come discepoli. Gesù provoca gli apostoli a decidersi nei suoi confronti: "Voi chi dite che io sia?".
Se si è facilmente portati a pensare come la gente e a conformarci ai luoghi comuni, la fede che Gesù chiede ai discepoli porta a rompere con il mondo del "si dice", delle chiacchiere e di prendere posizione personalmente, impegnando verso di Lui tutta la propria vita. Nell'esperienza del credente il punto di partenza per la conoscenza di Dio, il contesto in cui si colloca la professione nelle verità di fede, è la relazione personale e comunitaria con Dio, il legame affettivo con Lui. "Volevo seguire Gesù - scriveva Annalena Tonelli, uccisa in Somalia il 6 ottobre 2003, all'età di sessant'anni - povera con i poveri di cui è piena ogni mia giornata... Trentatré anni dopo, grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così, fino alla fine".
Ecco il cristiano: uno che ha esperienza di Gesù.

Testimonianza di Parola vissuta

È stato chiesto a dei bambini di 7 anni: che cosa è l'amore?
Dice Daniele: "L'amore è quando la mamma fa il caffè per il papà e lo assaggia prima, per essere sicura che sia buono".
Dice Rebecca: "L'amore è quando la nonna ha l'artrite e non può mettersi più lo smalto e il nonno glielo mette, anche se ha l'artrite pure lui".
Dice Antonello: "L'amore è quando una donna vecchia e un uomo vecchio sono ancora amici, anche se si conoscono bene".
Dice Elena: "L'amore è quando la mamma lascia al papà la parte più buona del pollo".
Dice Susanna: "L'amore è quando qualcuno ti fa del male e tu sei molto arrabbiata, ma non strilli per non farlo piangere".

(M.M.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 20 agosto 2008

Amo perché amo, amo per amare (san Bernardo)


Mi ripeto ogni giorno che l'«essere per gli altri» è una priorità nella nostra vita. Nel prendere sempre più coscienza che l'animazione al servizio nella comunità ha il suo fondamento nella carità che porta all'unità, cioè in un amore che ha la sua origine nell'Amore trinitario, nell'uni-trinità di Dio, mi sono sembrate quanto mai attuali le parole di san Bernardo, di cui oggi facciamo memoria, che ci riportano all'amore puro, disinteressato, all'amore che ci "indìa", al "non-essere per essere".
Ne riporto uno stralcio tratto dai "Discorsi sul Cantico dei Cantici".





L'amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. L'amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all'infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell'esistere. Amo perché amo, amo per amare.
Grande cosa è l'amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere.
L'amore è il solo tra tutti i moti dell'anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l'unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari.



lunedì 18 agosto 2008

A margine delle Olimpiadi


In questo periodo in cui i riflettori di tutto il mondo sono rivolti all'evento Olimpiadi, turbato – se così si può dire – dalla risonanza molto spesso polemica e strumentalizzata della mancanza del rispetto dei diritti umani in quell'immenso paese ed ora passata quasi sotto silenzio, mi è ritornato tra le mani un articolo riguardante il recente terremoto, ed ora veramente passato sotto silenzio, nel sud ovest della Cina. È l'intenso racconto del viaggio di due giovani volontari cristiani in aiuto a quelle popolazioni gravemente colpite dal sisma.
Lo voglio riportare perché mi ricorda che l'«essere per gli altri» è una priorità nella nostra vita.


Diaro del terremoto
a cura di Gabriele Amenta (Città Nuova - N. 14/2008 - 25/07/2008)

