martedì 29 aprile 2008

Sangue e fuoco!


Al termine di questa giornata, in cui si celebra la festa di santa Caterina da Siena, raccolgo un po' i pensieri che mi hanno accompagnato quest'oggi.
Con il motto "Sangue e fuoco!" si può sintetizzare la spiritualità della santa senese.




"Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti.
O Trinità eterna, sei creatore ed io creatura; ed ho conosciuto – perché tu me ne hai data l'intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del tuo Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura.
O abisso, o Trinità eterna, o mare profondo! Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell'anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità".
(Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena, libero adattamento).

Il sangue, il fuoco… Tutto quanto mi richiama un aspetto della spiritualità diaconale, che trova il suo centro nel sangue di Cristo.
Al diacono, infatti, l'essere "ministro del calice" richiama il suo "essere Cristo" che dà la vita, che versa il suo sangue… Nel segno e nella vita il diacono esprime quella carità concreta che è canale all'Amore di Dio e porta all'unità.

Scrive san Giovanni nella sua prima lettera: "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato" (1Gv 1,5-7).

domenica 27 aprile 2008

Testimoni della speranza

27 aprile 2008 – 6a domenica di Pasqua (A)

Parola da vivere


Siate sempre pronti a rispondere a chiunque
vi domandi ragione della speranza che è in voi
(1Pt 3,15)


La speranza è il più bel frutto della esperienza pasquale: Gesù ci ha amati immensamente così da essere, risorto, il nostro testimone, il nostro consolatore e difensore, colui che si mette sempre al nostro fianco.
Non siamo orfani: ci ha ridato la dignità di figli, la sua stessa statura di figli del Padre. Ha ricostituito la nostra famiglia originale, dove lo Spirito d'amore mette in fuga ogni paura.
Andando tra gli uomini siamo il vessillo della Pasqua: non c'è bisogno, normalmente, di predicare, basta lasciar esplodere dal nostro cuore la gioia di essere amati, protetti come in una armatura, dall'amore.
Dei primi cristiani si diceva: "Guardate come si amano!". Questa è l'unica rivoluzione che ha trasformato il mondo rovesciando i troni delle sue sicurezze.
Contro i martiri non si combatteva una semplice dottrina, ma la forza poderosa del loro amore divino. Chi li affrontava con la forza delle leggi e del diritto, si trovava contrastato e sconfitto dalla sola Parola: "Chi mi ama, osserva la mia parola e noi verremo a lui e abiteremo con lui".
Dare ragione della nostra speranza pasquale è scatenare la guerra del timore contro l'amore, la misericordia invincibile del Padre contro le fionde ridicole dei potenti di turno.
Non c'è bisogno di gridare per dare ragione della speranza che sta in noi, basta essere la Parola dell'amore in cui crediamo.


Testimonianza di Parola vissuta


Quando scoprii che per me stava iniziando una nuova gravidanza ebbi un attimo di smarrimento, poi subito nell'anima la certezza che quel figlio era un dono di Dio. I medici fin dal primo momento sconsigliavano di portare avanti la gravidanza per le mie condizioni di salute.
Consacrammo la nuova creatura a Maria.
Insieme a mio marito lo abbiamo comunicato subito ai figli e, dal loro atteggiamento, abbiamo capito che ne erano felici.
Dalle prime visite si è saputo che il bambino aveva un problema al cuore e così insieme abbiamo detto il nostro primo sì a Gesù. Dopo altri esami più approfonditi il ginecologo mi comunicò che il bambino sarebbe nato con malformazioni. Ebbi un colpo al cuore. Forse si poteva conoscere meglio lo stato di salute del bambino con un'altra ecografia, ma in tal modo sarebbe stata messa in pericolo la sua vita. Non accettai, a me bastava che fosse vivo.
Da quel momento il dialogo con il medico è diventato più profondo. Ho potuto dirgli che per me la vita è sacra. "Allora, se è così, lasciamo fare a Quello lassù", aggiunse convinto. Capii che anche lui rimetteva tutto nelle mani di Dio. Chiesi all'infermiera se c'era un crocifisso nella stanza, ma mi disse che l'avevano tolto. A questo punto il dottore intervenne dicendole: "Lo faccia rimettere al suo posto". Anche lui in quel momento faceva una scelta.
Parlando con mio marito della situazione cercavo di farmi forza e pregavo Gesù che mi aiutasse a vivere bene ogni momento. Nonostante il dolore abbiamo ripetuto il nostro sì a Lui. Sentivamo già un grande amore per questo figlio diverso dagli altri, perché avevamo la certezza che era Amore di Dio.
Durante la gravidanza i medici mi hanno tenuta costantemente sotto controllo, perché erano preoccupati, ma in noi c'era una grande fede. Alla fine è nato Mario, un bambino bello e sano. Dal punto di vista medico ogni problema si era inspiegabilmente risolto, ma noi sapevamo bene quale fosse la spiegazione.

(X.M., Italia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

sabato 26 aprile 2008

Testimoniare la Parola




«Udendo le spiegazioni del Vangelo, assidua industria di ogni cristiano sia quella di appropriarsi almeno di una preziosa nozione; tornando a casa… durante l'intera settimana successiva ci si alimenti di così sostanzioso cibo spirituale: la parola del Signore…

Dunque, anzitutto ascoltare, poi… custodire… Occorre non soltanto un atto passivo di accettazione; è necessaria una reazione attiva, un atto riflesso. Bisogna… meditare.

…E v'è un terzo momento. La parola deve tramutarsi in azione. Essa va applicata al nostro stile, al nostro modo di vivere, di giudicare e di parlare.

…In tal modo la vita cristiana si rivela oltremodo attraente».

(Dal discorso di Paolo VI alla parrocchia di s. Eusebio, 26-2-67).


Nella parrocchia dove presto servizio proponiamo ogni domenica una frase compiuta tratta dalla liturgia domenicale perché possa essere di aiuto nella vita della settimana.
Essa è esposta su un manifesto, preparato dall'Associazione "Camminare insieme" (utilizzato tra l'altro da tantissime parrocchie italiane). Queste "Parole-sintesi" proposte sono corredate da un commento e da una testimonianza.

Nell'intento di essere di aiuto a chi frequenta l'Eucaristia domenicale, viene messo a disposizione dei fedeli un foglio con il commento e una testimonianza.

Cercherò di pubblicare in questo blog il contenuto del foglio che mettiamo a disposizione.





«La Parola esposta, commentata, corredata di testimonianze, serve da punto di riferimento per l'omelia del celebrante e viene utilmente ripresa nelle Messe e negli incontri della settimana.
Tutti posso meditarla e incarnarla nella vita quotidiana, facendone oggetto di riflessione, di preghiera e di scambio di esperienze in famiglia e nei gruppi parrocchiali.
È una strada semplice ed essenziale perché la Chiesa locale trovi la traccia e l'alimento del proprio cammino, in modo che laici e pastori insieme si nutrino e si lascino guidare dalla Parola. In questo modo la Parola favorisce il camminare insieme, il divenire Chiesa».
(Dal dépliant).

venerdì 25 aprile 2008

Rocco racconta (testimoniare l'amore)


Ecco un'esperienza molto significativa su come annunciare il vangelo con la vita, che l'amico diacono Rocco mi ha mandato (raccolta come le altre nella rubrica "Rocco racconta").

Il mio desiderio più sentito è quello di creare rapporti con ogni prossimo che incontro e testimoniare l'amore di Dio per ciascuno.
Una sera il parroco, quando già era ora di andare a casa, mi chiede di preparare una persona di 33 anni, sposato con un figlio, a ricevere il sacramento della cresima. Ormai la giornata era finita e mi aspettavano a casa, ma mi è venuto in mente un pensiero che avevo in animo tutto il giorno: vivere nella pace la volontà di Dio dell'attimo presente. Allora mi sono fermato con questa famiglia.
Ho cercato di amarli fino in fondo; ho raccontato loro la mia esperienza, di come ho incontrato Dio Amore. Ho detto: Sono figlio di un ambulante. Mio padre vendeva olio e ad un certo punto, poiché non riusciva a guadagnare abbastanza, ha dovuto smettere e fare le valigie per la Germania.
La tristezza per questo fatto mi colpì a tal punto che volevo farla finita. Ma Dio, che è grande nella sua misericordia, mi fece incontrare alcune persone che mi hanno subito impressionato perché cercavano di incarnare il vangelo nella loro vita. Mi hanno invitato a degli incontri assieme ad altri giovani ed alla fine quello che ho capito è stata una verità molto semplice: quello che vorresti che gli altri facessero a te, incomincia tu a farlo agli altri.
Ho iniziato così a prendermi cura di un anziano solo: la mattina prima di andare a scuola andavo a casa sua, svuotavo il pappagallo, gli preparavo la colazione, aprivo la finestra, lo mettevo a sedere e poi, di corsa, andavo a scuola. Questa esperienza è durata per tre anni, fino a quanto questo anziano morì.
Così ho incominciato a capire chi è Dio Amore. Da allora sono passati 40 anni e ancora sono qui in una chiesa e sono felice. Ecco, – ho detto a quella persona che mi stava ascoltando - se vuoi puoi anche tu iniziare, adesso, e così in questa chiesa saremo in due.
Mi ha ascoltato con un interesse che non mi aspettavo, mi ha ringraziato e ci siamo dati appuntamento per la settimana seguente.
Per me è stata una occasione per gridare anche dai tetti tutto l'amore che ho ricevuto!