Le vittime hanno raggiunto quota 90 mila. È il drammatico bilancio, ancora non definitivo, del terremoto del Sichuan, nel sudovest della Cina. Erano da un attimo passate le 2 e 28 dello scorso 12 maggio. La catena di solidarietà è partita spontaneamente. Molti i cattolici e i protestanti cinesi che hanno offerto sostegno economico, donazioni di sangue e preghiere per le vittime e i sopravvissuti al terremoto. Numerosi giovani volontari cristiani si sono recati nei luoghi del terremoto per iniziare le operazioni di soccorso e distribuire medicine, cibo, acqua, coperte e tende. Due di loro, Ambrose e Louis di Pechino, sono stati in Sichuan per otto giorni, percorrendo la distanza di 2130 chilometri, impiegando 31 ore in treno. Coordinano progetti di adozione a distanza, l'invio di tende, la ricostruzione delle chiese e di un asilo: quest'ultimo in collaborazione con il Brasile. Ci hanno mandato per posta elettronica il loro diario in redazione. È uno sguardo personale e diretto dentro la grande sofferenza di un popolo.
A Chengdu. In questi giorni, a Chengdu, la capitale della provincia del Sichuan, piove di continuo, mentre continuano le scosse di assestamento. Meno male che non sono più così intense! Nei primi giorni del nostro arrivo le scosse erano molto più forti, ma eravamo così stanchi che dormivamo come sassi e non abbiamo sentito nulla. Louis ed io ci dobbiamo ancora abituare al cibo di Chengdu. È molto piccante, e dopo un po' ci brucia la gola. Inoltre di giorno fa molto caldo, ma appena piove arriva il vento e si sente freddo, così prima di uscire dobbiamo pensare quale vestiti è opportuno indossare.
A Mianzhu. Ieri abbiamo deciso di andare a Mianzhu, poco più a nord. I sacerdoti e i nostri amici cattolici di Chengdu ci hanno aiutato per organizzare il viaggio. Arriviamo lì con altri due volontari che lavorano alla Caritas cinese. Oltre ai due volontari, si è unita a noi anche una studentessa universitaria, così ora siamo in cinque. Prima di partire, abbiamo comprato dieci scatole di olio per cucinare, tre cassette di mele, angurie, biscotti e pane. Tutta la macchina è stracolma di cibo! Per fare 80 chilometri, impieghiamo due ore e arriviamo a Mianzhu. Sono più di dieci le aree completamente distrutte dal terremoto e solo qui ci sono stati circa 12 mila morti.
Il crollo. La chiesa cattolica di Mianzhu, costruita nel 1926, è completamente distrutta. Al momento del crollo nell'edificio c'erano quattro persone. Uno di loro è morto, gli altri tre sono feriti in modo grave, salvati dal parroco che è intervenuto subito. Adesso uno di loro è a Shanghai per cure intensive. Quando la chiesa è crollata, il parroco ed alcuni parrocchiani si trovavano fuori città. Appena terminata la scossa di terremoto, sono tornati in macchina e cercavano da lontano di vedere la chiesa, ma non c'era più! Tutti sono scoppiati a piangere. Era il loro punto di riferimento, dove vivevano, si radunavano ed ora è completamente crollata. È stato come tagliare un pezzo di cuore. Siamo molto toccati dal loro racconto.
Tende. Nell'oratorio adiacente alla chiesa c'era anche una scuola materna e una foresteria. Quel giorno erano presenti più di 200 bambini. Grazie a Dio, la costruzione era bassa, così tutti i bambini e le maestre sono riusciti a scappare via. Solo un anziano nonno che andava a prendere il nipote e aspettava sotto un muro è morto. Nell'oratorio distrutto abitavano varie famiglie che adesso non sanno dove andare. Sulla piazza di fronte alla chiesa hanno piazzato sei tende, per ora vivono lì, con il parroco, don Wang. I sacerdoti di Chengdu lo hanno invitato a trasferirsi da loro, ma lui ha deciso di restare con i suoi parrocchiani in questo momento così difficile. Ieri un gruppo di buddhisti ha regalato del riso a don Wang. Davanti al disastro si dimenticano i giudizi ed i conflitti e tutti si aiutano. Si vive una grande fratellanza e comunione. Per la ricostruzione della chiesa stiamo provando a recuperare tutti i legni crollati per provare a riutilizzarli. Il nuovo edificio che nascerà conterrà il vecchio. Ci vorranno tre anni di attesa, nel frattempo è vietato celebrare la messa perché il governo, per ora, non vuole nessuna attività che raduni insieme più persone... Per miracolo, il tabernacolo ed un crocifisso, entrambi di legno, sono rimasti intatti.Verso Tumengzhen. Tutte le strade sono interrotte, l'unica percorribile è quella verso Tumengzhen. Anche don Wang non sa come è la situazione nei paesi circostanti, e come stanno i nostri amici cristiani. Partiamo e lungo la strada non troviamo neanche una casa abitabile, tutta la gente che incontriamo è nelle tende. Alcune sono fatte soltanto di carta plastificata, sostenute da canne di bambù.Le case o sono crollate o fatiscenti. Ad ogni famiglia che abbiamo visitato abbiamo lasciato olio e frutta. La nostra amica studentessa, invece, è andata dai bambini, portandogli dei biscotti. Non sapevamo a chi dare i soldi che avevamo, dopo aver discusso un po', abbiamo deciso di darli ad un anziano che sembra essere il capo della comunità cattolica locale. Tanti ci ringraziano, ma noi diciamo che bisogna ringraziare Dio e tutti quelli che ci hanno aiutato e sostenuto per arrivare fin da loro. Tra gli amici cattolici di Tumengzhen non c'è nessun ferito, ma di altri paesi limitrofi finora non si hanno notizie a causa dei collegamenti interrotti.La centrale elettrica. A Mianyang siamo passati dalla centrale elettrica Dongfang, la più grande della Cina con più di 10 mila dipendenti. È oggi un cumulo di macerie. Ancora non sono stati recuperati tutti i corpi, per questo motivo i militari non fanno entrare nessuno all'interno dello stabilimento, tranne i dipendenti. Il marito della nostra guida a Mianyang lavora in questa azienda e siamo così riusciti ad avere un permesso speciale per entrare. Nella centrale siamo investiti dal tanfo irrespirabile della putrefazione dei cadaveri e di tanti corpi non ancora recuperati. A terra tanti zaini e vestiti. Di tutto l'impianto, grande come un campo di calcio, non restano che pietre e rovine. La nostra guida ci racconta che durante il terremoto il marito è riuscito a scappare fuori, ma tanti colleghi sono rimasti seppelliti. Subito li hanno cercati disperatamente tra le rovine. Lui stesso ne ha trovati otto, ma solo quattro sono riusciti a sopravvivere. Al buio. Poi bbiamo cenato con gli amici cattolici con solo cetrioli in salsa piccante e minestra di riso.Da quasi un mese, non hanno visto altro. Eppure si vedeva la felicità e la gioia sui loro visi perché siamo andati a visitarli, per consolarli e condividere la loro sofferenza. Non hanno niente, anche i vestiti che indossano gli sono stati donati, eppure sono pieni di speranza.
Ritorno a Chengdu. Sulla strada di ritorno a Chengdu, il motore della nostra macchina improvvisamente si ferma. Ci mettiamo mezz'ora per farlo ripartire. Appena entrati in città comincia a piovere fortissimo. La strada è rimasta danneggiata dal terremoto e procediamo pianissimo. Quando arriviamo al nostro alloggio è quasi mezzanotte. La giornata è stata intensa, siamo stanchi morti, ma capiamo che c'è un legame tra l'amore e il dolore e che quanto abbiamo fatto è così poco di fronte all'amore di Dio.