lunedì 21 aprile 2008

Cantiamo il canto dell’amore

Cantiamo un canto nuovo. "L'uomo nuovo canta il canto nuovo".
Celebrare con la vita, che è nuova perché incastonata nel Risorto, una lode perenne a Dio; anzi, una vita sempre rinnovata nell'unità.
Questa è la liturgia che celebriamo su questa terra, preludio di quella perenne che celebreremo nei Cieli: oggi nell'impegno costante di una vita evangelica in unità coi fratelli e nel segno sacramentale, domani nell'assemblea celeste, nel Seno del Padre.

Riporto un brano tratto dai Discorsi di sant'Agostino, che è significativo per la mia vita.


Cantiamo al Signore il canto dell'amore

«Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell'assemblea dei fedeli» (Sal 149, 1).
Siamo stati esortati a cantare al Signore un canto nuovo. L'uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il cantare è segno di letizia e, se consideriamo la cosa più attentamente, anche espressione di amore.
Colui dunque che sa amare la vita nuova, sa cantare anche il canto nuovo. Che cosa sia questa vita nuova, dobbiamo saperlo in vista del canto nuovo. Infatti tutto appartiene a un solo regno: l'uomo nuovo, il canto nuovo, il Testamento nuovo. Perciò l'uomo nuovo canterà il canto nuovo e apparterrà al Testamento nuovo.
Non c'è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l'oggetto del nostro amore. Ma che cosa sceglieremo, se prima non veniamo scelti? Poiché non amiamo, se prima non siamo amati. Ascoltate l'apostolo Giovanni: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10).
Cerca per l'uomo il motivo per cui debba amare Dio e non troverai che questo: perché Dio per primo lo ha amato. Colui che noi abbiamo amato, ha dato già se stesso per noi, ha dato ciò per cui potessimo amarlo.
Che cosa abbia dato perché lo amassimo, ascoltatelo più chiaramente dall'apostolo Paolo: «L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori» (Rm 5, 5). Da dove? Forse da noi? No. Da chi dunque? «Per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5).
Avendo dunque una sì grande fiducia, amiamo Dio per mezzo di Dio.
Ascoltate più chiaramente lo stesso Giovanni: «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4, 16).
Non basta dire: «L'amore è da Dio» (1 Gv 4, 7). Chi di noi oserebbe dire ciò che è stato detto: «Dio è amore»? Lo disse colui che sapeva ciò che aveva.
Dio ci si offre in un modo completo. Ci dice: Amatemi e mi avrete, perché non potete amarmi, se già non mi possedete.
O fratelli, o figli, o popolo cristiano, o santa e celeste stirpe, o rigenerati in Cristo, o creature di un mondo divino, ascoltate me, anzi per mezzo mio: «Cantate al Signore un canto nuovo».
Ecco, tu dici, io canto. Tu canti, certo, lo sento che canti. Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce.
Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra condotta santa. «Cantate al Signore un canto nuovo».
Mi domandate che cosa dovete cantare di colui che amate? Parlate senza dubbio di colui che amate, di lui volete cantare. Cercate le lodi da cantare? L'avete sentito: «Cantate al Signore un canto nuovo». Cercate le lodi? «La sua lode risuoni nell'assemblea dei fedeli».
Il cantore diventa egli stesso la lode del suo canto.
Volete dire le lodi a Dio? Siate voi stessi quella lode che si deve dire, e sarete la sua lode, se vivrete bene.

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo
(Disc. 34, 1-3. 5-6; CCL 41, 424-426)

sabato 19 aprile 2008

Eccomi!


20 aprile, anniversario della mia ordinazione diaconale.

Il 20 aprile del 1991 venivo ordinato diacono, nell'ambito della settimana di preghiera per le vocazioni. Allora si celebrava la IV domenica di Pasqua, la domenica del Buon Pastore.
Il ricordo di questa ricorrenza vuole essere esclusivamente un "grazie" all'Amore di un Dio che mi ama di un amore infinito e che mi ha fatto partecipe della vita di Colui che è "venuto per servire e dare la vita".
Ci ha fatti entrare nel suo Mistero, personalmente e come coppia…
Per alcuni riferimenti rimando all'esperienza che abbiamo raccontato iniziando questo blog (Per conoscerci…) ed a quanto scritto in occasione della partenza per il Cielo di Chiara Lubich (Grazie, Chiara!).

Ma una realtà mi porto sempre impressa nel cuore e che ogni giorno cerco di rendere attuale: la mia consacrazione a Gesù abbandonato, modello per ciascuno di noi. Ad un sacerdote amico scrissi allora, aggiornandolo di quel giorno: "Ho chiesto una grazia:… che Maria mi usi totalmente ed incondizionatamente per i suoi scopi. (…) Quando il vescovo mi imponeva le mani, rinnovai la mia consacrazione a Gesù abbandonato e dissi il mio ‘sì’ incondizionato!”. E lui rispondendomi: “Nell’unità tutto andrà avanti e sicuramente la Madonna si servirà di te per gli scopi che ha in cuore…”.

Rinnovo anche oggi, assieme a mia moglie, il mio e nostro "sì" incondizionato.

mercoledì 16 aprile 2008

Rocco racconta (amare oltre la giustizia)

Continuo nel racconto delle esperienze che l'amico Rocco mi comunica, l'ispettore della polizia municipale e il diacono.

"Piangere con chi piange...", mentre a livello istituzionale il cuore mi si stringeva perché insieme con altri colleghi dovevo provvedere ad uno sgombero da una casa abitata abusivamente, dall'altro pregavo la Madonna perché questa famiglia potesse trovare un ricovero idoneo. Sì, il mio lavoro e in cambio l'amore ai poveri! L'uno e l'altro un insieme dell'unico diacono Rocco.
Un mio collega ha esclamato: «Sei stato determinante, perché il colloquio improvvisato che tu hai avuto con quella persona ha ridato la calma a tutta la mattinata di lavoro. Entrare di forza in un appartamento è stato spiacevole per tutti e tutti avremmo voluto scappare, ma è il nostro lavoro. Meno male che poi c'è Rocco che provvede a far ritornare la calma. E come? Con la forza dell'amore che è ancora più grande di tutto quello che prima si era consumato. Sì, perché il suo amore per la gente è tale che le situazioni SI CAPOVOLGONO! Infatti, appena ho visto che nel nostro gruppo c’era lui, ho capito che oggi sarebbe stato diverso da altri giorni. E dire che il termometro era alto: una famiglia dentro casa chiusa con i lucchetti e un'ordinanza emessa dal Sindaco che si doveva eseguire. Come dire: da una parte la carità, dall'altra la giustizia».

A parlare così è un mio collega che alla fine prende un lungo sospiro di sollievo da come sono andate le cose: con il trionfo della carità. Racconto di miserie. Perché qui a Gela si continua a vivere tra bisogni: un povero da sloggiare in cambio di un altro povero che ha vinto la graduatoria delle case popolari. Storie di umana miseria, che se non capitassero in questa drammatica situazione non converrebbe neppure raccontare, tante sono le storie, infatti.
Ma ad ogni giorno il proprio dolore e oggi raccontiamo per la gloria di Dio quella di oggi.

domenica 13 aprile 2008

Rocco racconta (morire per la propria gente)