sabato 16 agosto 2008

Fidarsi e affidarsi a Dio

17 agosto 2008 – 20a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Donna, grande è la tua fede! (Mt 15,28)


La vicenda narrata dal Vangelo di questa domenica tende ad offrire una catechesi sulla fede proposta ai discepoli. La protagonista del racconto è una donna pagana, che raggiunge però il vertice della fede nel Vangelo. La fede di una straniera mostra come il piano di salvezza di Dio si dilati e abbracci tutta l'umanità: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri". Questa donna prega Gesù con una audacia materna per la salute della figlia, convinta della bontà e della potenza del Maestro. Amore, fiducia, insistenza, logica materna sono caratteristiche di questa preghiera. La cananea dichiara con fierezza che anche lei può avere un posto nel cuore di Dio. Diventa così maestra di fede per gli apostoli e per tutte le generazioni di credenti successive. Ha capito che Dio è un cuore che ama appassionatamente. È questa la ragione per cui, se nella casa del Signore c'è cibo in abbondanza per i figli, vi è cibo abbondante anche per i cagnolini.
La fede: fidarsi e affidarsi a Dio, amante della vita. Siamo chiamati in questa domenica a vivere quella fede aperta, appassionata, entusiasta, quella fede che spinge ad osare nel rivolgersi a Dio e ad osare di fronte al mondo nel quale Dio è sempre più straniero.