"Morire per la propria gente di quartiere" è un’esperienza che ci ha segnati nel profondo. Abbiamo scelto di condividere la situazione delle persone più disagiate della nostra città, andando ad abitare con la famiglia in uno dei quartieri di nuova formazione. La parrocchia era in garage di 45 mt e tutto si presentava come un deserto: le strade sterrate, senza illuminazione pubblica, senza rete idrica né fognaria. Di servizi sociali e trasporti pubblici neache a parlarne. Sono stati dieci anni di vita difficile, ma ora si comincia a vederne i frutti.
Abbiamo cercato di creare con ciascuna famiglia e abitante del quartiere un rapporto di conoscenza e di dialogo, tentando di ricucire lo strappo tra i cittadini e l’amministrazione pubblica. Pian piano i circa tremila abitanti del quartiere sono diventati soggetti attivi nel rapporto con le istituzioni pubbliche attraverso un comitato creato appositamente.
Si è giunti ad ottenere dall’amministrazione regionale lo stanziamento pubblico di una forte somma per il risanamento del quartiere, diventato ora un quartiere-pilota, che ha dato vita ad attività formative per i rappresentanti di tutti i comitati di quartiere della città.

Da alcune domenica ci siamo trasferiti nei nuovi locali che la Regione Sicilia ha costruito: un primo lotto con i locali pastorali e la canonica. È venuto il vescovo per la benedizione e l’inaugurazione: c’è stata grande festa per un evento che a Gela aspettavamo da molti anni. Si può solo immaginare la grande emozione e commozione.

sabato 12 aprile 2008

Essere e servire (3)


Termino con queste righe le riflessioni sull’omelia che Benedetto XVI ha pronunciato Giovedì Santo (20 marzo 2008) in occasione della messa crismale.

Nessuno è così vicino al suo signore come il servo che ha accesso alla dimensione più privata della sua vita. In questo senso ‘servire’ significa vicinanza, richiede familiarità”.
Non penso che questa “vicinanza e familiarità” con il sacro si possa pienamente esprimere se non è parte essenziale, fondamentale della mia vita, se non poggia sulla scelta fondamentale di servire Dio e di metterlo al primo posto nella mia vita. “Per me vivere è Cristo”, dice san Paolo; “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Il mio celebrare non è un “fare”, il mio servire non è un “fare”, ma un “essere”: nella liturgia si celebra la Vita!

Servire significa soprattutto obbedienza. Il servo sta sotto la parola: ‘Non sia fatta la mia, ma la tua volontà’ (Lc 22,42)”.
La tentazione dell’umanità è sempre quella di voler essere totalmente autonoma, di seguire soltanto la propria volontà e di ritenere che solo così noi saremmo liberi. La verità è che noi dobbiamo condividere la nostra libertà con gli altri e possiamo essere liberi soltanto in comunione con loro. Questa libertà condivisa può essere libertà vera solo se con essa entriamo nella volontà di Dio”.
Questo vale per tutti, donne e uomini; vale per i ministri ordinati, vale per noi diaconi. Se “annunciamo la Parola di Cristo in modo giusto solo nella comunione del suo Corpo”, l’unità precede ogni nostra attività, ogni nostro dovere. Sappiamo quanto sia vero il detto: “Meglio il meno perfetto in unità con i fratelli, che il più perfetto in disunità con essi”!

Penso al mio essere diacono: non ho senso da me stesso, autonomamente, ma prendo “consistenza” perché sono “parte” di un “Corpo che serve”. Io ci sono, perché ci sono i presbiteri; ed ambedue siamo, perché c’è il vescovo: espressione distinta e diversificata dell’ “uno” che il vescovo esprime.
La bellezza del diacono è che “non ha poteri”: può solo servire; la sua grandezza sta nell’essere la Volontà dell’Altro, che è la sua, sull’esempio di Gesù che ha detto: “Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34).
“Gesù è disceso dal Cielo per fare la volontà di Colui che lo ha mandato e compiere la sua opera. Non ha pensieri e progetti suoi ma quelli del Padre suo, le parole che dice e le opere che compie sono quelle del Padre; non fa la propria volontà ma quella di Colui che lo ha mandato. Questa è la vita di Gesù. Attuare ciò sazia la sua fame. Così facendo si nutre” (Chiara Lubich).

giovedì 10 aprile 2008

Rocco racconta (la malattia)

La direttrice di una scuola d’infanzia di una cittadina vicina mi ha telefonato invitandomi a raccontare la mia esperienza ai genitori dei bambini che frequentano l'Istituto.
L’occasione è il precetto pasquale e mi invitano a dare la mia esperienza sulla mia malattia (ho una malattia seria!). È bello ed unico: ci sono in tutto 30 famiglie, gente umile e semplice, di paese di montagna, quasi tutte casalinghe. Parlare loro della mia malattia è cercare di raccontare il “mio segreto”: questa mia malattia è l'incontro con lo Sposo dell’anima, il Prediletto… passare dal pianto al ripetere: “Dammi, Signore, un po’ del Tuo abbandono, perché io ti rassomigli almeno un po’…”. È una esperienza che tocca nel profondo e che colpisce veramente. La gente si ferma e certamente guarda come Dio ci ama immensamente e come bisogna fare festa proprio a Lui, l'unico vero amore di ogni uomo.
Alla fine tutti mi salutano, mi stringono la mano e si ci dà appuntamento al mese di Aprile per un altro incontro, perché dicono che questi momenti sono interessanti.
È bello essere testimoni credibili, raccontando fatti di vangelo che trasformano te e che bisogna gridare anche dai tetti l'amore ricevuto.

mercoledì 9 aprile 2008

Essere e servire (2)


Continuo alcune riflessioni sull’omelia che Benedetto XVI ha pronunciato Giovedì Santo (20 marzo 2008) in occasione della messa crismale.

Stare davanti a te e a te servire”. Essere “una persona che sta dritta”, “vigilante”, che “serve”. Nella celebrazione eucaristica si “serve”, si compie “un servizio a Dio e un servizio agli uomini. Il culto che Cristo ha reso al Padre è stato il donarsi sino alla fine per gli uomini”. In questo culto “ci si deve inserire”!
Servire Dio e i fratelli nell’Eucaristia significa essere quello che si celebra: persone che si donano, pronte a dare la vita; l’atteggiamento stesso, le parole esprimono non tanto e non solo la ritualità, ma sono l’esternazione e la testimonianza dell’essenza della mia vita: servire Dio (che non vedo) e, per servirLo adeguatamente, servire i fratelli (che vedo).
La mia risposta all’amore di Dio per me, per noi, è quella di amare il prossimo: “Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4,11).

Vivere così, nel servizio, l’Eucaristia che celebro!

Imparare a comprendere sempre più la sacra liturgia in tutta la sua essenza, sviluppare una viva familiarità con essa, cosicché diventi l’anima della nostra vita quotidiana”, dove “non deve essere niente di artefatto”. Ed io aggiungo, niente di “devozionale” (nel senso deteriore del termine), in quanto non esprimiamo noi stessi, ma “annullati” nel Mistero, siamo strumenti della potenza e della presenza di Dio in noi e fra noi; del suo Amore.
Questo sentire “nuovo” ci pone innanzitutto ad essere persone che “hanno familiarità con la Parola di Dio, la amano e la vivono: solo allora potranno spiegarla in modo adeguato”.
Questo non comporta che necessariamente il diacono faccia l’omelia…
Innanzitutto si può asserire che, da come il diacono proclama il vangelo, si coglie la sua “familiarità” con la Parola di Dio; ci si accorge, la gente coglie, se il mio “dar voce” alla Parola di Dio è semplice suono, o se in me “vive” Colui cui do voce, se la Parola che proclamo è vita per me, se vivo quello che proclamo.
In questo senso anche la liturgia “prende corpo”, celebro cioè il Mistero presente ed operante nell’esistenza concreta della mia vita e della vita della comunità. Il rito non è semplice lettura, asettico o, peggio ancora, vuoto: è celebrare la vita di Dio operante in mezzo a noi, vita che si vede e si coglie.

Mi viene spontaneo pensare al rapporto strettissimo tra sacerdozio e diaconia: esprime l’unico Cristo con modalità diverse. Sarebbe interessante approfondire cosa significa che il diacono proclama un Vangelo che non spiega e distribuisce una Eucaristia che non consacra!

sabato 5 aprile 2008

Essere e servire (1)


Con “Essere e servire” voglio tradurre le parole “Stare in piedi davanti al Signore e servirLo” (Astare coram te et tibi ministrare).
Mi riferisco all’omelia che Benedetto XVI ha pronunciato Giovedì Santo (20 marzo 2008) in occasione della messa crismale.
L’ho fatta oggetto della mia meditazione.
Il Papa si rivolge ai sacerdoti, ma non sbaglio se, quanto detto a loro, lo applico anche a me, diacono, intimamente legato al sacerdozio del vescovo e a servizio del collegio dei presbiteri.
Anche noi diaconi abbiamo detto il nostro “Eccomi”, anche a noi, che “sull’altare saremo messi a contatto con il corpo e il sangue di Cristo”, abbiamo promesso di “conformare a Lui tutta la nostra vita”…
(Sarebbe interessante approfondire il rapporto tra presbiteri e diaconi all’interno del ministero ordinato).