Testimonianza di Parola vissuta

Antonio, rimasto orfano, si prese cura della casa e della sorella. Un giorno, mentre si recava a Messa, pensava agli Apostoli che seguivano Gesù dopo aver abbandonato ogni cosa. Entrò in chiesa proprio mentre si leggeva il Vangelo e sentì che il Signore diceva al ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che possiedi, dallo ai poveri; poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli". Allora come se quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito di chiesa e diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato, riservandone solo una parte per la sorella.
Un'altra volta alla Messa, sentì le parole: "Non vi angustiate per il domani". Uscì e donò ciò che gli era ancora rimasto. Lavorava con le proprie mani perché aveva sentito: "Chi non vuol lavorare, neppure mangi". Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri. Trascorreva molto tempo in preghiera, perché aveva ascoltato: "Pregate incessantemente". Era così attento alla lettura che non gli sfuggiva nulla, ma come Maria conservava nel suo cuore ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri.

(dalla "Vita di sant'Antonio abate" di sant'Atanasio)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

giovedì 14 agosto 2008

Sintesi dell'umanità

15 agosto 2008 – Assunzione di Maria

Parola da vivere
Benedetta tu fra le donne,
e benedetto il frutto del tuo grembo!
(Lc 1,42)

Nell'incontro di Elisabetta con Maria avviene un riconoscimento. Mediante Maria, divenuta obbediente alla Parola, Dio visita il suo popolo e il suo popolo lo riconosce. Elisabetta riassume in sé l'attesa di tutta la storia; Maria porta in sé l'Atteso delle genti. Il loro incontro è l'abbraccio dell'Antico Testamento e il Nuovo, tra la promessa e il compimento. Due donne si salutano. Nella loro reciproca accoglienza è riconosciuto Colui che è Accoglienza. Per questo grande dono che le ha fatto Maria, Elisabetta grida a gran voce la sua gioia incontenibile, che si esprime in una duplice benedizione. Innanzitutto benedice Maria. E poi benedice il frutto del suo grembo.
In Gesù tutta la creazione torna ad essere benedizione e vita, perché è vinto colui che l'aveva fatta cadere nella maledizione. Benedire significa dire-bene. Dio, con la voce di Elisabetta, dice bene di Maria, l'arca della nuova alleanza; Dio dice-bene di noi, che accogliamo la sua Parola, fatta carne e come Maria la doniamo al mondo. Impariamo anche noi ad essere una benedizione per ogni fratello e sorella che incontriamo.
Testimonianza di Parola vissuta
C'è nella comunità una suora che ha il talento di dispiacermi in tutto: i suoi modi, le sue parole, il suo carattere. Non volendo cedere all'antipatia naturale che provavo, mi sono detta che il mio amore a Dio non doveva consistere solo in bei sentimenti, ma doveva tradursi in opere. Allora mi sono applicata a fare a questa suora ciò che avrei fatto per la persona che amo di più. Tutte le volte che la incontravo pregavo Gesù per lei e poi cercavo di farle tutti i piaceri possibili e, quando avevo la tentazione di risponderle male, le facevo il mio più amabile sorriso e la lasciavo del suo parere piuttosto che discutere. Siccome lei ignora assolutamente ciò che provo, è convinta che il suo carattere mi sia gradito. Un giorno mi ha detto con aria molto contenta: “Vuoi dirmi che cosa ti attira tanto in me, al punto che tutte le volte che mi guardi, ti vedo sorridere?”.
(s.Teresa di Gesù Bambino, da "Storia di un'anima")
(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


Morire per un Ideale


Oggi, 14 agosto, mi vengono in mente due persone che in questo giorno di agosto hanno dato la vita per un Ideale: Massimiliano Kolbe, sacerdote cattolico, che si è offerto al bunker della morte ad Auschwitz al posto di un suo compagno di prigionia che aveva moglie e figli, e morì il 14 agosto 1941; Irma Bandiera, partigiana, catturata il 7 agosto 1944 dalle SS tedesche, fucilata il 14 agosto 1944, per non aver voluto rivelare i nomi dei suoi compagni.