Stare in piedi” indica “vigilanza”, “essere uno che vigila”: “tenere sveglio il mondo per Dio”, stare in piedi “diritto di fronte alle correnti del tempo. Diritto nella verità”. “Lo stare davanti al Signore deve essere sempre, nel più profondo, anche un farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre”. “Farsi carico di Lui, disposti ad incassare per il Signore anche oltraggi”.
Il diacono non è forse “l’occhio e l’orecchio del vescovo” che vede e ascolta i bisogni della comunità, del mondo e diventa tramite di grazia? E questo implica vigilanza!
È dell’amore vigilare… C’è una meditazione di Chiara Lubich al riguardo che voglio riportare:
«“Vigilate…” (cf Lc 12,35). Il vangelo parla di vigilare con i fianchi cinti e la lanterna accesa e promette al servo vigilante che il padrone, all’arrivo, si cingerà e lo servirà. Solo l’amore vigila. È dell’amore vigilare. Quando si ama una persona, il cuore vigila sempre attendendola, e ogni minuto che passa senza di lei è in funzione di lei e si trascorre vigilando. Gesù vuole l’amore: per questo domanda di vigilare. (…)».

Se lo stare in piedi davanti al Signore è l’atteggiamento tipicamente liturgico, significa che devo “dare corpo” a questo mio “essere” nelle situazioni concrete della vita, dove il Signore si fa trovare ed è presente: nei fratelli che sono chiamato a servire, offrendo il mio “corpo come sacrificio spirituale”; riversando la grazia dell’Eucaristia nel cuore e nella vita delle persone, fuori del tempio, nel mondo, che è diventato il “mio tempio”.
Anche per il diacono, come per il sacerdote, l’Eucaristia è il “centro della sua vita”!

mercoledì 2 aprile 2008

Giovanni Paolo II

È presente nell’anima, come se fosse oggi, l’esperienza di quel silenzioso ed orante “pellegrinaggio” che ci ha portato a dare l’ultimo saluto a Giovanni Paolo II tre anni fa.
Ci siamo messi in fila (io, mia moglie e nostra figlia) alle cinque del mattino in via della Conciliazione, assieme alla moltitudine di fedeli di ogni età e razza: donne e uomini, giovani e adulti, famiglie con bambini piccoli in spalla, religiosi, religiose, sacerdoti… Nessuno mostrava impazienza se la fila non procedeva: si pregava, si cantava, si stava in silenzio, si conversava con il vicino, ci si conosceva un po’: eravamo un’unica famiglia, figli e figlie che volevano esprimere l’amore perenne per il loro Padre.
Alle dieci varchiamo la porta della Basilica di san Pietro; pochi istanti solo davanti alla salma del Santo Padre, poi ci siamo accostati nella navata laterale, dietro ad una colonna in preghiera silenziosa. La commozione era palpabile…
Prima di uscire dalla Basilica abbiamo pregato insieme: abbiamo affidato all’eterno Padre, chiedendo l’intercessione di Giovanni Paolo II, le nostre persone, la nostra famiglia, tutte le necessità della Chiesa, la realtà dei diaconi, che tanto ci sta a cuore, e delle famiglie diaconali.
Poi, avvolto quasi da un alone di sacralità, ho preso la metropolitana e sono andato al lavoro.

C’è un rapporto particolare che si è istaurato con Giovanni Paolo II, da sempre… Lo abbiamo seguito in tutti gli anni del suo lungo pontificato: è parte della nostra vita personale e familiare.

È sempre vivo l’incontro con lui, quando nel 1992 è venuto in visita a Trieste. In quella occasione abbiamo potuto salutarlo personalmente: quando il Papa incontrò i sacerdoti, i religiosi e le religiose, incontrò anche i diaconi con le loro spose. In quella stretta di mano e in quello sguardo penetrante mi sono sentito avvolto dall’amore personale di Gesù, nella persona del suo Vicario. In quegli istanti, in cui il tempo pareva si fosse fermato e ci avesse incastonati nell’eterno, ho assicurato al Papa, e quindi a Gesù, tutta la mia e nostra unità e fedeltà.

Giovanni Paolo, sei vivo più che mai nei nostri cuori e nella nostra vita!