Leggo di Massimilano Kolbe:
«In un'epoca in cui i totalitarismi delle ideologie stavano distruggendo la fede in Dio e instauravano la schiavitù tra gli uomini, il Kolbe con il sacrificio eroico della sua vita ricordava a tutti il valore della fraternità umana. (...)
Il 17 febbraio 1941 Kolbe e altri quattro dei suoi religiosi furono arrestati e imprigionati. All'inizio di aprile furono trasferiti ad Auschwitz.
Verso la fine di luglio fu trasferito al blocco 14, dove i detenuti erano adibiti ai lavori della mietitura dei campi. Approfittando di questa occasione uno di loro riuscì a fuggire, ma la legge del campo era terribile. Per ogni fuggiasco che non venisse rintracciato, ben 10 prigionieri venivano destinati al bunker della morte.
Quando i 10 condannati vennero selezionati, uno di loro supplicò, terrorizzato, di essere risparmiato perché aveva moglie e figli. Kolbe uscì dalla sua fila e si presentò al comandante: "Sono un sacerdote cattolico, sono anziano; voglio prendere il suo posto, perché lui ha moglie e figli". (...) Dopo un attimo di silenzio il comandante accettò lo scambio. I dieci furono mandati al blocco 11, quello della morte. (...)
Erano passate già due settimane. I prigionieri morivano uno dopo l'altro e ne rimanevano solo quattro, tra i quali padre Kolbe, ancora in stato di conoscenza. Le SS decisero che le cose stavano andando troppo per le lunghe... Un giorno inviarono il criminale tedesco Bock per fare un'iniezione di acido fenico ai prigionieri. (...)
Kolbe nel porgere il braccio aveva detto: "Ave Maria!". Furono le sue ultime parole. Un giorno si era augurato che le sue ceneri fossero disperse al vento, invece si mescolarono nel forno crematorio con quelle degli altri fratelli perseguitati, in maggioranza ebrei. Aveva 47 anni».(Enrico Pepe, Maestri e Santi).

Leggo di Irma Bandiera:
«Irma, da piccola chiamata Mimma, era figlia di una famiglia benestante, allegra, generosa, mai un eccesso, sempre molto ubbidiente: Era cresciuta coltivando ideali democratici, studiava all'università. Quando l'Italia entrò in guerra poteva sfollare come fecero in tanti in attesa della fine del conflitto. Lei no, rimase e cominciò a frequentare gli ambienti antifascisti e dopo l'8 settembre '43, quando bisognava decidere da che parte stare, lei scelse quella della libertà, della giustizia sociale, di lottare contro i nazisti che occupavano l'Italia e contro i fascisti che li aiutavano a tenerla occupata. Andò con i partigiani entrando in un Gap di Bologna. Fu staffetta e combattente... Le aveva ordinato il comandante "...se ti catturano, non parlare mai e non rivelare i nomi dei compagni". È quello che fece Irma... Non parlò per sette giorni nonostante le sevizie e le violenze dei nazifascisti.
Poi il 14 agosto, ancora viva, fu portata sotto la casa dei genitori e quel fascista grande e grosso che non riusciva a farle aprire la bocca neanche per un gemito, guardandola per l'ultima volta negli occhi, quegli occhi che per sette giorni lo avevano sfidato con disprezzo, le chiese di fare i nomi dei partigiani in cambio della vita. In risposta ebbe il suo sorriso, quel sorriso che è in quella foto incorniciata dal filetto dorato sul Sacrario nella piazza di Bologna e che non sarà mai dimenticato. Una raffica di mitra ruppe il silenzio del Meloncello, quei colpi echeggiarono per i tre chilometri di portici che arrivano sino alla Basilica di San Luca, all'interno della quale è custodita la Madonna bizantina, quella che protegge Bologna e che ogni anno, quando a maggio viene trasportata in città è motivo di festa per tutti i credenti. Ma qual giorno, di fronte al sacrificio di Irma era solo un quadro dipinto tanti anni prima, senza pietà per l'agonia di quella ragazza.
Oggi in quel luogo c'è una lapide dedicata a Irma Bandiera. "Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte"». (Enzo Biagi, Quello che non si doveva dire).

Un giorno, indipendentemente dal nostro credo, saremo giudicati per quello che avremo fatto agli altri (cf. Mt 25, 31-46).


lunedì 11 agosto 2008

Una sola grande idea

11 agosto – santa Chiara d'Assisi

Chiara richiama il nome claritas, luce, che è anche sinonimo di Spirito Santo. Infatti quando Gesù dice: "La gloria (claritas) che tu hai dato a me, io l'ho data ad essi" (Gv 17,22), è la luce dello Spirito Santo, è lo Spirito stesso.
Santa Chiara ha lasciato una scia di luce, che brilla nei secoli.

Viene da chiedersi come la santa abbia raggiunto questa luce. La bolla di canonizzazione ci dice che l'ha raggiunta "abdicando a se stessa", usando lo strumento che Dio aveva scelto per lei, la povertà.
Abdicando a se stessa, Chiara ha tagliato tutto: se stessa, le cose, le persone…, e Dio l'ha riempita di luce.
Come posso, oggi, rivivere questa claritas, io che ho un'altra chiamata?
Sento che devo "abdicare a me stesso", non nella povertà, ma nella carità che porta all'unità, e porre le premesse perché il Risorto viva e risplenda oggi in mezzo a noi, e il mondo lo veda.
Ma occorre essere Lui… Santa Chiara ci dice che ci si fa santi con una sola grande idea, ben fissa in testa. Per lei era la povertà, per me la carità che porta all'unità.
Il Risorto in mezzo a noi lascia una scia di luce che illumina le tenebre di questo mondo, fa riaccendere la speranza, ricomponendo, là dove siamo, brani di fraternità, preludio all'unità chiesta da Gesù al Padre, "perché tutti siano una cosa sola" (Gv 17,21).

domenica 10 agosto 2008

Ministro del sangue di Cristo

10 agosto – san Lorenzo, diacono e martire

Riporto alcuni passi su san Lorenzo tratti dai "Discorsi" di sant'Agostino, soprattutto quelli che tratteggiano una fisionomia particolare del diacono, "ministro del sangue di Cristo".

"San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, verso il suo sangue.
Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo ha compreso tutto questo. L'ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambiò quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell'imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21).
(…) Il bel giardino del Signore possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l'edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all'effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L'Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio. Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Cristo si è umiliato: eccoti l'esempio da imitare".

La diaconia dell'amore esige un "nulla d'amore", nella misura di Gesù… ed essere degni ministri del sangue di Cristo!
Nella notte della cultura contemporanea e della società di oggi, in cui a fatica si riesce a trovare il "bandolo della matassa", sono di una attualità sorprendente le parole del diacono Lorenzo: "La mia notte non conosce tenebre; tutto risplende di luce".
L'amore illumina ogni oscurità!

venerdì 8 agosto 2008

La certezza della Parola

10 agosto 2008 – 19 a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Coraggio, sono io, non abbiate paura (Mt 14,27)


Gesù calma il vento e placa le acque agitate sul lago: egli è il Signore, per il quale tutte le cose sono state create. Infonde così serenità agli animi impauriti e scossi.
Anche noi talvolta ci troviamo nella notte, col vento contrario, sospesi sulle difficoltà, sui turbamenti che sembrano inghiottirci; fatichiamo inutilmente per raggiungere l'«altra riva». È condizione nostra ed è condizione della Chiesa, chiamata ad affrontare lo stesso cammino di Gesù. Perché la barca è simbolo della comunità, luogo della fede. Non ci sono scappatoie sulla barca: o si arriva a terra o si va a fondo. Però possiamo trovare un punto di forza: è la Parola. Essa ci dà la certezza della presenza di Dio accanto a noi; è la parola che alimenta e rafforza la nostra fede; è la Parola che dà il coraggio di affrontare le difficoltà e di osare l'impossibile.
Talvolta anche noi possiamo essere come Pietro che si lascia prendere dalla paura, anziché camminare contando sulla parola di Gesù. Dice Madeleine Delbrel: "Una volta che abbiamo conosciuto la Parola di Dio non abbiamo il diritto di non riceverla; una volta che l'abbiamo ricevuta non abbiamo il diritto di non lasciarla incarnare in noi; una volta che si è incarnata in noi, non abbiamo il diritto di conservarla per noi: noi apparteniamo, da quel momento, a coloro che l'attendono".

Testimonianza di Parola vissuta

Rientro dopo una giornata di intenso lavoro: sono stanca e sogno l'intimità della casa. Apro la porta: mio figlio è in casa, aveva da studiare molto. Invece lo trovo con un amico: la TV accesa a tutto volume, la sua camera, la cucina e perfino il bagno con la porta spalancata in gran disordine. L'amico appena mi vede si congeda e fila via. Mio figlio mi saluta, ma vedo che non è sereno. C'è un certo disagio fra noi perché avverto che la giornata non è stata costruttiva per lui, anzi... Sento una spinta irresistibile a dire il mio malcontento e il mio rimprovero. Sto per incominciare la predica. Ma la figura di Gesù, che mi sforzo di imitare, mi si presenta con la sua pazienza: non posso pensare a Gesù che si lascia andare al nervosismo. Decido di aspettare, di tacere: se mai più tardi. A cena siamo soli, mio marito è fuori per lavoro. Si parla: posso dire a mio figlio tante cose e, proprio perché mi vede calma e serena, mi confida alcune sue difficoltà con gli amici e con lo studio. E io posso dargli dei consigli che lui accoglie.

(M.N.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

venerdì 1 agosto 2008

Povertà che diventa dono

3 agosto 2008 – 18adomenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere


Non abbiamo che cinque pani e due pesci!
(Mt 14,17)


Gesù ha di fronte una grande folla, desiderosa di ascoltare la sua parola, e ne sente compassione.
Egli pieno di misericordia si china sui malati e li guarisce. Sul far della sera i discepoli suggeriscono a Gesù di congedare la folla: poteva andare nei villaggi vicini a comprarsi da mangiare. Ma Gesù non è dello stesso parere: "date loro voi stessi da mangiare". E gli apostoli: "qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci". I discepoli sperimentano la loro povertà e incapacità a dar da magiare alle folle, ma si fidano di Gesù. La loro povertà diventa dono e quando è vissuta come dono diventa sazietà piena per tutti.
La nostra insufficienza va portata da Gesù; ciò che ho, ciò che sono, poco o tanto che sia, quando diventa dono, è sempre sovrabbondante. Tutti noi l'abbiamo sperimentato. Nello stesso tempo possiamo cogliere che Gesù è il pane vero che soddisfa tutte le necessità umane. Gesù è il tutto e questo tutto ha bisogno del mio poco perché diventi abbondanza per molti. Sono chiamato a diventare dono. E divento dono vero quando Gesù diventa il tutto della mia vita.

Testimonianza di Parola vissuta

Insegno in una scuola elementare. Un giorno ho detto ai bambini: "Perché Dio avrà permesso che ci sia chi ha più capacità e chi meno? Perché così abbiamo occasione di aiutarci. Se ciascuno avesse tutto e non avesse bisogno di nulla, come potrebbe circolare l'amore?". Insieme abbiamo scoperto che tutti hanno qualcosa da dare: dona chi ha di più, ma dona anche chi ha meno, perché accettando di essere aiutato, dà agli altri la possibilità di amare. Con aria di novità ho cambiato i posti e ho messo i più bravi vicino a uno meno dotato. E abbiamo deciso che non solo ci si aiutasse tra compagni di banco, ma che tutta la classe progredisse e la riuscita di uno fosse sentita come propria da tutti.
Ho visto che i bambini poco a poco cambiavano mentalità e sentivano di essere un corpo solo dove tutto deve circolare: mettevano a disposizione i loro quaderni, le matite colorate, la merenda, i giochi. Così ho risolto il problema dei voti. Non servivano più alla soddisfazione personale, ma erano per tutti la misura del dislivello da colmare. Erano l'indice di quanto uno poteva dare e del bisogno degli altri. Non temevo di dare anche voti scadenti: avvertivano che non ci eravamo ancora amati e aiutati abbastanza.

(S.L.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)